Quando la scrittura è talento puro

Emmanuel Carrère è uno scrittore vero, per quanto oziosa o vuota possa sembrare questa definizione. Ma in realtà non lo è, o non dovrebbe esserlo tanto più per noi italiani se si tiene conto del vasto e desolante panorama di scrittori di casa nostra più o meno “affermati”, dallo stile pregevole e dalla scrittura esibita, “muscolare”, che tuttavia restano ripiegati sul proprio ombelico, per usare un’immagine critica pensata da Goffredo Fofi a proposito di certi nostri autori contemporanei. Ebbene, Carrère è l’esatto contrario.

A partire dal suo esordio come narratore, nel 1983 con L’amico del giaguaro, lui invece si è sempre messo in gioco – forse con qualche rarissimo cedimento qua e là alla tentazione di ammiccare alla platea – e ha sperimentato, ha provato a smontare e rimontare i paradigmi della narrazione, ha corso il rischio di fallire e qualche volta gli è accaduto, come per tutti gli artisti che si spingono oltre il recinto dell’ordinario possibile. O del mestiere, per dirla cruda. Ma se i pilastri dell’Arte, compresa l’arte dello scrivere, sono lo studio, l’applicazione e il talento, dunque Carrère li ha messi in campo tutti. Al pari dell’altrettanto straordinario connazionale Modiano, è riuscito soprattutto a imprimere al suo codice comunicativo, ovvero una scrittura contemporanea – piana, asciutta, cristallina, quasi neutra – la capacità di selezionare, analizzare, osservare in filigrana e poi esprimere in termini letterari ogni più piccolo particolare della realtà storica e della realtà antropologica. Insomma un effettivo significante vettore davvero di un significato, non semplice esercizio di stile. Sul piano del contenuto preferendo, soprattutto Carrère, esplorare le zone d’ombra delle possibili condizioni esistenziali postmoderne così come mutuate dall’attualità e dalla cronaca. Però muovendosi sempre in bilico sull’orlo dello sconveniente, del disturbante, dell’abrasivo. Insomma, sull’orlo della grandezza, che più volte ha oltrepassato. Con Vite che non sono la mia, per esempio, il libro uscito in Italia nel 2013 per Einaudi con la traduzione di Maurizia Balmelli e nel 2019 per Adelphi con la traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio. Sì, perché è un grande romanzo, sebbene anche questa definizione risulti esageratamente sintetica, o generica, al punto da entrare nel banale. Ma a ben guardare non c’è altro termine per indicare un’opera che riesce a sostanziare una sorta di cosmogonia della sofferenza, del dolore, restando al tempo stesso lontana dal patetico, dallo scontato, dall’emotività di maniera. E poi riesce a fare di un tema di attualità, molto sottovalutato anche in Italia ovvero il sovraindebitamento inteso come cortocircuito della società dei consumi, un costrutto letterario che impone alla coscienza civile – se ancora l’abbiamo – il ripensamento di un modello, appunto di società, in cui lo strapotere delle istituzioni bancarie è un fatto.

Come spesso accade per gli scrittori d’oltralpe, la pulsione autobiografica è la scintilla che innesca il divampare della trama. Questo è già chiaro nell’incipit: La notte che precedette l’onda ricordo che io e Hélène abbiamo parlato di separarci. Non era complicato: non abitavamo sotto lo stesso tetto, non avevamo figli in comune, potevamo perfino immaginare di restare amici; però era triste. Era ancora vivo in noi il ricordo di un’altra notte, quando ci eravamo appena conosciuti, interamente passata a ripeterci che eravamo fatti l’uno per l’altro, che avremmo vissuto il resto della nostra vita insieme, che saremmo invecchiati insieme, e perfino che avremmo avuto una bambina.

L’onda è lo tsunami che nell’estate del 2004 sconvolge lo Sri Lanka, dove lo scrittore si trova in vacanza con la compagna e i rispettivi figli. La coppia stringe un forte legame con un’altra coppia, che nella sciagura ha perso la figlia, Juliette. Al loro rientro in patria affrontano un nuovo dramma: la sorella di Hélène – un magistrato schierato dalla parte degli ultimi, che si chiama Juliette proprio come la bambina morta – sta combattendo la propria ultima battaglia contro il cancro, e sta morendo. Le è vicino un altro magistrato, Etienne, con cui ha condiviso l’impegno a favore dei deboli strozzati dal sistema finanziario e di altre categorie di infelici. Etienne, a sua volta, ha già di persona attraversato il dramma della malattia.

Carrère racconta tutto questo da testimone imparziale ma non indifferente. Tratteggia in modo magistrale i profili biografici dei personaggi e nel farlo addossa su di sé queste vite, le osserva nei dettagli, le scruta, poi le racconta trasformandole nella quintessenza di quello che al sentire individuale e collettivo fa più paura. Di conseguenza, facendo questo, ci sconvolge, come nel 2000 quando pubblicò L’avversario

Vite che non sono la mia cambia il nostro punto di vista sull’esistenza come pochi altri libri riescono a fare. In questo senso è oltretutto una delle letture necessarie per chi oggi ha l’ambizione di scrivere narrativa, e lo è molto più che un corso di scrittura creativa, insieme a un ristretto numero di romanzi come Festa mobile di Hemingway, giusto per citare un altro esempio. 

Vite che non sono la mia esprime perfettamente il senso dell’impotenza di fronte alle tragedie ineluttabili, esprime senza mezze misure edulcoranti la caducità, la fragilità della condizione umana. Dopo aver raccontato in modo spietato nelle opere precedenti la malvagità dell’uomo, Carrère racconta in questo libro la malvagità del destino, con un andamento narrativo da testimone imparziale, si è già detto, nel quale tuttavia balena un sentore di pietas strettamente privata sul dolore e sulla morte. Il libro scava fino al fondo nelle storture di una società, quella postmoderna e tanto più nel ceto medio, in cui dolore e morte sono diventati spettacolo, e l’elaborazione collettiva del lutto tende a decostruire la mortalità, a renderla irrilevante, a distrarre da essa. Carrère rompe questo schema e tra le righe apre – senza forzare il lettore – a riflessioni quasi criptiche nelle quali lambisce aree di pensiero deterministico pur senza rimanerne intriso. Come anche, però, mettendo in discussione il sistema della giustizia, esprime apertamente riflessioni sociologiche che prospettano per sottrazione paradigmi di vera giustizia. 

Il tono narrativo, infine, è sostenuto da una scrittura magistrale, espressione di talento puro. Intensa, accuratissima, priva di cautele verso chicchessia tra i personaggi e verso lo stesso narratore, davvero un esempio di arte dello scrivere. Ci si rammarica che in Italia, pur essendo sempre stato pubblicato, Carrère non sia stato valorizzato adeguatamente prima dell’uscita del suo libro Limonov, il che aggiunge perplessità sul sistema che tira le fila dell’ambiente letterario del nostro Paese.

Giuseppe Scaglione

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