Alessandro Parronchi e il vissuto nella poesia

La stagione dell’ermetismo fiorentino fu ricchissima e fertile per la poesia del Novecento.

Il quindicennio (1935 -1950) vede nuovamente alla ribalta Firenze, dopo i due periodi significativi delle riviste d’avanguardia e la ripresa degli anni Trenta.

È la poesia al centro di questa rinascita. Accanto al nome di Mario Luzi nel nuovo corso dell’ermetismo fiorentino troviamo poeti importanti come Piero Bigongiari e Alessandro Parronchi.

Il nome di Parronchi è sparito, di lui si parla e si scrive poco. Eppure tra i poeti dell’ermetismo fiorentino fu il più attivo e innovativo con le sue aperture alla letteratura europea, in modo particolare al simbolismo francese.

Alessandro Parronchi nacque a Firenze nel 1914.

Tra le letture che lo influenzarono e che lasciarono un’impronta nella sua attività di critico e poeta ci furono Montale e Ungaretti ma anche Alfonso Gatto e Carlo Betocchi. Ma soprattutto Mario Luzi, a cui fu legato per tutta la vita da una fraterna amicizia.

Parrochi si iscrisse alla Facoltà di Lettere, qui conobbe e frequentò Franco Calamandrei e Franco Fortini.

Nel 1941 esce I giorni sensibili, il suo primo libro di versi. I primi passi nella poesia di Parronchi furono apprezzati dalla critica. Carlo Bo, Oreste Macrì e Giuseppe De Robertis scrissero elogi sulla sua poesia.

Poeta elegiaco e esistenziale, sempre attento all’esperienza e ai sentimenti, il poeta fiorentino non si sottrae a una lingua diretta e alle rivelazione di una parola che dice senza orpelli.

«Aliena da oltranze metaforiche, – scrive Luca Lenzini – come sarà anche in seguito, la scrittura si presentò agli esordi screziata di tratti definiti ‘neoclassici’ dalla critica coeva, non senza cadenze memori della tradizione lirica più nobile; ma, allo stesso tempo, seppe distendersi, senza contraddizione, nella prosa: che apre il primo libro, con un attacco senza riscontri nei contemporanei».

Al centro della sua sensibilità c’è sempre il vissuto. Con I visi e L’attesa comincia la sua opera di semplificazione, uno dei traguardi straordinari della poesia di Parronchi.

Una poesia scossa da una geniale immediatezza, interessata da una ammirevole nitidezza in cui gli incontri e le partecipazioni umane sono le condizioni necessarie di un fare poesia che tocca la realtà.

Coraggio di vivere (Garzanti 1961) e Pietà dell’atmosfera (Garzanti, 1970) sono i vertici più alti della sua poesia.

Giacinto Spagnoletti ha scritto che la fase migliore della poesia di Parronchi non appartiene al primo libro, ma ai successivi e soprattutto agli ultimi. Proprio quelli in cui il poeta scopre e mantiene un rapporto con la realtà, che per lui si colora sempre di sentimento, di ardore, di possibile e inevitabile smarrimento.

Oltre a Pietà dell’atmosfera vanno citati anche Replay (Garzanti, 1980) e Climax (Garzanti, 1990).

Parronchi nella sua fase discorsiva si abbandona alle ragioni della poesia attraverso le quali con un’ansia dal carattere umano tocca la realtà e il suo tempo, facendone sempre materia interiore e immanente di riflessione.

La poesia di Parronchi meriterebbe una riscoperta. La la sua lirica personale e riconoscibile ha una visione unica che non può essere ignorata.

Il poeta è scomparso Firenze nel 2007.

Nicola Vacca

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