Bettino Craxi aveva ragione nonostante il linciaggio delle monetine

Il comunista Sergio Staino recentemente in un’intervista rilasciata all’Huffington Post ha rievocato il clima che ha caratterizzato il linciaggio della figura umana e politica di Bettino Craxi: «Mi vergogno – ha dichiarato – della gioia che ho provato quando lanciarono le monetine a Craxi, fu il primo atto di antipolitica della storia repubblicana. Cosa abbiamo fatto per favorire che forze negative si affermassero e prendessero il potere in Italia. E mi torna sempre in mente l’assalto al segretario del partito socialista al Raphaël. Allora ci rifiutammo di vederlo come un legittimo rappresentante delle istituzioni. Un uomo con il quale dialogare. Ci lasciammo andare a una pulsione antipolitica, ad una estremizzazione dei valori etici, all’esaltazione della magistratura. Sono sentimenti che hanno aiutato a gettare discredito sul Parlamento, sulle altre istituzioni, sulla politica, attraverso la teorizzazione della superiorità della società civile».

Queste parole di pentimento, anche se tardive, ci dicono che sono maturi i tempi per provare a storicizzare gli anni della crisi della Repubblica e restituire il rilievo necessario ad un leader e a un partito, il PSI, che è stato artefice della nascita della Repubblica e, una volta staccatosi dal PCI, del tentativo di costruire in Italia una forza riformista come quelle presenti nelle maggiori democrazie europee.

A ventidue anni dalla morte di Bettino Craxi e a cento dalla scissione di Livorno, Turati e il riformismo avevano ragione.

La demonizzazione del leader socialista era partita da lontano e Craxi fu visto come il maggior ostacolo all’ingresso del PCI nel governo secondo la prospettiva della democrazia consociativa.

Craxi cercò di superare il sistema consociativo che costituiva oramai un ostacolo al ricambio politico.

Il disegno riformista di Craxi trovò ostacolo insormontabile nel PCI e anche nell’aggregare le forze dei partiti laici, andando incontro alla crisi del sistema politico al momento del crollo del Muro di Berlino.  Crisi culminata con l’esplosione di Tangentopoli che travolse il sistema dei partiti di governo e il PSI che ne era uno dei pilastri. Da quegli anni cominciarono anche il declino della politica, dell’economia e delle istituzioni repubblicane.

Craxi ha pagato caro il suo anticomunismo. Lui è stato di un anticomunista democratico che nella Guerra Fredda   europea fu un fenomeno minoritario e ancora oggi in gran parte sconosciuto.      

Dal Midas fino alla conclusione tragica della sua carriera politica, avvenuta per mano di un manipolo di toghe agli ordini di Botteghe Oscure, Craxi ha lavorato alla costruzione di una sinistra democratica e riformista.

Essere da sinistra anticomunista in quegli anni   non era una cosa facile. Il duro e puro Enrico Berlinguer arrivò a definire Bettino Craxi un “pericolo per la democrazia”.

Piero Fassino nel suo libro di Per passione (Rizzoli editore, Milano 2003, pagine 427, €16,00) rivaluta Bettino Craxi e ammette che la sfida con Craxi coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo di confrontarsi con la modernità. «Craxi ha colto prima di altri, e tra non poche incomprensioni, un’esigenza di modernizzazione».

Per Fassino è stato un errore definire Craxi un «pericolo per la democrazia», ma anzi andrebbe riscoperto il suo intuito di modernizzatore nel riconoscere che «il Pci non appare capace negli anni ottanta di affrontare il tema della modernizzazione».

Oggi che il giustizialismo è diventato l’oppio dei popoli e ci ha regalato l’antipolitica della Seconda Repubblica, per i reduci del comunismo a corto di memoria storica la questione socialista continuerà ad essere un peso ingombrante. Sarà difficile accettare una verità inconfutabile che i recenti fatti dimostrano. Cioè che le idee riformiste di Bettino Craxi sono sopravvissute al suo massacro giudiziario.

Nicola Vacca

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