Viaggio nel nero contemporaneo

Non siamo una comunità, non siamo una società, non siamo una nazione, siamo un aggregato di disperazione individualista, oppure un felice aggregato di singole volontà individualiste. Abbiamo demolito e reinterpretato tutto, fino all’estremo, senza lasciare più nulla di solidamente edificato, abbiamo fondato le ragioni valide per tutti i crimini.

Ci siamo liberati delle illusioni e delle superstizioni quali la religione, la patria, lo stato, la solidarietà, l’umanità, e infine ci siamo liberati anche della libertà; ci siamo liberati di tutte le rappresentazioni del pensiero, dello spirito e della sacralità della persona, innalzando l’individuo a nuova divinità da adorare.

Non abbiamo bisogno degli altri, dobbiamo realizzare il nostro ideale di libertà sottoponendo il nostro volere solo ed esclusivamente al nostro potere, dunque la nostra libertà non può finire dove comincia la libertà degli altri, né può coincidere con quella di altri, poiché dobbiamo finalizzare la maggiore utilità per noi stessi sfruttando ogni mezzo, anche con l’inganno: pertanto entriamo in un consorzio umano solo per perseguire un nostro preciso interesse.

Ma davanti alla fine della nostra vita, davanti alla morte, noi, i nuovi dei, cosa chiediamo?  Chiediamo un’unica sola cosa: di vivere ancora, di vivere individualmente più al lungo, una proroga che non dipende da noi. Allora ci ricordiamo che esiste una morale universale, un vecchio arnese dimenticato nel mondo delle idee, ma utile all’esistenza della società e alla durata del mondo e quindi funzionale alla nostra individuale durata.

Senza la pietà, senza la legge morale, le società individualiste si reggono sul dominio, sulla forza e sulla gerarchia; l’organizzazione sociale individualista porta ineluttabilmente da una condizione di massima libertà alla pura sottomissione. Il venir meno dell’importanza del valore della vita umana, considerata nell’interezza del suo ciclo, ossia dal concepimento alla morte, ha fatto emergere un’antropologia materialista priva di sollecitazioni etiche. La soppressione della vita in quanto scandalosa unione di cellule oppure quale corpo in fase di disgregamento per vecchiaia o per malattia, introduce la negazione del concetto di dignità umana, quindi molto più semplicemente l’antropologia individualista cancella le età estreme della vita senza porsi problemi etici.

Heidegger fa acutamente notare come nella società moderna, ossia individualista, la morte stessa è stata rimossa, prevale dunque un aspetto inautentico dell’esistenza nella società individualista che risiede proprio nel fatto che si vive la morte non più pensando “io muoio”, ma “si muore”, come se la morte non coinvolgesse mai in prima persona. Ciò contraddice alla stessa natura individualista che invece sprona a vivere la realtà in prima persona ovvero secondo il proprio interesse.  

La libertà intesa come “liberazione” è stata realizzata attraverso una mobilitazione collettiva e di massa, in realtà si è trattato della realizzazione della fase storica dell’affermazione dell’individualismo, frutto del desiderio quale principio fondante della società individualista, scardinando l’ultimo diaframma di protezione dalla mega-macchina mercantile: le società naturali intermedie.

Se fino a questo momento la società individualista ha seguito e realizzato il canovaccio dettato da “L’unico e la sua proprietà” scritto da Max Stirner nel 1844, e che possiamo considerare la bibbia dell’anarchismo individualista, è con Aldous Huxley che possiamo vedere con chiarezza le linee programmatiche, praticamente concretizzate, dalla società individualista. Ne “Il mondo nuovo” scritto da Huxley nel 1932, profeticamente si contempla l’inveramento della nuova umanità, un modello pervicacemente perseguito: procreazione artificiale e manipolazione genetica, disgregazione delle società naturali, irrilevanza delle età della vita grazie alla scienza usata strumentalmente a fini ludico-estetici per abbattere la differenza e la distanza tra tempo della giovinezza e tempo della vecchiaia, soppressione della vita senza rispettare il ciclo naturale, repressione medicalizzata delle insofferenze individuali e collettive in conseguenza del vissuto in una società individualista.

E’ il trionfo di un rinato neopositivismo che ha lo scopo di diffondere e realizzare una visione scientifica del mondo, al fine di unificare tutta la conoscenza sotto l’imperio delle scienze, a detrimento della persona umana. Un’istanza anti-metafisica basata tutta sulla TECHNE (Τέχνη) ovvero il progresso scientifico e tecnologico, il cui motore è la fisica ma soprattutto la biologia che realizzerà la dissociazione tra sesso e procreazione, dopo aver incrementato il razionalismo scientifico e l’individualismo materialista al di sopra di ogni senso di comunità.

L’organizzazione, lo sviluppo ed il controllo del desiderio con la sua immediata soddisfazione, sono i princìpi guida della società individualista, la quale per funzionare deve alimentare la sofferenza ossia il desiderio e la selezione da competizione, distruggendo ogni residuo di umanità e ogni prospettiva metafisica senza i quali nessuna società potrebbe esistere, in verità nessuna società potrebbe esistere senza amorevolezza, compassione, solidarietà, lavoro, e soprattutto intelligenza. Ma l’ideologia del desiderio, cioè l’ideologia del cambiamento continuo, ha ridotto la vita dell’umanità ricca di virtù in mera esistenza individuale, monade elementare, ove non ha più alcuna importanza l’eredità del passato da trasmettere per il futuro, anche perché non rimane più nessuno a raccogliere alcun retaggio. Meglio essere una “rock star”, una “pop star” oppure un “influencer” che nuota nell’oro, più e meglio di qualsiasi speculatore finanziario, invece di essere semplicemente umano con il proprio patrimonio culturale millenario.

Gianfrancesco Caputo

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