Il labirinto, le tracce e la memoria

                         

I labirinti, tanto  cari al grande Jorge Luis Borges, esistono solo nella mente dell’uomo, la natura ha soltanto spazi diversi, ecosistemi differenti, al massimo  strade note o ignote, magari intricate, ma il dedalo di percorsi apparentemente senza uscita è soltanto mentale.                                                               

Ed è una nostra esclusiva.                                                                                            

 Il labirinto è la proiezione stessa della paura di perdersi e della paura della perdita.                                                                                                                                     

Per questo non c’è labirinto senza emozione e non si dà labirinto senza un Minotauro.                                                                                                                                   

Il minotauro, appunto, la perdita totale, il pericolo estremo, che però non è estraneo all’uomo stesso proprio come il minotauro  che è pur sempre prodotto dell’essere umano, sebbene della sua dimensione più folle.                                                                                                                    

Anche perché fuori il labirinto, appena oltre quel muro, non c’è l’abisso ma la vita, che, però, paradossalmente, può ignorare quella condizione tremenda almeno finché non la sperimenta.                                                                                                                     

 Usciti dalla “casa degli orrori” tra le altre giostre del luna park c’è il frastuono apparentemente tranquillizzante che però non stempera di un virgola la paura all’interno di essa.                                                                                                                  

Così come appena oltre i reticolati di Auschwitz c’erano fattorie dove la vita scorreva apparentemente tranquilla, oltre i muri dei campi profughi si aprivano e si aprono le case della gente comune, oltre le favelas, i villaggi turistici, oltre le grate dei manicomi, le inferriate delle abitazioni normali, oltre le isole di Nisida, le isole di Capri e così via attraverso le infinite geografie della contraddizione  nello spazio e nel tempo.                                                                                                                                             

Ma nei labirinti si possono anche trovare e sperimentare strade nuove oltre che perdere quelle già note, dopotutto, sono finzioni, (e Ficciones è proprio il titolo di una raccolta di Borges) nel senso più pregnante e generativo del termine, come immaginazioni, progettazione qui ed ora e anticipazione di possibilità di là da venire.                                                                                             

 Il futuro, d’altronde, come pensava Agostino è il presente dell’attesa.                                                                                                                 

Ancora con le parole di Borges: «Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano».                                                                           

Ed in effetti, il tema reale del racconto del grande scrittore argentino è proprio il tempo.                                                                                                                        

In particolare la possibilità di descrivere tutti i possibili sviluppi di un evento, seguito ognuno nelle sue ulteriori possibilità, tutte altrettanto parallele e reali.                                                         

Quindi il labirinto fisico si trasforma in labirinto temporale, il racconto stesso diviene labirintico, di più, libro e labirinto sono la stessa cosa, come scopriranno i protagonisti della storia.                                                                  

D’altronde, l’uomo consiste nella sua parola, nella sua scrittura e sono queste e solo queste che de-finiscono il suo mondo.                                                                           

 Ci richiama l’incipit di un altro grande racconto di Borges La Biblioteca di Babele: «L’Universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito e forse infinito di gallerie…»                                                                     

Ma c’è un filo, per quanto sottile, che può trasformare un labirinto in una strada, un’aporia in una meta, a patto che all’altra estremità di esso ci sia               un’ Arianna, poiché, per dirla con Margaret Mazzantini, nessuno si salva da solo.                                                                                                                                      

Però, più o meno improvvisamente ogni filo può spezzarsi, e ci si trova piantati in asso, come la protagonista del mito.                                                              

Niente però è refrattariamente àporos: inaccessibile.                                                       

 Basta un ripensamento, una frattura nella inscalfibilità della nostra autoreferenzialità e si squarcia un cielo apparentemente invisibile perché c’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce come ci ricorda Leonard Cohen così che anche un innominato manzoniano può conquistare, nell’ascolto, la benedizione del nome.                                                                                                                                           

Poi c’è chi i labirinti li disegna attorno a sé pretendendo di imprigionarvi anche tutti gli altri, come una ragnatela senza uscita, come un Sansone che accetta, al limite, anche, la morte purché sia con tutti i filistei.                           

Come quel generale di Gabriel García Márquez che nel delirio di onnipotenza ordinava si spostassero le porte, si abbattessero i muri, si allargassero i percorsi del suo labirinto perché il suo io ipertrofico diveniva sempre più ingombrante incastrando tra i muri se stesso insieme agli altri.                                        

Ma nessun guardiano del labirinto può pretendere di essere più forte di esso, non a caso il bibliotecario del Nome della rosa si chiamava Malachìa che, se in ebraico significa il messaggero e dunque il custode della parola e del libro, in greco proviene da malakìa (debolezza) a ricordargli quanto fosse problematico quel ruolo.                                                                                                                                  

Tuttavia nessun percorso è così squallido da non nascondere tra le squame della sua ruvidezza tracce di aromi e balsami emollienti, così spoglio da non conservare negli interstizi echi di voci che si sono riconosciute, così freddo da non preservare cantucci di calore.                                                                                          

La memoria è lastricata di tracce ed è ricca e popolosa nella misura in cui ha il coraggio di accendere la luce del ricordo anche nelle stanze che si vorrebbero abbandonate al buio.                                                                                                             

Ma, forse, i labirinti sono inevitabili poiché come concludeva Borges « Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo.                                             

Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.                                                                                            

Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto» anche perché, come ci ricorda nella stupenda poesia Le nubi, in fin dei conti, «Somos los que se van».

Paolo Fiore

Un pensiero su “Il labirinto, le tracce e la memoria

  1. “Bellissimo” perché ispirato, “filosofico” perché ragionato, “profondo” perché sentito dal fondo del cuore; è così questo nuovo articolo di Paolo Fiore che più di un articolo appare come un manifesto alla libertà della mente.
    Bellissimo, filosofico e profondo sono gli aggettivi di un pensiero nuovo, volto a riconoscere i limiti del Minotauro che costantemente alimentiamo.
    Un inno alle potenzialità umane, un monito ai suoi limiti, un incrocio di vero e verosimile per uscire dal labirinto, per uscire dal mito della caverna come Platone ci aveva insegnato.
    Parole? – Idee- rispondo.
    Filosofia? – Vita- aggiungo.
    Chiacchiere? – Esistenza- grazie.

    E grazie Paolo per questo sollievo, indispensabile, dalle paure attuali e questa mappa, necessaria, nel labirinto odierno.

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