JACQUES AUDIARD: PARIGI, 13 ARR.

Fumettista americano di origini giapponesi, specialista della short story e quindi inevitabilmente avvolto da un alone di malinconia carveriana, Adrian Tomine approda al cinema attraverso la mediazione di Jacques Audiard che, tra i cineasti contemporanei, è uno dei più inclini alla sperimentazione in termini di temi, stilemi, generi. Dal noir al western, passando per la pratica del remake (Tutti i battiti del mio cuore che aggiornava al furore delle banlieu parigine lo statunitense Rapsodia per un killer, esordio di James Toback), Audiard non si tira mai indietro quando si tratta di battere strade nuove. Con Parigi, 13 arr. (il titolo italiano, nella sua demenziale mescolanza di italiano e francese risulta ben più ostico dell’originale Les Olympiades e conferma valida la sintesi di Melville a proposito dei titolisti nostrani: “Farabutti”), Audiard adatta tre racconti a fumetti di Tomine, distanziandosene, almeno in un caso, dal punto di vista strettamente drammaturgico, ma cogliendone sagacemente la disperata tenerezza e gli sprazzi di umorismo sotto la maschera del dolore. Storie ordinarie di giovani parigini: un intellettuale afrodiscendente donnaiolo con un laurea difficile da piazzare (Makita Samba), una matura studentessa scambiata per una pornostar (Noemi Merlant) e una ragazza cinese (Lucie Zhang, che del film è regina e motore immobile), sospesa tra sesso occasionale e magagne lavorative. Onesto e puntuale, Audiard non potrebbe essere più lontano da pretese autoriali precedenti alla materia stessa del suo racconto. In questo senso, immaginiamo, può essere letto il coinvolgimento in sede di sceneggiatura delle colleghe Celine Sciamma e Lea Mysius, talentuosissime cineaste dell’ultima generazione del cinema francese, particolarmente versate nel mettere in scena l’adolescenza e la giovinezza. In particolare, la voce di Sciamma è ben udibile in questo Parigi, 13 arr. specie nel personaggio di Noemie Merlant (che sotto la sua direzione aveva interpretato il notevole Ritratto della giovane in fiamme).

Audiard racconta la quotidianità dei suoi personaggi, le loro incertezze, la loro affannosa ricerca di identità in un mondo decentrato (non sarà un caso se due personaggi su tre affondano le loro radici fuori dalla Francia). La sua macchina da presa cerca il contatto fisico con gli attori. Parigi, 13 arr. è un film in cui si fa molto sesso, con libertà e felicità, senza sensi di colpa, esattamente come accade nell’ultimo Kechiche, forse con meno coinvolgimento panico, ma con una tensione profondamente fisica e, allo stesso tempo, senza trascurare i motivi di crisi e inadeguatezza che chiunque può provare. Resta memorabile Noemie Merlant che si siede sulla faccia di Samba e arriva all’orgasmo come in un esorcismo. Un momento che sigla la fine della loro relazione ma il principio, per la donna, di una consapevolezza nuova.

Girato in un bianco e nero terso ed elegantissimo (la fotografia di Paul Guilhaume richiama appropriatamente il tratto nitido di Tomine) e impreziosito dalla colonna sonora elettronica di Rone, Parigi, 13 arr. incastra con intelligente fluidità le sue tre linee narrative, concedendosi il tempo per splendide pause interlocutorie (i dialoghi in chat, la festa sulla terrazza).

Audiard, narratore puro, sembra sempre sull’orlo dell’astrazione, pretendendo una resa fenomenologica dal suo set a cielo aperto, Parigi, qui più che mai oggetto del desiderio cinefilo, museo della nouvelle vague e vera e propria protagonista, non meno degli attori in carne e ossa.

Pur nella diversità di ispirazione e senso intimo dell’opera, Parigi, 13 arr. può essere interpretato come il rovescio luminoso del già citato Tutti i battiti del mio cuore. Metropoli notturna versus metropoli diurna, colore al posto del bianco e nero, atomizzazione della visione contro una forma di racconto prismatica e intersezionale. E al di là dei pregi tecnici e stilistici del film, che sono innumerevoli, resta meravigliosa l’ultima immagine di Lucie Zhang, nerovestita, e il suo dialogo al citofono con Makita Samba.

Fabio Orrico

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