La retorica dell’ascesa

Sin dalle prime pagine si ha l’impressione di trovarsi davanti a un libro importante.

C’è una tesi forte, che rimanda alle grandi visioni del mondo del secolo scorso, a quegli che si chiamavano orizzonti emancipativi, a concetti come giustizia sociale, uguaglianza. C’è una vis polemica, costruita sulla base di solidi argomenti, di dati, di ragionamenti degni della miglior logica filosofica. C’è l’impeto, la denuncia, la passione etica e l’impegno politico. E poi c’è quel titolo, provocatorio, libertario, antiretorico, dissonante col pensiero mainstream, che lancia una vera e propria sfida al mercato, al capitale, all’effetto San Matteo che opera come fattore divisivo e discriminante nelle nostre società democratiche: chi ha di più avrà sempre di più, chi ha di meno, sempre di meno. Il tutto sotto il velo e con la giustificazione della meritocrazia.

L’analisi di Sandel, professore ad Harvard, uno dei più grandi filosofi politici contemporanei, è spietata e non risparmia nessuno: dai conservatori ai liberali, dai democratici ai radicali, a destra coma a sinistra, oltreoceano ma anche in Europa, tutte le classi dirigenti hanno fatto propria la retorica meritocratica che esalta il vincente, il quale si sente degno del posto che occupa, umilia il perdente, il quale si rassegna alla condizione di sconfitto, e impedisce la formazione di un senso comunitario.  

Invece di essere sentito come un dono di cui sdebitarsi, come un’occasione di servizio alla comunità, soprattutto ai più deboli, come una restituzione di quello che i vincenti forse hanno meritato, ma non del tutto, il merito è diventato una clava con cui picchiare il prossimo, per farlo sentirlo in colpa prima ed abbandonarlo alla sua sorte poi.

La meritocrazia è l’ultima frontiera della globalizzazione, l’arma ideologica con cui le elites, enfatizzando la responsabilità personale nella costruzione del proprio destino, hanno sferrato il colpo mortale alla solidarietà. Risplende sulla carta come principio, come via puritana verso la salvezza, ma concretamente applicato rivela il suo lato oscuro, eticamente inaccettabile e politicamente rischioso, per cui, oltre a non essere realizzabile, non è nemmeno desiderabile, anche perché produce il risentimento dei vinti nei confronti dei vincitori, la reazione populista contro le minoranze di successo, la risposta sovranista di Trump all’etica formale di Obama. E rende la società non solo ingiusta ma anche conflittuale e rabbiosa.

Scrive Sandel: “l’etica meritocratica celebra la libertà e la meritevolezza. Se sono io responsabile per aver accumulato una quota considerevole di beni terreni … non posso non meritarmela. La mia ricchezza è ciò che mi spetta … Più consideriamo noi stessi come individui che si sono fatti da sé e autosufficienti, meno è probabile che ci preoccupiamo per il destino di quanti sono meno fortunati di noi.  Se il mio successo è dovuto a me stesso, il loro fallimento non può non essere una loro colpa. Questa logica rende la meritocrazia corrosiva di ciò che ci accomuna. Un’idea che insiste troppo sulla responsabilità personale per il nostro destino rende difficile immaginare noi stessi nei panni degli altri”. A ben vedere il merito – insegna Sandel – è il punto di confluenza in cui si incontrano destino e carattere, eredità, provenienza sociale, talento, educazione, facoltà personali, aiuti esterni e anche una discreta dose di fortuna. Dunque, non è tutto merito quel che luccica.

Stefano Cazzato

(M.Sandel, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli, 2021, pp.282, euro 20.00)

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