FRATELLI D’INNOCENZO: AMERICA LATINA

Un fantasma si aggira per l’Europa (per il mondo, inutile essere ottimisti): è il thriller-col-supercolpo-di-scena-finale o, come va di moda dire oggi, con il twist (e guarda come dondola). Uno dei massimi responsabili di tale tendenza, M. Night Shyamalan, continua a sfornare questo genere di pellicole. A volte ci prende, a volte no, ma può contare su una tifoseria accanita che tende a esagerare la portata del suo contributo al cinema contemporaneo. Quindi lui va avanti. E noi a fare ooooooh sui titoli di coda dei suoi film. E comunque questa struttura da cortometraggio, con la sorpresa finale che ribalta le nostre certezze, o almeno vorrebbe e dovrebbe ribaltarle, finisce troppo spesso per confermarle, le suddette certezze. Sì, perché evidentemente lo spettatore, che ha il diritto di palpitare commuoversi spaventarsi, a questo diritto non vuol rinunciare; quindi, pretende sceneggiature in tre atti e si lamenta se l’arco narrativo non trasforma il buono in cattivo o viceversa.

Ci è cascato anche un peso massimo come Martin Scorsese che seguendo i dettami del thriller-col-supercolpo-di-scena-finale ha girato il suo film più brutto; anzi, forse il suo unico film realmente brutto, Shutter Island. Due ore abbondanti culminate in uno spiegone che avrebbe messo in imbarazzo persino Paolo Genovese e poi, taaaaaac, il supercolpo di scena o, se preferite, il twist. Finale. E ancora ci sarebbe da citare qualche francese e la deriva spiritualista di certo thriller virato torture porn (l’oscar del peggio spetta a Martyrs dell’altrove ispirato Pascal Laugier) che in America viene riformulata assecondando un rumoroso cinema da discoteca (Saw e tutti i suoi figli, probabilmente meno degeneri del padre). Forse alla fonte di tutto questo cinema clamorosamente rivelativo c’è il Fight club di Fincher che, come tutti i grandi film, dà il peggio in termini di epigoni.

Questo logorroico cappello iniziale serve per introdurre America latina, il terzo lungometraggio dei fratelli D’Innocenzo. I due autori romani sono reduci da una doppietta di bei film: La terra dell’abbondanza e Favolacce. Il primo è un racconto criminale di borgata, il secondo un morality play corale che a me, sarò pazzo, ha ricordato un po’ Sergio Citti per l’affollarsi di uno zoo umano mostruoso e ragliante. In due film i D’Innocenzo hanno dimostrato di avere stile, intuito, capacità di racconto e sguardo sensibile sugli attori. Soprattutto, hanno dimostrato di essere propensi alla ricerca, a non fermarsi banalmente su quello che viene loro bene e quindi riprodurlo con minime o massime varianti. Intendiamoci: non ci sarebbe nulla di male se lo facessero, ma non lo fanno, quindi rischiano di sbagliare. America latina è probabilmente un film sbagliato, sbagliato come assunto prima ancora che come manufatto. È un film che, personalmente, sono contento di aver visto, che immagino rivedrò ancora ma che non so dire se realmente mi sia piaciuto.

Avviciniamoci per gradi. I D’Innocenzo riconfermano Elio Germano (strepitoso come al solito) nel ruolo principale, lo rapano a zero e gli appiccicano un pizzetto, lo fanno assomigliare al Bryan Cranston di Breaking bad. Un borghese piccolo piccolo, là come qui, che deve confrontarsi col Male. Massimo, questo il nome del personaggio, fa il dentista, ha una moglie dall’aria angelicata e due figlie, un’adolescente e una bambina.

Non credo sia un particolare secondario il fatto che le tre donne più che una madre e due figlie sembrano più verisimilmente tre sorelle. La sua vita scorre serena, a Latina (da qui lo spiazzante titolo), in una villa dall’architettura avveniristica la cui cantina, e Massimo è il primo a sorprendersene, nasconde una bambina legata e imbavagliata. L’uomo trasecola. Com’è possibile? Chi ha imprigionato una bambina nella mia cantina? Sorvoliamo sul fatto che chiunque, se mai gli capitasse una cosa del genere e per quanto la situazione appaia assurda, come minimo interrogherebbe direttamente i propri familiari o si rivolgerebbe seduta stante alle forze dell’ordine.

I D’Innocenzo pretendono che l’asticella della sospensione dell’incredulità resti alta, altissima, e per me è ok. La tengo alta. Ma forse non basta: un ventennio di visioni consimili ha fatto crescere una fitta peluria sul mio stomaco di spettatore e a circa metà film ho capito dove i due fratelli vogliono andare a parare e in effetti, alla fine, andranno a parare proprio lì. Ma probabilmente questo non è un problema per un film come America latina. I D’Innocenzo vogliono girare un thriller dando fondo ai loro amori di cineteca, Polanski in primis, e scatenarsi dal punto di vista visivo. Bisogna ammettere che sono decenni che non vediamo colori così saturi nel cinema italiano (la splendida fotografia, quasi una regia-ombra, è di Paolo Carnera). Le pareti rosse della villa di Massimo fanno tornare alla mente Sussurri e grida di Bergman. In entrambi i casi abbiamo una casa-intestino nei cui dotti i personaggi si muovono attraversando stanze che sono prima di ogni altra cosa paesaggi interiori.

Anche la cantina che custodisce la prigioniera concorre all’impianto metaforico, evocando il Dario Argento di un film come Inferno (anche lì l’acqua che invade i piani bassi), horror esoterico tutto giocato sui temi della discesa e dell’inabissamento. La recitazione sussurrata richiama L’esorcista di Friedkin e la bellissima scena in cui Germano guarda con sospetto il gineceo infernale che è la sua famiglia, tre fanciulle sorridenti, scalze e di bianco vestite, evoca certe schegge del Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir. Germano, e i D’Innocenzo con lui, è evidentemente prigioniero di una casa-cinema. In questo senso anche la prevedibilità dell’esito acquista un suo senso. Nella visione dei due cineasti la ricerca formale, il taglio geometrizzante delle inquadrature, lo sfalsamento continuo di piani e il moltiplicarsi degli angoli di ripresa sono già racconto. Seppure più fragile rispetto ai film precedenti, America latina è il tassello significativo di un percorso che, a naso, non ha ancora finito di sorprenderci.

Fabio Orrico

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