Le vite disperate di Inès Cagnati

“La chiamavano Génie la matta. A volte attraversava il paese a passi svelti con al braccio il cestino di legno in cui metteva sempre il sacco di iuta che le serviva da cappuccio in caso di pioggia. Io le correvo dietro con tutta la forza delle mie gambette. Se spariva all’angolo di una strada o dietro una macchina o dietro il crocchio di donne che al mattino chiacchierava facendo la spesa o che, sulla soglia di casa, raccoglievano l’acqua dei rigagnoli per innaffiare i fiori e lasciavano il loro tratto di marciapiede, mi prendeva la paura che ne approfittasse per lasciarmi là, da sola in quella strada piena di case sconosciute, di facce sconosciute.”

Comincia così Génie la matta, di Inès Cagnati, pubblicato da Adelphi e splendidamente tradotto da Ena Marchi. In quelle poche righe è già presente, lucido e drammatico, il tono e il cuore di questo libro. Duro, lacerante, capace di aprire ferite come una punta acuminata. È la storia di un amore assoluto, quello di Marie per sua madre Eugenie, detta Génie la matta dagli abitanti di un piccolo paese in una Francia profonda, in una campagna aspra e selvatica. Génie non è matta. Così la definiscono le persone del luogo perché, come dice la stessa Cagnati nella bellissima intervista riportata alla fine del libro: “[…] il matto è colui che ci rassicura su noi stessi. Ogni essere diverso da noi è matto, perché se siamo quello che siamo c’è una ragione. L’altro è matto perché noi siamo normali, e affinché noi possiamo esserlo. Ne è il garante.”

Marie è figlia di uno stupro, una bastarda, come non esitano a definirla tutti. E Génie, da allora, non parla. Trascina la sua vita da un lavoro a un altro. Vive sola con sua figlia in mezzo a un bosco di tigli. Quando arriva a casa, la sera, si leva gli stivali imbottiti di paglia per non sentire il freddo. E Marie, quando può, la segue. Sempre. La ama di un amore totale, che tutto impregna di sé, come la paura di essere abbandonata. Una paura che non la lascia mai. Una paura che la porta ad amarla ancora di più. In modo disperato e disperante. Questa madre che l’ha tenuta ma che, pietrificata dal suo dolore, non sa dire, forse non sa nemmeno più provare qualcosa che assomigli a un sentimento. A volte Génie fissa il fuoco e con le lacrime agli occhi ripete, quasi assente: “Non ho avuto niente dalla vita io.” E la piccola Marie non smette di risponderle: “Hai avuto me.” Sperando di essere sufficiente. Sapendo di non esserlo.

Con una lingua sobria, pulita e quasi scarna, attraverso frasi che si ripetono come fossero un leitmotive, Cagnati porta il lettore nel freddo della crudeltà, quella di una interra comunità, e nell’inferno di un’infanzia a cui non viene risparmiato nulla. Né il dolore, né il disorientamento che nasce quando questo dolore lo si sente forte ma non gli si dare un nome. In una natura che scandisce il ritmo, Marie e Génie, seppure in modi diametralmente opposti, si aggrappano l’una all’altra, tra una famiglia che le rifiuta entrambe perché troppo impegnata a difendere il proprio buon nome e una ipocrita rispettabilità e una comunità che sembra davvero il coro crudele e deforme di una tragedia greca. Qual è il posto per loro due? Dove potrebbero vivere? Forse in quelle isole in cui Marie sogna di portare sua madre. Forse, per loro, un posto non c’è. Destinate come appaiono a perdere tutto. Mentre attorno a loro Cagnati disegna un mondo di gesti che lei stessa ben conosce, essendo nata in una comunità agricola. Gesti e lavori indifferenti a ogni cosa. Gesti e lavori che imprigionano Génie rappresentando però la sua salvezza, aiutandola a non pensare. Anestetizzandola nel ripetersi sempre uguale delle cose e della fatica. E gesti e lavori che la piccola Marie vivrà quasi come un destino, come qualcosa che appartiene alla madre, a lei e alla loro vita.

Ma per le due donne non vi è alcun riscatto. Entrambe verranno colpite da altre tragedie mentre per la comunità non vi è redenzione alcuna dalla propria meschinità. Meschinità di cui non si rende nemmeno conto ma che perpetua con comportamenti che assumono l’aspetto di un ghigno deformato. Un libro dolente, che non lascia scampo. Un libro bellissimo.

Geraldine Meyer

(Inès Cagnati, Génie la matta, Adelphi, pagine 184, € 18,00)

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