Le declinazioni eretiche del romanzo

Non è raro assistere a esordi nati sono il segno di una stella propizia sciogliersi in una carriera che, pur mantenendo le promesse fatte, non ricambia l’autore in popolarità e diffusione. È questo forse il caso di Paolo Barbaro che nel 1966 consegnava a Einaudi il suo Giornale dei lavori. Italo Calvino in persona aveva letto e amato il romanzo e ne aveva caldeggiato la pubblicazione.

Paolo Barbaro, nome d’arte di Ennio Gallo, era un ingegnere. Nato nel 1922 a Mestrino, in provincia di Padova, Barbaro è morto nel 2014 a Venezia lasciandoci una ventina libri (l’ultimo, Le due stagioni, uscito postumo nel 2016 per Marsilio). La sua professione è, in termini di ispirazione, niente affatto sussidiaria alla sua attività di scrittore. In effetti non credo di sbagliare avvicinando Barbaro a quella letteratura industriale che, nel corso degli anni ’60, ci ha regalato libri illuminanti e rappresentativi.

Da Volponi a Ottieri senza ignorare le declinazioni più eretiche (Di Ruscio, Brugnaro ma anche certo Balestrini) si è sviluppata una produzione letteraria centrata sul lavoro che, spesso, è fatta da borghesi. Memoriale di Volponi, forse il romanzo più importante del lotto, per esempio, mette in scena il lavoro salariato raccontato da un dirigente che si cala nei panni di un proletario. Non è di per sé un difetto e nemmeno voglio dare una connotazione negativa a questo discorso ma è un fatto che il mondo del lavoro, al netto dei poeti operai più sopra citati, è raccontato da una classe colta, scolarizzata. Barbaro non fa eccezione salvo mantenere il suo punto di vista diegeticamente borghese. Nel suo Giornale dei lavori l’accostamento di classi sociali diverse ha un peso considerevole nel dipanarsi della vicenda anche se forse, vista la rarefazione stilistica del testo, è inesatto parlare di vicenda, di trama.

Giornale dei lavori è il racconto della prima esperienza professionale di un ingegnere, professionista tra i professionisti, minuscola ruota di un ingranaggio infinitamente più grande, durante la costruzione di una diga. Siamo nel nord Italia, nei pressi di una località (fittizia) chiamata Ponte del Diavolo. Il recente e bellissimo film di Michelangelo Frammartino Il buco, pur nella diversità di ambientazione e contesto, può suggerire uno spunto visivo che sintetizzi il libro di Barbaro.

Giornale dei lavori è la cronaca di un’invasione: architetti, ingegneri, operai che intervengono su un territorio vergine per domarlo, ridisegnarlo, in definitiva alterarlo, con buona pace degli abitanti del luogo. In questo senso Barbaro scrive il suo western di fondazione ma anche il suo poema epico o, meglio ancora, un De rerum natura del mondo industrializzato. L’assenza di una trama forte asseconda il paragone con l’epica naturale dell’autore veneto. La diga sconvolge la vita di una comunità che, nell’Italia degli anni ’60, non aveva ancora avuto occasioni per vedere sensibilmente mutato il proprio paesaggio. Modificare il paesaggio significa, fatalmente, modificare l’esistenza delle persone che con quel paesaggio hanno fino allora interagito. In uno dei momenti più belli e duri del romanzo, il protagonista subisce gli atti di vandalismo (una pietra lanciata sulla sua auto) da parte di un autoctono. Un operaio mutilato a causa dei lavori che con quell’atto di boicottaggio, isolato e maldestro, vuole prendersi una rivincita. C’è distanza e rassegnazione quasi prestabilita nel dialogo che il protagonista e il mutilato intrattengono e forse proprio in questa interazione appare evidente lo scarto che nega comprensione tra chi possiede “la tecnica” (il know how, diremmo oggi) e chi questa tecnica deve concretamente utilizzarla.

La letteratura italiana, negli anni del boom economico, ha tentato di vestire i panni della classe operaia traducendo lo sforzo in sperimentazione e artificio. Volponi ne ha catturato gli echi espressionistici e quasi cruenti, Di Ruscio ne ha restituito il sapore immediato, contingente, di guerra lampo coi suoi caduti e i suoi carnefici. La visione di Barbaro ha lo sguardo ordinato e catalogatore dell’antropologo, vagamente disincantato nei momenti di libera uscita, quando gli uomini della Società (locuzione fredda, kafkiana, con cui designare i padroni) scendono in paese per impegnare il tempo libero. A quel punto è chiaro il loro essere irrimediabilmente stranieri, loro che portano benessere, progresso, lavoro e modificano prometeicamente il corso delle acque. Sono scene quotidiane trattate col massimo di semplicità ed efficacia, mai edulcorate e inevitabilmente diventano la proiezione di una nuova, non per forza migliore, Italia.

Fabio Orrico

( Paolo Barbaro, Giornale dei lavori, Abbot edizioni, pagine 120, € 13,00)

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