La storia di un Paese che non è mai stato normale

Pino Casamassima in Storia d’Italia (Diarkos, pagine 768 € 22,00) ripercorre le vicende politiche e non solo di una Nazione dal referendum per la Repubblica a Mani Pulite.

Una narrazione dettagliata che coincide con la nascita e la morte della prima Repubblica e con le macerie del dopo.

Un saggio approfondito e una ricostruzione storica dettagliata e curata in tutte le sue fonti: omezzo secolo della nostra storia e di un Paese che si è sempre illuso di essere compiuto.

A trent’anni  dall’inchiesta di Mani  pulite  esce questo tuo libro. C’era davvero bisogno di una Storia d’Italia. Devo dire che nelle pagine che hai scritto con la passione e rigore del giornalista si trovano tutti i fili della nostra memoria. Tu li ricostruisci essendo allo stesso tempo un attento osservatore e un testimone ben informato. A trent’anni da Tangentopoli che Paese è oggi il nostro?

«Un Paese che avrebbe potuto essere e che non è stato e, di conseguenza, non è. Il periodo d’oro degli anni a cavallo dei Sessanta, registrato in quel ’59 in cui il Financial Times assegnò l’Oscar delle monete alla nostra lira, tramonta in quel 1964 in cui sui giornali appare una parola, Congiuntura. Il boom di un Miracolo economico da quasi due cifre di Pil scompare sotto i colpi della prima grande crisi economica e politica della Repubblica. La corruzione impazza, mentre la fuga dei capitali all’estero sottrae risorse vitali a un Paese in cui la forbice Nord-Sud è oltremodo larga. Possiamo dire che da quel momento in avanti, si aprirà un nuovo capitolo: anni che correranno prima verso l’assalto alla Repubblica di nemici provenienti da sinistra e da destra con un terrorismo dalla parabola ventennale, poi dalla fine della Repubblica sotto i colpi di Tangentopoli.»

Ho trovato interessanti le tue analisi sugli anni di piombo. Tu hai scritto molto su questo periodo, oggi possiamo dire che sei uno dei maggiori esperti sull’argomento. Ci parli della genesi di quel lungo decennio di sangue. Quali sono stati i fattori politici che hanno scatenato questa violenza inaudita?

Questo Paese ha chiuso definitivamente i conti con il terrorismo politico? 

«A sinistra ci fu il malinteso senso della cosiddetta “Resistenza tradita” che, tradotto, significava semplicemente che la lotta partigiana s’era fermata senza traguardare il possibile obiettivo della rivoluzione: una sciocchezza senza pari, giacché la Resistenza fu combattuta da tutte quelle anime che avrebbero poi generato la nuova Italia: non solo quindi quella comunista, ma pure quella socialista, repubblicana, cattolica. Questo mantra della Resistenza tradita, unitamente a una sperimentazione dell’esercizio della violenza di piazza che spostava sempre più in alto l’asticella e al timore concreto di una svolta autoritaria (come in effetti era stata immaginata nel 1964 col Piano Solo), portarono le componenti più avanzate dell’antagonismo giovanile a immaginare un impossibile assalto al cielo. Le Brigate rosse e le altre 486 formazioni armate comuniste che attraverseranno il ventennio successivo sono il risultato di queste componenti. Da aggiungere che la strage di piazza Fontana del 1969 aveva chiuso un ciclo e apertone un altro che avrà chiusura con un’altra strage, quella della stazione di Bologna del 1980. La stagione delle stragi è consequenziale a Parco dei Principi, cioè a quel convegno istituito dell’Istituto Polio di studi militari, in cui la destra fascista s’interrogò su come riuscire a spazzare via la Repubblica e tornare a riprendere le redini del Paese. E la risposta fu «con ogni mezzo», appunto.

Le conclusioni  a cui arrivi sono amare. Prima di abbassare il sipario tu parli di cambiamenti che hanno portato devastazioni irrimediabili. Ovviamente in questa terra di nessuno il primato della politica si è dissolto.

Nel finale parli di mortificazione della memoria comune. Ma dopo aver raccontato per settecento pagine il nostro Paese pensi che sarà possibile rialzare il sipario su un nuovo mondo italico?

«Tangentopoli che chiude la mia narrazione è semplicemente la logica conseguenza di un Paese che per tutto il decennio precedente aveva corso dissennatamente verso il disastro, con un’appropriazione indebita delle ricorse economiche delle generazioni successive con un’inflazione a due cifre e una corruzione dai livelli come mai prima, nemmeno nei disinvolti primi anni ’60 che tuttavia arricchirono il Paese, non lo impoverirono. Negli anni ’80 il nostro è un Paese che s’imbelletta con un maquillage economico incoerente, perché non rispondente alle reali risorse della produzione industriale, ma a rimorchio di una spesa pubblica dissennata, le cui conseguenze saranno pagate dalle generazioni successive: basta pensare che è in quegli anni che una concertazione scriteriata porta alla possibilità di raggiungere la pensione con poco più di 16 anni di lavoro. Per non parlare di un comparto pubblico che finisce con l’assorbire tanta parte della forza lavoro in maniera enormemente superiore alle reali necessità, in cambio del consenso politico. I veri uffici di collocamento sono i partiti politici. Sono gli anni in cui un ufficio pubblico impiega un numero di persone enormemente superiore alle reali necessità: prova ne sia un assenteismo endemico che trova perfino narrazione cinematografica. È fuor di dubbio che l’amarezza che segna le ultime pagine del mio libro, pur lasciando aperto un pertugio alla speranza, non può prescindere dalla constatazione che il nostro è appunto un Paese che avrebbe potuto essere compiuto e che invece non è stato.»

Nicola Vacca

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