La crudeltà della Storia

«Si era fatta incapace di pensare al futuro. La sua mente si restringeva all’oggi, fra l’ora della levatura mattutina e il coprifuoco».

La mente e il futuro sono quelli di Ida, una vedova che vive a Roma col figlio Nino. Il tempo è quello crudele della Seconda guerra mondiale. Crudeltà della Storia che Ida sperimenta sulla sua pelle.

A La Storia, romanzo pensato e scritto in tre anni, dal 1971 al 1974 e preceduto da Il mondo salvato dai ragazzini (1966) che in qualche modo ne rappresenta l’incipit, Elsa Morante consegna il suo livello più alto di narrazione.

Ida, la protagonista, rimasta incinta in seguito a uno stupro subito da un tedesco in una Roma occupata e devastata dalle bombe, oltre che dalla minaccia della deportazione le alita sul collo, ricordandole le origini ebraiche, dà alla luce un bambino: Giuseppe, che poi sarà sempre chiamato Useppe, come se già nel nome mostrasse una parte monca della sua vita. Ida porta avanti la sua esistenza con una narrazione che a fine libro restituisce il senso della Storia. Quella Storia che attraversa le storie di ogni persona in modo diverso, seppure uguale nel dolore, la sofferenza. La secca, quasi urticante intestazione del romanzo («uno scandalo che dura da diecimila anni») fa riferimento alla brutalità degli eventi e dei conflitti, che finiscono per riversare le loro conseguenze nefaste sulla popolazione innocente, rea semplicemente di esistere fra un conflitto e un altro.

La sorte che ricade su Ida e i suoi figli è quasi indipendente dalla loro azione, imposta com’è da forze esterne. Un romanzo che credevamo dovesse restare nelle nostre librerie come testimonianza del peggior ‘900 e che invece, per quel che accade a non troppe centinaia di chilometri da noi, torna di estrema quanto drammatica attualità.

Pino Casamassima

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