Vincenzo Consolo e lo stile originale di un narratore senza tempo

Il raffinato manierismo narrativo di Vincenzo Consolo, lo scrittore siciliano scomparso nel 2012, è una grande lezione di letteratura.

Consolo è nato a Sant’ Agata di Militello il 18 febbraio 1933. Il suo esordio avviene nel 1963 con La ferita dell’aprile. In quel periodo conosce e frequenta Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo.

La ferita dell’aprile è una fuga di immagini essenziali e rivelatrici, che suggeriscono la vicenda più che raccontarla per intero. Consolo gioca la sua partita sull’inventività di un linguaggio costruito con pazienza artigianale, ispirato dalla dure e a volte folgorante icasticità del dialetto, assorto in un suo ritmo interno: con risultati di scabro lirismo e di verità poetica, intensa e dissimulata.

Le sue intuizioni non sono elegiache e consolatorie, in queste pagine non c’è idillio, ma un amore ruvido per le cose della vita.

Nel 1976 pubblica per Einaudi Il sorriso dell’ignoto marinaio, rivelazione letteraria, frutto di un momento non felice.

Il romanzo, costruito su documenti ricreati da una fantasia folgorante, intreccia una lunga serie di motivi: l’impegno politico degli intellettuali, lo scrittore di fronte alla storia, la neutralità della scienza, la mistificazione della pagina scritta.

Anche qui il linguaggio è caratterizzato da un’inventiva innovativa, la scrittura è colma di prodigi, mimetica e parodistica. Il risultato è un impasto suggestivo in cui si fondono la tradizione colta con la cultura popolare.

Con lo stesso enciclopedismo di Gadda, Consolo scrive uno dei libri più nuovi e più importanti di quegli anni.

Consolo è senza dubbio uno dei maggiori narratori del secondo Novecento. Impareggiabile e originale il suo stile, sempre carico di intuizioni fuori dal comune soprattutto non riconducibile a nessun movimento o canone.

«Quando gli si chiedeva dove si collocava idealmente come scrittore,- scrive Paolo Di Stefano  – Consolo rispondeva in prima battuta pensando al linguaggio e denunciando il rifiuto di uno stile comunicativo: pertanto tra i due filoni letterari definiti un po’ artificiosamente da Gianfranco Contini, quello monolinguista e quello espressionista, Consolo optava decisamente per il secondo, in parte verghiano, in parte gaddiano-barocco, ormai divenuto minoritario. Lui che era stato per una vita amico di Leonardo Sciascia diceva di porsi, per le scelte stilistiche, sulla sponda opposta: non solo rispetto a Sciascia (che a sua volta parlò scherzosamente di Consolo come di un parricida, sentendosi lui il padre), ma anche rispetto a Tomasi di Lampedusa, Moravia, Morante, Calvino. E riteneva fallita l’utopia unitaria del famoso «risciacquo in Arno» di Manzoni, che pure considerava un modello «sacramentale» per la capacità di mettere in scena la storia (quella secentesca) come metafora universale. Quell’utopia era fallita perché era naufragata, secondo Consolo, la società italiana moderna, da cui era nata una superlingua piatta, tecnologico-aziendale e mediatica, che faceva ribrezzo anche a Pasolini, per il quale l’omologazione linguistica (con il conseguente tramonto dei dialetti) era il segno più visibile di un nuovo fascismo.

Dunque, per Consolo l’opzione linguistica ha una valenza non estetica ma politica, di resistenza e di opposizione, che si traduce sulla pagina in una moltiplicazione di livelli, di generi, di registri, di stili, di voci: la sua è una lingua di lingue, cui si accompagna la pluralità dei punti di vista, una lingua ricchissima, un impasto di dialetti, preziosismi, arcaismi, echi dal greco, dal latino, dallo spagnolo, dal francese, dall’arabo, eccetera, il miscuglio dei depositi di civiltà sedimentati nella storia siciliana. Se per Consolo la letteratura è memoria dolorosa e irrisolta, essa è alimentata da una memoria linguistica altrettanto dolorosa, conflittuale e composita. Anche per questo, è giusto inserire Consolo dentro la vasta e plurima cultura mediterranea».

Vincenzo Consolo (insieme a Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino) ha dato alla letteratura siciliana un respiro universale che non si potrà mai dimenticare.

In Retablo,romanzo pubblicato da Sellerio nel 1987 e che segna una svolta nella sua produzione, Consolo scrive: «Siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore. Siamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita ci scorre per davanti».

Queste parole rappresentano la personale geografia esistenziale di uno scrittore che ha inventato una lingua, che si è interrogato sulla vita e sulla letteratura, senza mai smettere di cercare per innovare.

A dieci anni dalla sua scomparsa Consolo è ancora uno scrittore folgorante.

Nicola Vacca

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