Mankell: essere scrittore civile

Entriamo subito nel vivo per dire che, senza ombra di dubbio, Henning Mankell, conosciuto principalmente per la serie di libri dedicati al commissario Wallander, è stato molto di più. È stato, a tutti gli effetti, uno scrittore civile. Sia chiaro che essere autore di gialli ed essere scrittore civile non sono certo due elementi in antitesi. Il giallo, così come il noir si sono spesso prestati ad essere uno sguardo di denuncia sui lati più oscuri della società. E Mankell non fa eccezione. Anzi lo affermò lui stesso quando, proprio a proposito dei libri con protagonista la straordinaria figura di Wallander disse: “[…] ho capito che il sottotitolo della serie doveva essere I romanzi dell’inquietudine svedese. Questi romanzi, in fondo, pur nella loro varietà, hanno  sempre girato intorno a un unico tema: che cosa è successo negli anni novanta allo Stato di diritto? Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello stato di diritto non è più intatto?”

Sono parole pesanti, chiare e, verrebbe da dire, quasi programmatiche. E ci indicano anche un’altra cosa e cioè che Mankell, come tutti i grandi scrittori, ha scritto un unico grande libro. E non certo per mancanza di creatività o immaginazione. Tutt’altro. Ma proprio per quel suo insistere a immergersi nel mondo con sguardo disincantato e forse proprio per questo estremamente empatico.

Mankell, nato a Stoccolma nel 1948 e morto a Goteborg nel 2015, è stato quasi una sorta di reporter del suo tempo. E lo ha fatto da “romanziere”. Al punto che sia i libri della serie su Wallander sia gli altri romanzi appaiono quasi, ciascuno, come un reportage sulla Svezia e la sua società. Una società rispetto alla quale, come dice giustamente il saggista e critico letterario Nicola Vacca, lo scrittore svedese aveva in un certo senso lo stesso rapporto che Thomas Bernhard ebbe con l’Austria.

Fu dunque reporter attraverso i suoi personaggi, certo Wallander in primis ma non unico testimone di una società piena di contraddizioni, meschinerie, crudeltà e, proprio per questo, materia di racconto. Corruzione, traffico di organi, razzismo, politica collusa con la criminalità, un sotterraneo e mai del tutto sopito nazismo che, come un fiume carsico continua a scavare nel paese nordico, sono tutti temi a cui Mankell dedica attenzione, senza voltare lo sguardo. Anzi, offrendo a noi lettori un ritratto della Svezia meno stereotipato rispetto a quanto siamo abituati a rivolgerle noi mediterranei, quasi inviandone ordine, rigore, senso civico e spirito libertario. Eppure. Eppure nonostante questa amara lucidità, non manca mai nei suoi libri un elemento umano che, se da una parte induce alla compassione, dall’altra ci ricorda che il male non è innato e, proprio per questo, ancora più presente. Potenzialmente in ciascuno di noi.

Ma essere scrittore civile in Mankell si declina non solo nell’attenzione a questioni sociali e collettive quanto, anche, nel tornare spesso su aspetti più individuali eppure universali. Malattia, morte, solitudine, vecchiaia, disorientamento. In una parola, proprio quell’inquietudine di cui parlava lui stesso. Inquieto Wallander, come inquieti, solo per fare due esempi, i protagonisti dei meravigliosi Scarpe italiane o Il ritorno del maestro di danza. Libri in cui, con forza, appare evidente come non vi sia sostanziale differenza di rigore e coerenza interna, tra gialli e romanzi. Come la tensione dei primi, fisiologica, divenga nei secondi tensione umana e etica. E questo vuol dire, insieme a molto altro, essere uno scrittore civile. Essere cioè il contrario di uno scrittore ombelicale, che si parli delle condizioni di disorganizzazione in cui versa la polizia svedese o che si parli di una donna malata di cancro.

Tensione etica, che fa di lui un immenso scrittore e dei suoi libri vera letteratura, che si può trovare chiarita e resa ancora più evidente, nelle pagine del bellissimo Sabbie mobili, mémoire, riflessione esistenziale, autobiografia, scritta da Mankell dopo avere ricevuto la diagnosi di cancro. In quel testo, struggente perché assolutamente privo di retorica, c’è tutta la poetica di Mankell e il suo essere uomo-scrittore. Impossibile scindere i due aspetti. Ed è possibile capire perché non si possa non parlare di lui come di scrittore civile.

Geraldine Meyer

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