Un passato tremendamente…presente!

Un passato tremendamente…presente!

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia, si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.»                                                                                         

Il famoso incipit di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez fissa inequivocabilmente, nella prima frase, l’alfa e l’omega del racconto, la circolarità della storia in cui visione e conoscenza sono pensabili solo nello scorrere del tempo, come momenti successivi e necessari di ogni vissuto individuale.                                                                 

Aureliano Buendia, anche nel momento (apparentemente) ultimo, mentre guarda il plotone di esecuzione davanti a lui, vede la sua vita dietro (e dentro) di lui, di più, ne individua l’evento sostanziale che la ricapitola tutta, rispetto al quale tutti gli altri accadimenti potrebbero rappresentare solo la lunga attesa di un compimento.                                                                                Il ritorno mentale a quel momento remoto è più veloce della eventuale pallottola del fucile di ogni soldato che ha di fronte non tanto perché il presente rimanda (semplicemente) ad un passato ma, ancor più, perché solo quel passato lo rende possibile, in quanto ne è, paradossalmente, il suo esclusivo abitante.                                                                                                    

 Il momento presente ha di fronte il contemporaneo ma ha di dentro il passato.                                                                                                                   

Un cortocircuito mentale, un tunnel temporale diretto che evita i tornanti (quasi) infiniti ma sostanzialmente identici di anni trascorsi (quasi) nell’oblio, per connettere soltanto l’essenziale.                                                                                                                         

Il tempo, d’altronde, per tra-scorrere, deve essere condiviso altrimenti cento o mille anni non fanno differenza e sono la medesima solitudine.                                                                                  

Macondo, come è stato opportunamente scritto, ne rappresenta proprio il paradigma, quasi un deserto dei tartari dove non accade nulla nell’immobilità, una montagna incantata in cui la malattia è la costante immortale di vite mortali.                                                                                                          

E infatti in quel luogo remoto le storie raccontate si somigliano tutte in modo impressionante, le generazioni si susseguono nelle stigmate di visi che anticipano le stesse rughe, solo per lasciare il proprio testimone ad un altro sé.                                                                                        

 Si potrebbe, addirittura, paradossalmente saltare dalla prima all’ultima pagina in un attimo-parentesi temporale.                                         

E se Proust coglie quest’ interruttore temporale nel più primordiale dei sensi, l’olfatto, Marquez recupera come strumento conoscitivo quell’altro senso scelto dai greci, forse proprio per il ruolo rivestito nella fruizione delle arti figurative che furono così centrali per quel popolo: la vista.                                                                                                      

Così accade che il verbo greco orào che al presente si traduce con io vedo, al perfetto (òida) significa io so.                                                               

Ho visto, quindi, ho conosciuto e so.                                                                                                       

In altre parole, in questo presente ho consapevolezza del passato, il contenuto conoscitivo del presente è il passato, e la forma di questa conoscenza è nella memoria, di più, è la memoria stessa.                                                                                                

Scire est meminisse, recita, infatti, la massima socratico-platonica. Sapere consiste effettivamente nel ricordare.                                                             

Ma non, ovviamente, ricordare una conoscenza acquisita in una vita precedente, in un iperuranio separato, in una rivelazione superiore ma proprio nella cristallizzazione, nel mosaico della nostra conoscenza, delle immagini che ci sono scorse davanti nella nostra vita.                                                                                                                                 

La vista si traduce in sapere.                                                                                    

In quest’ottica sembra chiarificarsi anche il senso del ruolo dell’Arte della memoria come conoscenza, così cara a Giordano Bruno, con una strettissima connessione/corrispondenza tra immagine e parola.                                                                                                                     

Fino al progetto strabiliante di edificare una conoscenza per immagini! (ritorna ancora la vista come il sostanziale strumento connettivo).                                                                                                

 Ma la potenza scandagliante della vista può rendere conto anche dello sguardo di Medusa di cui parla Walter Benjamin che sa paralizzare qualsiasi viso cristallizzandone e smascherandone la verità nascosta delle sue vere linee espressive sotto il cerone posticcio di una maschera.                                                                                

Quella stessa potenza che traspare dagli occhi ipnotici e ipnotizzanti di ogni Cristo pantocratore che, nella narrazione religiosa, sanno scavare il volto profondo e autentico di ognuno al di là di ogni viso potenzialmente mentitore.                                                                                                                   

E’ la stessa potenza della valenza simbolica dell’icona (eikòn: immagine) nella sua tensione penetrante di un’immobilità solo apparente, così cara a Pavel Florenskij.                                                                                                    

E allora il momento finale è anche il momento destinale, non come senso preesistente ma come naturale compimento.                                                                                          

Quasi una ricapitolazione, per utilizzare un’espressione cara a Paolo di Tarso, che reinvia ad un istante capace di condensare il senso di un’esistenza ma al di fuori di qualsiasi implicazione religiosa.                                                                            

Ecco, allora, che se la croce è metonimia del Cristo allora il rogo lo è di Giordano Bruno e la caduta da cavallo lo è per Paolo di Tarso nella dirompenza dell’incontro fondamentale di una vita.                                                                                                                   

Per utilizzare un’ immagine cinematografica che rimanda sempre alla dimensione della vista, il feedback dunque, non rappresenterebbe solo un espediente narrativo in senso lato quanto piuttosto un grandangolo in grado di cogliere il momento di consapevolezza di ciò che è stato.                                                                                                                           

E se questa consapevolezza è data solo a posteriori, si comprende anche il senso dell’espressione oscura: “offrire al passato un’altra possibilità”.                                                                                                                

Non che gli eventi accaduti possano essere mutati ma che possano acquistare un senso diverso da quello che avrebbero potuto significare.                                                                                                                  

 Sulla medesima scena, dunque, far scivolare quinte e sipari diversi che ri-contestualizzano il racconto, poiché il con-testo è sempre la sintesi di accadimento e percezione anche perché, come recita una frase di Marquez, è fondamentale ed inevitabile “l’irrompere della fantasia nel passato di ognuno”.                                                                                                       

Anche la morte stessa di Aureliano, infine, è il dispiegamento nel presente di ciò che era stato già scritto nel passato.                                                             

Il vento impetuoso che lo travolge si alza proprio  dall’inchiostro delle pagine della profezia di Melquiades che lui stesso sta leggendo, si squinterna quel volume nel momento in cui si squinterna, senza appello, il suo mondo, la sua vita “perché, come conclude Marquez,  le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.                                                                                                                    

 Realtà ambivalente ed effimera, la vita, come quel ghiaccio dell’altra faccia di Aureliano, che se non può sopravvivere alla prova del calore dell’entropia della realtà, liquefacendosi come la materia fisica dell’umano, resta comunque ugualmente necessario come la tenacia solida della sua memoria.                                                                                                                

 In quel vento che ha visto far volare quelle pagine, ri-conosce il vento de-scritto in quelle stesse pagine.                                                                                                 

Il presente scoppia di passato!

Paolo Fiore

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5 pensieri su “Un passato tremendamente…presente!

  1. Mi è piaciuto seguirti in questo percorso di riflessione Paolo, ti ho letto e riletto per essere certa che fossi sulla strada giusta. Proprio grazie hai tuoi pensieri ho ripensato ai miei e non so se c’entra davvero con quello che dici, non so se ho capito bene ma mi sono ricordata di stupirmi sempre di un fenomeno che invece forse è semplice espressione del motto “il momento presente ha di fronte il contemporaneo ma ha di dentro il passato. ”
    Il mio personale stupore nasce dal fatto di ricordare improvvisamente un particolare banalissimo su una persona cara ad esempio su mia madre e “vedere” esattamente quell’episodio privo di importanza. Mi arrabbio perché vorrei vedere una storia più lunga, una immagine più grave invece vedo solo un banale scena di mamma che asciuga i capelli alla bambina adolescente.
    “La vista si traduce in sapere” e mi arrabbio perché allora forse non ho saputo vedere altro e cerco e ricerco nel memoria quelle cose che mi hanno reso quella che sono, presente, cerco e ricerco tutti quegli insegnamenti che mi sicuramente ci saranno stati ma…non vedo, non so, sento soltanto la spazzola che alliscia capelli con i nodi e so , questo sì, so che la spazzola la teneva lei.

    Tornando a te, Paolo, ti ringrazio per avermi riconsegnato questa immagine evocata, infatti, proprio dalla tua lettura….
    E ti confesso che non ho mai letto Cent’anni di solitudine….lo farò!

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  2. Correzione: ho inviato senza rileggere e c’è una acca di troppo al quarto rigo: “Proprio grazie ai tuoi pensieri ho…”

    Mentre verso la fine c’è un “mi” in più “..tutti quegli insegnamenti che sicuramente ci saranno stati…”

    Grazie per l’attenzione!

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  3. Ciao Margherita, proprio perché parliamo di passato su presente, parto dalla fine: sapessi quanto è lunga la lista di libri che devo ancora leggere !
    Ma il tuo rimorso di non ricordare una storia più lunga ma soltanto quella scena dei capelli forse è soltanto la volontà di riconquistare un tempo che invece ritorna solo per fotogrammi.
    Non è il tempo passato che torna perché non può tornare ma il presente che acquista una pienezza nel passato.
    Vorresti il ricordo di un prima e un dopo quello “spazzolare i tuoi capelli da parte di tua madre”, ma non puoi cercarlo nel passato perché ogni “lettura” della nostra vita si coniuga nel presente, non c’è nel passato.
    E tuttavia quelle immagini che riemergono dal passato come flash nel buio sono necessarie per la trama del presente.
    Non devi sforzarti di ricordare, la memoria non è un magazzino di tutti i momenti di una vita ben inventariati ma è un mare che restituisce sulla riva solo quel che vuole, ma è l’essenziale, quasi un canovaccio.
    Tutta la narrazione in più è compito (forse inconsapevole) del presente. La “spazzola” è l’unico contatto che fa la spola e mantiene quel legame tra i tuoi “capelli” e le “mani” di tua madre.
    Tu sai che quella spazzola la manteneva lei, che quei nodi non verranno mai al pettine e che quella scena si ripeterà per sempre senza un prima e un dopo, senza una fine definitiva e una spiegazione finale come non è definitiva la vita.
    Siamo impastati in una mescola unica e non riusciremo mai a fare (capire) il tempo a fette anche se possiamo mangiarne (gustare) solo una fetta per volta.
    Felice sabato !!!

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  4. Paolo insieme oggi abbiamo riscritto un nuovo articolo partendo dalle tue riflessioni e dalla mia immagine. È la prima volta che parlo di questo e sono felice di farlo con te e sono contenta e meravigliata di farlo contemporaneamente con i tuoi lettori….
    Hai proprio ragione la memoria non è un magazzino ma un mare che restituisce solo ciò che vuole e quando vuole e magari anche trasformato dalla sua stessa custodia. È vero.
    Hai perfettamente indovinato quel mio tormento (tormento “tragico” nel senso greco del termine come “solenne”) di quell’immagine che si ripeterà all’infinito senza un prima né un dopo e tornerà sempre uguale e sa tenermi compagnia all’improvviso.

    Sempre uguale ma all’improvviso, è questo improvviso, è questo inatteso che mi riempie di stupore.

    …..

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    1. sì Margherita, la potenza e la bellezza delle parole è che discendono dai pensieri e rimandano ad altre parole che incatenano il tempo ri-evocando immagini e di-segnandone sempre nuove rendendo infinita ogni narrazione…

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