La voce disillusa e irriverente di chi è rimasto ai margini

Se è vero, come annotava il compianto Umberto Eco nelle sue famose quaranta regole di scrittura, che «solo gli stronzi usano parole volgari», allora Charles Bukowski ne è stato uno di prim’ordine. Tra le opere più famose e apprezzate dello scrittore americano, Post Office non mostra certo penuria di espressioni piuttosto colorite, se non addirittura sboccate, già a partire dalla prima decina di pagine.

[…]

«Ti credi furbo, tu, eh, a fare queste puttanate?».

«Preferirei che non usasse questo linguaggio, signore!».

«Ti credi furbo, eh? Sei uno di quei figli di puttana con un sacco di paroloni in bocca e ti diverti a metter giù merda,eh?».

[…]

Ecco, appunto. I paroloni, quelli forbiti e formali, nel libro in questione si trovano unicamente nel Memorandum della direzione delle poste californiane, riportato all’inizio a mo’ di prologo, e tra le varie lettere in burocratese di ammonizione e notifica di provvedimento disciplinare, a carico del protagonista, nel penultimo capitolo. Per il resto, il linguaggio a cui Bukowski ricorre è semplice, spiccio, immediato, nonché infarcito con naturalezza di volgarità che oggigiorno, in verità, rischiano di turbare ben poche orecchie.

Pubblicato nel 1971, Post Office narra le gesta, si fa per dire, di un personaggio che risponde al nome di Henry Chinaski, alter ego letterario dell’autore. Sullo sfondo della Los Angeles di fine anni Sessanta, il nostro eroe si ritrova di colpo “con la sacca di cuoio sulle spalle a girare tutto il giorno a piedi in lungo e in largo”. Un lavoro alle poste in apparenza facile e leggero, iniziato per sbaglio durante il periodo natalizio. A poco a poco, tuttavia, le mansioni si fanno più gravose e pericolose, mentre Chinaski continua a trascorrere le sue notti in preda a stravizi vari che, comunque, non gli impediscono di presentarsi in ufficio puntualmente alle cinque del mattino. Alcol, fumo, sesso, corse dei cavalli scandiscono un’esistenza all’eccesso che sembra inseguire una libertà personale sempre più minacciata ed erosa dall’impiego alienante, divenuto poi fisso, per conto delle poste, al punto che l’unica soluzione possibile per potersi riprendere se stesso è rappresentata dalle sole dimissioni.

“[…] Io mi alzavo verso le 10.30, facevo colazione con tutto comodo con una tazza di caffè e un paio di uova, giocavo col cane, scherzavo con la giovane moglie di un meccanico che abitava sul retro, andavo a far quattro chiacchiere con una spogliarellista che abitava sotto. Verso l’una ero alle corse, poi tornavo coi soldi, e andavo col cane fino alla fermata dell’autobus ad aspettare Betty. Era un bel vivere. […]”

Ma, dopo qualche tempo e cambio d’amante, il servizio postale intralcerà di nuovo la sua strada, senza scampo alcuno, diventando così una sorta di grande metafora della società moderna, alquanto stressante, che ingabbia le persone. E non si era che alle soglie degli anni Settanta! Inoltre, il tanto sbandierato e idealizzato American dream sembra naufragare in modo impietoso tra gli anfratti di un sottobosco di miserabili che non ce l’hanno fatta, gente che campa alla giornata senza nemmeno più illudersi che arrivi finalmente la propria occasione di riscatto.

Henry Charles Bukowski, nato in Germania nel 1920 e battezzato come Heinrich Karl, ha fatto parte a pieno titolo di quella umanità rimasta ai margini. Giunto da bambino negli Stati Uniti, conobbe dunque la realtà dell’emigrazione e un ambiente familiare problematico a causa dei maltrattamenti paterni. Iniziò a bere sin da giovanissimo e tale dipendenza finì per compromettere la sua salute, anche se non sarebbe stato l’alcolismo infine a ucciderlo; prese a vagabondare e per lungo tempo non ebbe un lavoro fisso, finché non approdò alle poste di Los Angeles, le medesime da lui immortalate e dissacrate in Post Office.

Non occorre grande fantasia per intuire la natura autobiografica del romanzo e, pertanto, comprendere che quella raccontata passo passo dalla voce narrante, Chinaski, costituisca una parte delle vicende personali dello scrittore; non a caso, fu lo stesso Bukowski, intervistato da Fernanda Pivano all’inizio degli anni Ottanta, a dichiarare che i contenuti dei suoi scritti risultano veri al “novantacinque per cento”. Un realismo autentico e spontaneo, il suo, lontano anni luce dall’immagine patinata dell’America terra di opportunità e successo per tutti. Penna anticonformista e bonariamente irriverente, Bukowski batte con dignità le reiette piste del fallimento, dell’umiliazione, dell’emarginazione; la sua prosa, fluida e accattivante, a tratti davvero irresistibile, non manca di chiamare ogni cosa col suo nome, quasi ammiccando al lettore che, se ben disposto a non far caso alla sopraccitata regola dell’autore de Il nome della rosa, troverà tra queste pagine inconfondibili non solo, nell’immediato, buonumore e qualche sana risata, ma anche uno sguardo amaro e disilluso gettato con serietà sulla vita, sul cui senso non è mai tempo perso riflettere. 

Non conosco l’opinione di Eco in merito alla produzione bukowskiana (romanzi, racconti, poesie, sceneggiature e non solo) né se, effettivamente, egli ne abbia mai espressa una, ma non sarà azzardato sostenere che l’intramontabile “Hank” appartenga a quell’olimpo dannato di scrittori senza i quali la letteratura avrebbe perso senz’altro qualcosa d’importante.

Laura Vargiu

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