Solenoide. Mircea Cărtărescu oltre la metafisica

Magmatico, ma pur sempre ragionato; non lineare, ma eccellentemente sincronico; universale, laddove il particolare è epifania di un qui-ora che ha solo il compito di annunciare o mostrare.

Solenoide impegna, aliena, trascina per 937 pagine, non lascia tregua. Va oltre la metafisica, perché essa può rappresentare solo una parte del pensiero; va al di là della materia, perché essa è pur sempre manipolabile; attraversa la coscienza, perché essa è solo un sottile coperchio su quell’Universo inconscio che silenziosamente domina l’uomo. Chi ha già letto la trilogia Abbacinante sa bene che Mircea Cărtărescu porta il lettore in un viaggio di allucinazioni che rivelano e la rivelazione è oltre il bene e il male. Proprio perché umanamente incomprensibile, si pone come dato di fatto che può essere solo accettato.

Solenoide è un romanzo di fatti dislocati nel tempo e nello spazio che si uniscono tra loro in modo logico-universale. Jung parlava di nessi casuali, Cărtărescu li mette in mostra. La realtà e la quotidianità sono precostituite, cesellate dalla mente. Quando oggetto e soggetto si riconoscono danno vita a una relazione. La relazione è però un dialogo e ogni dialogo può essere interpretato. Nulla è definitivo, tutto è mutabile. Un’interpretazione è sempre una verità che omette una menzogna e viceversa. La scatola cranica governa la coscienza, l’Esserci, la forma e la sostanza. È una gabbia, una prigione in cui l’individuo si abitua a vivere. Il protagonista del romanzo vuole evadere dalla cella e il suo desiderio è così forte da non restare evanescente, ma da trasformarsi in fede. La fede muove le montagne, basta averne un granello di senape per mettere in moto ogni particella che costituisce il cosmo… e in quest’opera ogni parola è un quark linguistico.

Bucarest è la città più brutta del mondo secondo l’autore-protagonista. Lui è un uomo che si insabbia nei ricordi, li rievoca per rimaneggiarli. Da Dio-narratore si fa Demiurgo che sottostà alla Necessità, a quel qualcosa che è più grande di lui, a quel destino cui anche gli dei dovevano sottomettersi. Se il Dio-uomo può giocare con la materia, altri mondi si aprono in lui, ma fino a un certo punto, perché Egli non ha accesso a tutte le porte. Il Solenoide è quindi una porta dietro cui si trova una nuova dimensione srotolata, incastonata tra altre dimensioni ancora aggrumate che il pensiero logico-matematico ha ipotizzato, ma che intuitivamente l’anima può attraversare. C’è una quarta dimensione in cui la nostra tridimensionalità appare come una linea. E la linea si interseca in un labirinto perfetto. Ogni mondo è un segmento della retta che non ha né inizio né fine, come Borges insegna.

La sofferenza di un uomo raccoglie quella di tutti gli uomini fin dal principio, ma è lo stesso urlo che la sostanza cosmica emise quando il primo parto fu compiuto. È un romanzo mistico questo di Cărtărescu, richiede la pazienza di Giobbe. Così lineare nella sua casualità, da far comprendere che tutto è relazione, tentennante movimento a cui la mente deve abbandonarsi senza mai dominarlo.

Si incontrano tra queste pagine la storia degli uomini e quella degli acari; la povertà dei romeni e quella dei folli d’ogni tempo che venivano inghiottiti dai loro universi; il trionfo delle particelle elementari e quello degli archetipi dell’inconscio collettivo. Nessuno si concede totalmente all’altro, nessuno sa di esistere in relazione all’altro. C’è quindi un altro aspetto in Solenoide che merita attenzione, la solitudine dell’uomo che comprende di non essere solo un qui ora, ma che allo stesso tempo non può abitare completamente l’altra parte dello specchio se non con l’estremo sacrificio di sé stesso.

Ma esiste uomo che vuole abbandonare davvero questa realtà? Che stia a simboleggiare questa domanda quella setta che lotta affinché la morte venga abolita? O forse la morte non esiste, perché tutti noi viviamo contemporaneamente nei miliardi di miliardi di mondi esistenti, anche se solo di uno abbiamo coscienza?

Buona lettura.

Martino Ciano

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