Pereira sostiene di essere un uomo libero

Sostiene Pereira è una sorta di mantra che ci accompagna per tutto il romanzo che Antonio Tabucchi pubblicò nel 1994, anche se nell’incedere nella narrazione quella frase pare cambiare unitamente ai cambiamenti che vive il protagonista: un uomo sovrappeso, cardiopatico, d’età avanzata, rassegnato a una routine cadenzata quasi monotonamente dagli stessi gesti, le stesse ore; sulle spalle il pesantissimo fardello di una vedovanza mai accettata, sullo sfondo la dittatura salazarista nel Portogallo degli anni ’30. Fin dalle prime pagine, Pereira ci informa del suo dolore per la scomparsa della moglie: una donna amata quasi irrimediabilmente e ora rimasta nei suoi ricordi così: come appesa a un gancio per lui irraggiungibile.

È talmente concentrato sul suo dolore, Pereira, da non rendersi quasi conto della realtà. Al suo parroco trasmette con monotonia un’esistenza ormai priva di motivazioni e rassegnata a giorni inutili. Potrebbe, Pereira, riflettersi nell’individuo malinconico di cui parla Freud in “Lutto e Melanconia”, opera del 1917 in cui il padre della psicanalisi sostiene che «un lutto porta a una condizione di sofferenza causata dalla perdita dell’oggetto non di per sé patologica, che necessita una elaborazione da parte dell’Io. Alcuni individui, però, non riescono a elaborare il doloroso evento. Questo fa sì che, nel soggetto malinconico, la perdita dell’oggetto caro nel mondo, a livello inconscio, coincida con uno svuotamento dell’Io». Per certi versi, ma con finale opposto, anche in “Ultimo tango a Parigi”.

In quel Paul che, dopo il suicidio della moglie, intreccia con una giovane donna una relazione destinata al peggio. Se Paul resta vittima di sé stesso, Pereira, invece, piano piano uscirà dal suo guscio melanconico per scoprire la vita. Quella vera. Segnata da un regime militare che lui, con un formidabile coupe de théâtre, riuscirà a gabbare, rinascendo.

Pino Casamassima

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