Il romanzo di formazione di Giorgio Van Straten

Ho iniziato a leggere Giorgio Van Straten nel 1987. Avevo ventiquattro anni quando nel 1987 usciva da Garzanti Generazione, il suo primo romanzo.

In questi giorni lo scrittore fiorentino torna in libreria con Una disperata vitalità (HarperCollins, pagine 288, € 18,00) e nelle sue pagine ci ritrovo ancora il desiderio dello scrittore di raccontarsi e di raccontare le persone, ridando vita a qualcosa che altrimenti andrebbe perduto.Il libro è candidato da Giovanna Botteri al Premio Strega 2022.

Giorgio, scrittore e agente letterario, vive a New York e si trova alla soglia dei sessant’anni sentendo addosso il disagio di quel traguardo anagrafico.

Incomincia a fare i con conti con la sua personale caduta nel tempo facendo l’elenco dei malesseri, cercando di redigere una classifica secondo la loro gravità.

Si trova a fare i conti con il passare del tempo, con i fallimenti sentimentali, con la disillusioni dei valori in cui ha creduto la sua generazione.

Giorgio nella sua nuova vita newyorkese si trova spaesato faccia a faccia con la sua decadenza, che non è fisica ma etica e morale.

Dal rapporto stretto con il proprio corpo prende piede nella sua coscienza quella disperata vitalità di stampo pasoliniano e Giorgio si trova a ricostruire le tappe esistenziali di una vita che ha perso il suo baricentro e nella quale si sono smarriti gli ideali della gioventù, quelli con i quali la sua generazione voleva cambiare il mondo.

Lei torna a distanza di sei anni al romanzo e racconta lo spaesamento di una generazione. Cosa è cambiato nella sua scrittura rispetto agli esordi?

Credo che in questo libro ci sia una leggerezza, un’ironia che non hanno mai fatto parte della mia scrittura. Del resto mi sembrava che raccontare la storia che volevo raccontare usando lo stile dei miei romanzi precedenti avrebbe finito per rendere tutto patetico e non era l’effetto che volevo dare. In questo modo invece sia il rapporto complicato fra Giorgio e il suo invecchiamento che la descrizione di New York e della sua vita culturale potevano avere tutta la loro Disperata vitalità senza inutili appesantimenti o goffi sentimentalismi.

L’altro aspetto peculiare di questo romanzo rispetto agli altri che ho scritto è rappresentato dal fatto che il protagonista si chiama Giorgio (anche se il libro è narrato in terza persona) e in qualche misura si identifica con me. Si tratta cioè di un caso di autofiction e come in ogni autofiction che si rispetti c’è molto di vero e anche molto di falso.

 Una disperata vitalità è un libro che ha un protagonista che vive la sua crisi. Quali sono le maggiori preoccupazioni di questo intellettuale sessantenne?

La sua crisi è prima di tutto legata al passare degli anni: in particolare c’è un fatto (che si scopre verso la fine del libro) che lo obbliga a fare i conti con l’età. Ma anche i suoi vari acciacchi fisici, veri o presunti, e il modo in cui gli altri lo vedono lo costringono a prendere atto che ha compiuto sessant’anni. Appartengo a una generazione che è stata considerata giovane fino a cinquant’anni e che, dopo un intervallo temporale relativamente breve, si è ritrovata a far parte della categoria anziani. Proprio per questo i bilanci che Giorgio si trova a fare riguardano anche il percorso complessivo della sua vita e i valori in cui sente ancora di poter credere, dopo le mille disillusioni che gli stanno alle spalle e che sono legate al fallimento politico della sua generazione.

Giorgio, scrittore e agente letterario che vive a New York, si accorge alla soglia dei sessant’anni che è giunto il tempo dei bilanci e si ritrova vecchio davanti un mondo che è cambiato. Quali sono le conclusioni a cui arriva il protagonista nel rendiconto della sua esistenza?

Il protagonista non arriva a nessuna conclusione, perché non sta a lui, e neppure a me che ne scrivo, trarla. Quello che volevo fare, quello che secondo me deve sempre fare la buona letteratura, non è dare indicazioni e trarre conclusioni, piuttosto porre problemi, mettere il lettore di fronte a delle situazioni in cui potersi anche identificare, e su questa base interrogarsi e cercare delle risposte. A me interessava descrivere un uomo, le sue relazioni con il mondo che lo circonda, il suo invecchiare e la sua volontà di mantenersi vivo anche a costo, talvolta, di risultare ridicolo.

Cosa significa per Giorgio Van Straten fare letteratura. Una disperata vitalità può considerarsi il romanzo di formazione dei suoi bilanci esistenziali?

Mi piace l’idea che questo possa essere il romanzo di formazione di un autore anziano! Ogni romanzo che ho scritto nasceva dall’esigenza di chiarire qualcosa a me stesso, qualcosa che mi riguardava, ma che poteva riguardare anche altri. Poteva essere la prima parte della mia vita (come in Generazione), la mia identità e la mia appartenenza, come in quella che considero una trilogia iniziata con Il mio nome a memoria e conclusa con Storia d’amore in tempo di guerra. Non escludo che con questo libro abbia iniziato a mettere in scena un bilancio esistenziale. Ma, come nel caso del Giorgio del romanzo, ho l’ambizione e l’illusione di avere ancora davanti a me un lungo percorso di vita e letterario.

Nicola Vacca

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