Il processo al potere democristiano

Per fare i conti con lo scempio dell’Italia di oggi basta leggere le pagine che ieri ha scritto Leonardo Sciascia.

Il grande scrittore siciliano con una lucidità profetica, armato di un sano pessimismo della ragione, nei suoi romanzi e nei suoi pamphlets senza mai tradire il principio della verità e con il coraggio delle idee ha denunciato e smascherato tutte le ipocrisie di un Paese alla deriva.

Così ha fatto anche con L’ affaire Moro, il libro che Sciascia scrisse a caldo dopo che si era consumata nel sangue la tragedia dell’autorevole politico democristiano.

Sciascia prese le distanze , vedendoci lungo, dalla  codardia e dall’ipocrisia di politici (soprattutto democristiani e comunisti)  e giornalisti, che si affannavano a dichiarare che le lettere di Moro dalla prigionia erano opera di un pazzo o comunque prive di valore perché risultanti da una costrizione.

Quel libro ancora oggi resta il documento più attendibile su quei maledetti cinquantacinque giorni che hanno cambiato le sorti della Repubblica.

Sciascia, come Pasolini, processa il Palazzo, il potere e l’intera Democrazia Cristiana, scrivendo a denti stretti che il regime democristiano è la prosecuzione del regime fascista.

Ne L’affaire Moro rilegge la storia di uno Stato che da un secolo convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, con il banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi.

In quelle pagine parla di Aldo Moro, condannato a morte direttamente dalle Brigate Rosse e indirettamente dalla Democrazia Cristiana dallo Stato e dalla sua ragione di Stato.

Uno Stato che non ha il senso dello Stato, come in Todo Modo e ne Il contesto, e la sua classe dirigente con il suo potere democristiano ha mandato a morte Aldo Moro.

Sciascia con la sua vis polemica, rileggendo le lettere dalla prigionia di Moro, ricostruisce (per accusare) la vicenda del sequestro con la sua capacità di vedere oltre che ha fatto di lui uno scrittore scomodo.

L’affaire Moro è una rilettura delle lettere di Moro scritte dalla prigione delle Brigate Rosse. Ma Sciascia come sempre era stato veggente perché in Todo Modo aveva anticipato l’irrompere del delitto nel Palazzo.

Sciascia non aveva mai avuto stima di Moro. Ricordava che il leader democristiano, da segretario nazionale del partito, aveva preso le difese di Genco Russo, il capomafia di Mussomeli.

Non avrebbe mai pensato di dovere un giorno prendere le difese di quell’uomo che non considera affatto uno statista, come tutti lo definiscono nei primi giorni del rapimento.

L’affaire moro si apre con una citazione di Elias Canetti tratta da La provincia dell’uomo: «La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto».

Sciascia prende la decisione di scrivere L’affaire non appena legge le dichiarazioni dei presunti amici di Moro.

Lui è convinto che a uccidere Moro siano le Br con la complicità della Democrazia Cristiana.

Sciascia nel libro analizza le lettere di Aldo Moro e vi trova le risposte. «Io credo che le lettere di Moro non siano state lette bene, che ci siano dentro messaggi non decifrati».

Come sempre Leonardo Sciascia aveva colto il nocciolo della questione, il libro suscitò un vespaio di polemiche. Eugenio Scalfari accusò lo scrittore di aver scritto quel libro con il pretesto di parlare di sé e per attaccare e vendicarsi quanti a suo giudizio lo hanno offeso.

Sciascia ne L’affaire Moro analizza le parole del leader democristiano e fa emergere il dire del suo linguaggio del non dire, facendo venire a galla ancora una volta la verità: Aldo Moro è stato assassinato direttamente dalle Brigate Rosse, indirettamente dalla Democrazia Cristiana.

«Io non desidero intorno a me, lo ripeto gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e a pregare per me» così scrive Aldo Moro dalla prigione del popolo, constatando che il cosiddetto popolo dei suoi amici potenti di partito lo ha abbandonato al suo tragico destino.

Nicola Vacca

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