Stéphane Brizé : UN ALTRO MONDO

Il lavoro, uno dei grandi temi colpevolmente rimossi del cinema italiano, è invece spesso un argomento di primario interesse nel cinema e (nella letteratura) francese. In particolare Stéphane Brizé ha dedicato una congrua parte della sua filmografia a indagare quanto il lavoro salariato plasmi e indirizzi la vita di noi tutti. Da ultimo, le sue riflessioni sembrano essersi raggrumate in un’ideale trilogia nella quale vengono messe in scena le nuove forme di proletariato (La legge del mercato), i sindacati o ciò che ne resta (In guerra) e, nella coda del trittico intitolata Un altro mondo, la dirigenza.

Il punto di vista scelto da Brizé e dal suo sceneggiatore Olivier Gorce coincide con quello di Philippe Lemesle, direttore di un’azienda per cui è stato predisposto un piano di mobilità. Philippe deve licenziare cinquantotto persone affinché il gruppo che controlla la fabbrica regga i colpi del mercato. Non sono permesse deroghe, nonostante gli scrupoli di Philippe e nonostante alcuni suoi omologhi degli altri stabilimenti sparsi per la Francia condividano la sua frustrazione.

Nel frattempo, tutto frana anche sul fronte privato e familiare. Il matrimonio di Philippe è agli sgoccioli, suo figlio presenta segnali di disturbo mentale. Quella che Brizé mette in scena, con un rigore a tratti bressoniano, è la radiografia di un fallimento. Fallimento sociale prima ancora che individuale, benché la macchina da presa non perda mai di vista Philippe, incarnato con partecipazione viscerale da un mostruoso Vincent Lindon (è anche produttore della pellicola, a ribadire quanto questo ruolo sia sentito). Già protagonista dei precedenti titoli della trilogia, Lindon ha attraversato tutte le classi sociali e ora veste i panni della nemesi del suo personaggio di In guerra, una sorta di controcampo del sindacalista precedentemente interpretato. Brizé non si stanca di spremere sfumature dal suo attore e Un altro mondo deve inevitabilmente larga parte della sua riuscita al tour de force recitativo di Lindon.

Facciamo la conoscenza di Philippe durante un colloquio per il divorzio. Il suo dialogo con la moglie Anne, interpretata dalla non meno brava Sandrine Kiberlain è mediato (o piuttosto letteralmente tradotto in idioletto burocratico) dai loro avvocati. Vera e propria economia della coppia (L’economie du couple era il titolo originale di Dopo l’amore di Joachim Lafosse, altro film chirurgico e non edulcorato nel parlare di denaro). Brizé racconta la fine di una vita in comune attraverso i dati più concreti e immediatamente verificabili. Si parla di immobili, di assegni divorzili, si tenta di dare un prezzo al dolore reciprocamente inflitto. È forse uno dei momenti più spietati del cinema di quest’anno. La vita privata è regolata dalle stesse logiche di mercato che muovono l’economia, gli stessi utili (quando ci sono), gli stessi danni collaterali. Tutto il film ragiona sulle possibilità di scelta lasciate al singolo (in questo caso addirittura uomo di potere) all’interno di un sistema capitalistico. Philippe si trova davanti al più estremo dei dilemmi: sacrificare cinquantotto dipendenti o sacrificare la propria carriera (la propria vita?). Lindon abita il film con una recitazione trattenuta ma, allo stesso tempo, elettrica. Il suo corpo, quasi sempre ripreso di profilo (gli sono concesse pochissime inquadrature frontali, e tutte negli ultimi dieci minuti), è spesso colto in posture ingobbite, contratte, come fosse costantemente sul punto di implodere, svuotarsi, accartocciarsi su sé stesso. Brizé costruisce il film avvicinando momenti esemplari l’uno all’altro, blocchi narrativi che, come le pareti di un cono rovesciato, guidano il racconto fino alla stretta finale. Nessuna inquadratura di raccordo che articoli il montaggio, firmato da Anne Klotz, in altro che non siano azioni, fatti, mosse e contromosse. Film lineare e angosciante, ma di un’angoscia, per così dire, ideologica; l’angoscia dettata dalla ripetitività del lavoro di fabbrica, Un altro mondo riserva un finale amaro che, in filigrana, lascia intravedere un minuscolo capitale di speranza. È una speranza tanto drammaturgicamente esatta, quanto, temo, vanamente espressa nel mondo reale.

Fabio Orrico

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