Borges e i colloqui con la notte

Jorge Luis Borges ha vissuto tutta la sua vita nella cecità della notte.  Immerso in quella grande oscurità, il grande scrittore argentino ha sentito e ha visto cose altissime che ci ha trasmesso con la sua scrittura.

Attraverso i suoi libri ci ha consegnato tutto il suo mondo interiore con le sue congetture, ci ha aperto le porte alla sua immensa biblioteca che contiene la conoscenza delle conoscenze.

Alla sua notte Borges ha dedicato un libro bellissimo. Storia della notte è il terz’ultimo volume di versi pubblicato dallo scrittore. La notte del titolo corrisponde infatti al buio della morta e a quello della cecità. Egli stesso ci dice che fra tutti i libri di versi che ha pubblicato, questo è il più intimo.

Adelphi torna a pubblicare Storia della notte (a cura di Francesco Fava, pagine 126, € 13,00).

Nell’epilogo (un piccolo capolavoro di scrittura. Ha ragione il mio amico Salvatore Marazzo quando mi dice che invece di recensire il libro, basterebbe pubblicare la pagina finale in cui Borges si supera) lo scrittore si congeda dai lettori aprendo le porte della sua biblioteca universale, fondata all’ombra di quella grande notte veggente.

«Un volume di versi altro non è che un esercizio di magia» scrive Borges.

Con Storia della notte il poeta ci conduce nel lucido buio della sua magia e noi lo seguiamo affascinati, incantati e estasiati.

L’uomo cieco che cammina in una casa vuota e sfiora i dorsi ruvidi dei libri preclusi al suo amore, il poeta che guarda nel fondo delle cose senza vedere la luce di esse e inventa mondi interiori in cui ci ritroviamo e a cui apparteniamo.

Borges e i suoi infiniti riferimenti libreschi citati e vissuti per scrivere e pensare le aporie della curiosa condizione umana.

Il poeta e l’uomo che vedono nella grande notte il tempo circolare che ci riguarda e del suo mistero svelano insieme tutte le epifanie.

«Omero non ignorava che le cose si devono dire in modo indiretto. Come non lo ignoravano i suoi Greci, il cui linguaggio naturale era il mito. La favola del talamo che è un albero è una sorta di metafora. La regina seppe che lo sconosciuto era il re quando si vide nei suoi occhi, quando sentì nel proprio amore che l’amore di Ulisse l’aveva trovata».

Insieme al suo amico Omero, il poeta cieco che ha canto il mito, Borges ci porta a spasso nella sua notte e ci invita a entrare nella sua grande Biblioteca, che nasce luminosa da quella oscurità profonda in cui troviamo ben saldo il legame tra linguaggio e realtà, ma soprattutto veniamo a conoscenza dell’inventario memoriale e esistenziale di un grande uomo e di uno scrittore immenso che è stato l’artefice della luce, passeggiando per una vita intera nella notte, di cui attraverso la poesie coglie non la sua abissalità annichilente ma il luminoso  punto di fuga di un incontro.

Nicola Vacca

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