Mario Perniola: carattere e destino

In questo libro c’è tutta la vita e l’opera di Mario Perniola, uno dei più importanti filosofi italiani degli ultimi decenni, “un intellettuale disorganico”- come lui stesso si definiva – sempre attento a misurarsi con la problematica dei confini: quelli dell’identità (caratterizzata dalla fluidità più che dalla rigidità), quelli della scienza (aperta sull’arte, sul mito, sulla narrazione), quelli delle discipline (chiamate a confrontarsi per costruire ponti di senso), quelli delle culture (viste nell’ottica dell’interazione e del dialogo), quelli dello stile (mai banalmente accademico).

Perniola ha cominciato a scriverlo quando nel 2016 gli fu diagnosticato un cancro terribile che non gli ha impedito però di passare in rassegna, negli anni immediatamente successivi, tutta la sua vita, i suoi libri, i suoi incontri, i suoi amori, il significato del suo percorso di uomo e di studioso. Ne risulta un’autobiografia sui generis, un lascito culturale, ma anche un documento importante di come si può fare filosofia nel mondo postmoderno.

Il titolo, oltre che richiamare un altro libro importante di Perniola, dice molto, almeno a chi conosca le due figure mitologiche alle quali si fa riferimento.

Che significa opporre Tiresia a Edipo? Innanzitutto Tiresia! Come ci raccontano molti miti che lo riguardano, sembra che l’indovino sia diventato cieco per aver visto qualcosa che non doveva vedere, che doveva rimanere nell’ombra: niente di meno che Atena nuda mentre fa il bagno e che quindi lo punisce accecandolo, ma lo risarcisce poi dandogli l’arte della divinazione.

Oppure, altra variante, ha visto dei serpenti accoppiarsi, e avendo ucciso la femmina dei due, diventa femmina. Poi, solo rivedendo una scena simile e uccidendo questa volta il maschio, ritorna maschio.

Tiresia, col suo bastone fatto da due serpenti intrecciati, è quindi l’emblema dell’identità irrisolta, in divenire, androgina.

Ma c’è di più: in un mito che si intreccia con questo, quello di Edipo, appunto, il re di Tebe scopre di essere “fratello e padre dei suoi figli, figlio e marito di sua madre, che si è unito alla stessa donna che era stata con suo padre e che lui, lui soltanto, è l’assassino di suo padre”.

La verità viene a galla ma è sempre e proprio necessario? Non è forse meglio vivere, di fronte a certi eventi, nell’illusione e nell’innocenza di un non sapere? Cosa sarebbe il mondo senza il terribile morbo della logica? La volontà di sapere a tutti i costi è utile o dannosa alla vita? Siamo sicuri che l’oblio, in certi casi, non sia più opportuno visto che la reminiscenza è spesso fonte di tanti mali? 

“Come è terribile sapere” dice Tiresia a Edipo quando lo minaccia.  L’indovino vorrebbe tornare indietro, sottrarsi al compito dell’obbedienza al re, come la verità a volte è necessario che si ritragga.  Di quante sciagure essa è portatrice lo sappiamo: Edipo si acceca con uno spillone, Giocasta si dà la morte, i due figli Etèocle e Polinice, presi dal ribrezzo verso il padre, si alleano con lo zio Creonte che prende il regno.

Tiresia suggerisce che la verità ci porta dentro abissi che fanno inorridire. “L’ostinazione di Edipo a conoscere fatti remoti di cui tutti si sono dimenticati, disobbedendo all’invito di Tiresia … mostra chiaramente l’opposizione tra l’ingiunzione filosofica di conoscere se stessi e la sapienza mitica secondo cui tale pretesa è una manifestazione di ubris”.

Piuttosto che risolvere dialetticamente (con la sintesi) o gerarchicamente (col primato) questa tensione tra i due poli del dilemma, Perniola la lascia sussistere agonisticamente come emblema della condizione umana sospesa tra chiarezza e oscurità, tra carattere e destino, tra libertà e necessità.

Stefano Cazzato

(Mario Perniola, Tiresia contro Edipo, il melangolo, 2021, pp. 428, euro 28.00)

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