UCRAINA: LA “BADANTE ” DELL’EUROPA

La “resistenza” del 1944-45 può forse essere considerata illegittima perché l’Italia era stata (non tutta fortunatamente)  fascista?… la guerra civile spagnola altrettanto perché la penisola iberica poi fu franchista? …illegittima forse addirittura la riunificazione tedesca perché la Germania è stata nazista?                                                                                                                      

Dopo quanti “chilometri” di storia le responsabilità (e le colpe), da zavorra paralizzante, alibi per qualsiasi nefandezza, possono trasformarsi in un bagaglio di conoscenza per camminare più agevolmente nel tempo sbagliando il meno possibile?                                                                                                                             

In un mondo ideale la guerra non esisterà più ma fino ad allora è inconcepibile tanto un’ Hiroshima per ogni Pearl Harbor quanto una belligeranza ad oltranza, come il soldato giapponese Hiroo Onoda  ritrovato nella giungla su un’isola delle Filippine che, nel 1974, dopo quasi 30 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, si rifiutava di credere che la guerra fosse finita.                                              

 Tra l’ottimismo di Leibniz che il nostro è “il migliore dei mondi possibili” e il realismo di I. Calvino che quel mondo è “l’Inferno dei viventi” accetterei la conclusione di quest’ultimo che dobbiamo cercare “ciò che nell’inferno non è inferno”.                                                                             

Di certo questo è il solo mondo che abbiamo e rischiamo di estinguerci come specie per colpa delle nostre stesse mani mentre esso ci sopravviverà ancora per molto tempo.                                                                

La misura non è mai perfezione matematica ma paziente aggiustamento umano, non è una freccia retta che colpisce invariabilmente nel segno ma un’iperbole che si avvicina all’asintoto di una meta (di un’idea, di una visione) mantenendo la lucida consapevolezza che non potrà mai toccarla e tuttavia necessariamente “tendere” ad essa, come si dice in matematica, “all’infinito”.                                                                                                           

 Per tutto questo sembra almeno pretestuoso se non addirittura stucchevole contestare la legittimissima autodifesa ucraina dall’aggressione russa per (eventuali) errori commessi verso la minoranza russofona nelle regioni del Donbass che avrebbe dovuto certamente godere di maggiore autonomia secondo gli accordi di Minsk del 2015 o per le mire espansionistiche ad est della NATO.                                                                                                                        

Anche in questo caso, il ragionamento non può essere un aut-aut, ancora una volta la reazione deve essere com-misurata alla realtà altrimenti la toppa (eventuale) sarebbe peggio del buco configurandosi come un alibi vero e proprio per giustificare l’ingiustificabile: il genocidio di un popolo (quello ucraino) annientato militarmente e affamato dall’occupazione indebita in quanto stato sovrano, addirittura senza neanche una “dichiarazione di guerra”.                                                                                                  

Dimentichiamo troppo spesso che ogni nazione ha regioni e gruppi che rivendicano autonomia, si chiamino baschi e (ultimamente) catalani in Spagna, irlandesi e (ultimamente) scozzesi in Inghilterra, e per quelli di memoria corta anche la ingiustificabile quanto ridicola pretesa di una certa padania in Italia.                                                                                                

Ma una guerra non è mai giusta e anche nei momenti di tensione nessun carro armato è mai partito (e ci mancherebbe altro) da Roma per attraversare il Po!                                                                                      Però come si sa, in ogni guerra, la prima vittima è la verità che richiede insieme anche la morte della memoria.                                                                                                          

Quanto a noi, questa tragedia ci mostra come la nostra  consapevolezza dipenda moltissimo dalla percezione del “presente” che modifica radicalmente e distorce parole il cui significato  credevamo di conoscere perfettamente.                                                                                       

Ed è anche una risposta a coloro che si scandalizzano rimproverando all’Occidente un atteggiamento (che è effettivamente) completamente diverso (e forse non potrebbe essere altrimenti) rispetto ad altri scenari di guerra come l’Afganistan e ancor prima la Siria, senza citare gli innumerevoli conflitti nelle terre africane o la sistematica persecuzione degli indios amazzonici, le minoranze indiane in Asia e via dicendo.                                                                                                              

Ma in questo caso specifico si tratta del cortile di casa nostra e tant’è che ci preoccupa di più.                                                                                                            

Etimologicamente scandalon è la pietra di inciampo e di queste pietre è lastricata la strada della storia che non è per nulla lineare e asfaltata mentre, al contrario, proprio essa, come un rullo compressore, tende ad “asfaltare” tutto ciò che si oppone sul cammino.                                                                                                                    

E la stessa figura di Cristo, il massimo teoreta dell’amore, presentandosi come via, verità e vita si definisce come scandalo ammonendo i suoi che scomoda è la sua via e per niente sentimentalmente mielosa.                                                                                                                   

Ma, si sa, per soprav-vivere e orientarsi (troppo) velocemente, le parole sono spesso anche luoghi comuni, così che ucraina diviene sinonimo di badante come rumeno di poco-affidabile, indiano come lavoratore dei campi, ognuno indistintamente con lo stesso nome: (Sing per gli uomini e Kaur per le donne), africano come clandestino, filippino come domestico delle famiglie-bene e via dicendo in quest’ inventario degradante e riduttivo.                                          

Sta di fatto che abbiamo scoperto che le ucraine che avevamo (e abbiamo tuttora) in casa e che, con le loro corporature spesso imponenti, sono l’ossatura vigorosa che sostiene la muscolatura esile dei nostri vecchi, ora, declinate al singolare, non sono soltanto quella donna in particolare ma sono una terra intera, sono un popolo, una patria.                                                                                                                             

 E quella badante (ucraina) come ciascuna singola donna, nella dimensione di nazione fiera, l’Ucraina, un giorno si è trasformata nella badante di un’altra anziana, la vecchia Europa, perché con la sua fierezza e la sua forza strenua sta sorreggendo e difendendo proprio ciò che sembra scivolare dalle sue mani: la libertà.                                                      

 E simmetricamente il denaro (e le armi) europei (e non solo) sono (purtroppo) il necessario contributo ad una guerra che altri stanno combattendo al nostro posto, e che, dunque, noi combattiamo quasi per interposta persona.                                                                                                                         

E mentre Putin in una distorsione ipocrita della storia vuole propagandare la sua guerra paragonandola assurdamente al respingimento dell’esercito nazista durante il secondo conflitto mondiale, l’Ucraina sta dimostrando di aver compreso benissimo proprio la lezione di un grande russo oltre che di uno scrittore universale, Tolstoj, che in Guerra e pace sottolinea la strategia vincente del suo generale Kutuzov di coinvolgere il popolo contro la spedizione di Napoleone ma anche il coraggio di quest’ultimo nell’avanzata infinita fino allo stremo.                                                          

Leone Ginzburg, nell’introduzione al grande romanzo di Tolstoj, ha commentato il titolo affermando che la guerra rappresenterebbe il mondo storico e la pace il mondo umano, chiaramente preferito dal romanziere.                                                                                            

 Scrive, a proposito, Ginzburg: «Tolstoj è convinto che ogni uomo […] valga un altro uomo, che in tutte le epoche come in tutte le coscienze sorgano sempre i medesimi problemi: se il mondo storico è calato nel tempo […] nel mondo umano sono valide le leggi assolute della vita morale, e le azioni buone o cattive hanno un valore preciso».                                                                                               

 Proprio in riferimento a queste ultime parole, è toccante ricordare che l’Ucraina insieme alla Russia sono il granaio dell’Europa e questa guerra sta mietendo con la falce della distruzione gli sterminati campi ucraini e i suoi steli umani di frumento.                                                

 Ma “se il seme caduto in terra non muore, come recita la frase evangelica, non porta frutto”.                                                                                                       

E’ angoscioso, però, pensarla applicata alle numerose migliaia di vite falciate da questo conflitto.                                                                                                  

Potremmo  leggerne, però, il potente risvolto metaforico nella metamorfosi proprio del loro presidente Zelensky morto alla vita pur appassionante di comico e attore e rinato a quella di leader del suo popolo.                                                                                                                    

Tutti, poi, ovviamente sanno che da Gerusalemme a Gerico lo sfortunato uomo ebreo della famosa parabola (per restare nello stesso contesto culturale) non viene salvato da un sacerdote ebreo o da un levìta ebreo (l’addetto al servizio nel tempio), ma dal buon samaritano.                                                                                                      

Forse però non tutti sanno che i samaritani erano considerati grandi nemici degli ebrei… ma forse anche questo era un semplice luogo comune!                                                                                                                 

Il nostro prossimo può essere chiunque da qualunque luogo remoto… quando semplicemente si avvicina a noi e quindi il senso di responsabilità ci obbliga a non sottrarci a questo dovere magari dietro il paravento dell’ipocrisia di un falso pacifismo.                                                                    

Anche perché l’ipocrisia è madre dell’equivoco e questo produce falsità e mancanza di chiarezza divenendo, alla fine, il reale detonatore della guerra.

Paolo Fiore

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