Osip: il poeta libero e l’uomo coraggioso

Osip Mandel’štam (Varsavia, 1891 –  Vladivostok, 1938) è stato uno dei poeti più importanti del Novecento.  Voce libera, venne subito isolata dal regime sovietico che lo perseguitò e arrestò due volte. Nel 1938  fu condannato ai lavori forzati. Nello stesso anno morirà in un gulag. Ma la sua poesia è sopravvissuta al gulag del pensiero comunista ed è arrivata fino a noi carica e viva di quell’autentico fervore di libertà.

«Viviamo  senza più fiutare sotto di noi il paese,/a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse, /e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina/eccoli ad evocarti il  montanaro del Cremlino».  

Sono alcuni versi di Osip Mandel’ štam, il più grande poeta in lingua russa del secolo delle idee assassine.

In tutta la sua produzione intensamente lirica per Mandel’stam la parola della poesia doveva necessariamente avere una sua totalità. Egli definiva il poeta colui che è capace di scuotere i significati, di svegliare le parole per mettere in atto una rivolta contro i luoghi comuni.

Se oggi conosciamo l’opera di questo straordinario poeta, che considerava la parola poetica un eterno assoluto in cui credere, dobbiamo ringraziare Nadežda, la sua adorata compagna di una vita intera , che dopo essere stata la spettatrice impotente della sua fine ha cominciato ad imparare a memoria tutti i versi di suo marito, rimanendo fedele al suo insegnamento: «in poesia tutto si avvera».

Per giurare amore eterno a lui e alla sua opera l’adorabile Nadežda «con la memoria e con le mani sempre pronte a scrivere, aveva fatto in modo che il lavoro di Osip, non certo fragile, combattesse il nemico ed entrasse nell’eternità senza lacrime dei poeti. La memoria le dice che c’è dell’altro da salvare, che un altro testamento è possibile. Non può andarsene dal mondo senza aver raccontato quanto sa di quell’uomo allegro che ha vissuto con lei e mai ha lasciato che perdesse il coraggio» (Elisabetta Rasy, La scienza degli addii, Rizzoli)

La sua fine  è segnata dalla pubblicazione di Epigramma a Stalin, nel 1933.

«Mandel’štam definirà Stalin «il montanaro del Cremlino», – scrive Ottavia Pojaghi Bettoni – le cui «tozze dita» sono «come vermi».

La sua, oltre a essere un’invettiva contro il leader sovietico, è una critica al regime comunista nel suo complesso, che il poeta definisce «colpevole» di numerosi, imperdonabili, errori.

Uno tra questi è la collettivizzazione forzata in Ucraina, che aveva procurato solo grande carestia.

Verrà arrestato, a seguito di una perquisizione che lo incolpa di aver scritto «versi antisovietici».

Passa poco più di un anno. Viene riaccusato e riarrestato per «attività controrivoluzionaria» e condannato a cinque anni di lager.

Vittima delle purghe staliniane, morirà durante un campo di transito, in prossimità di Vladivostok, nell’estremità orientale della Siberia, dove venne trasferito e costretto ai lavori forzati, per l’ennesima volta. Il suo corpo non venne mai trovato, le sue poesie sì.

Anche grazie alle memorie della moglie che, nel ritracciare la loro vita insieme, ne ricordava alcuni versi. Le sue opere verranno scoperte e amate in tutto il mondo: in Italia, le sue poesie verranno tradotte già dagli anni ’60».

Leggendo oggi i fogli di poesia di Osip ci troviamo davanti un poeta assoluto che non si è mai sentito contemporaneo di nessuno. La sua voce seppure annientata dalla malvagità totalitaria continua a fare rumore nel nostro tempo che continua a essere dilaniato dai lupi che hanno sempre fame e sete di sangue.

Nicola Vacca

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