Antropologia del primo amore

Pensavo impropriamente che l’unica ragione dell’esistere fosse la rimembranza, il voler scavare con piglio analitico e lirico nel proprio passato sentimentale, per far balenare pensieri, lacerate corde, istanti di gioia, momenti di dolore, lampi di vita.

Ritenevo surrettiziamente che il primo amore, quello giovanile, ormai inevitabilmente perduto, fosse esemplare e guida per i giorni del futuro.

Però viviamo non solo d’amore e di ricordanza, ma anche di disamore, di dimenticanza, di benedetto oblio. L’antropologia del vivente è quella di rammentare il suo passato, talvolta con atteggiamento dolceamaro, ma anche di modificare i vissuti e di mutuarli in qualcosa d’altro. Prevale sempre e comunque lo spirito di conservazione.

E la strategia più rigorosa ed indolore è quella di trasformare le eventuali rabbie distruttive in rabbia costruttiva, nella capacità sempre di edificare conoscenza e bellezza umana, mettendo da parte le deleterie pulsioni nichilistiche e disfattistiche.

Quando ero, da giovanissimo, clandestino d’amore (in parte, lo sono ancora), tratteggiavo la ricerca del vivere come un gioco solitario. Scorgevo, solinga, la vita dal cuore infranto. Dicevo: è un dono di Dio la tremenda misantropia che frusta i cavalli imbizzarriti, indomiti a caccia di ostacoli. Le rinnovate mete, le nuove rinascite. Le ansie vissute erano solo eterne, benedette attese, che squarciavano di fuoco l’opacità del giorno.

Ancora oggi, l’amore sopito che naviga in me è ricerca senza fine delle prime vitali aurore, confuse al buio della lunga, interminabile notte. Da ragazzo, quando ero integralmente clandestino d’amore, ho sempre vezzeggiato la speranza. Quella profonda, come sogno sospeso a mezz’aria, eternamente rincorso su selciati sterrati. Speranza ch’era una giovane chimera pallida e imprendibile, come un lepidottero fanciullo di Vanessa, che volava via, via, lontano.

La speranza delusa, frustrata, come desiderio perso, soffocato, nelle notti dei vecchi giochi d’amore, quando lei era dolce e di fuoco, e sapeva di sale, sapeva di sangue. La speranza di oggi è quella di saperla felice, in questo mondo che opprime e vanifica tutto. Una dolce visione della giovinezza, che m’accompagna tutt’ora, era l’incontro con l’aurora, di rosa, di viola. Ineludibilmente, dopo lo scuro, il cielo e le stelle s’arrendevano ai primi fulgori d’un’alba compagna.

L’alba dei bagliori di rosso, delle fini lacrime di rugiada, che facevano stillare desideri. L’alba della gente che dormiva e sognava. L’alba dei lavoratori che stazionavano infreddoliti nei bar e si raccontavano le storie di ieri. L’alba di chi era sveglio da sempre, eternamente insonne a meditare ricordi. L’alba del nuovo giorno, che sorgeva e assassinava la notte. A volte, con un senso di protezione e tenerezza per me stesso, torno al passato, alla giovinezza, quando mi svegliavo di soprassalto in piena notte, con il cuore in gola. La incontravo sui sentieri dell’improbabile, sfioravo per un attimo il suo esile viso, mi perdevo nei suoi occhi di mare, mi confondevo ascoltando le sue parole. Quante volte lei mi parlava dei suoi amori da niente.

Quante volte la vidi vestita di bianco, abbracciata ad un altro. Ma i fantasmi dell’anima sono suicidi dei sensi, singulti strozzati, gioco al massacro.

Per fortuna, il tempo passa, vola, trascorre. Per fortuna il passato sfocia nel presente, diventando inedita consapevolezza. Per fortuna, il primo amore (come, del resto, tutti gli altri amori), chiuso a chiave in una preziosa stanza segreta, rimane una delle più straordinarie e irripetibili storie del mondo.

Sei rosa di marzo

sei viola d’incanto

sei iride di fuoco

sei gioia bambina.

Sei l’amore esploso

che fa barbagli di sé,

sei l’aurora che nasce

e spruzza il cielo di rosso

e il tuo dolce viso di pesca.

Sei il risveglio del giorno.

 Marcello Buttazzo

(In copertina : René Magrtitte, Gli amanti, prima versione 1928)

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