Gottfried Benn. Doppia vita: bilancio e breviario d’artista

“Talvolta un’ora, e tu esisti; il resto è quel che accade. Talvolta i due mondi s’innalzano in un sogno” dice Rönne. Quali sono, dunque, i due mondi? L’Io e la natura. Che cosa generano? Tutt’al più, un sogno. È questo, naturalmente , un principio di irrealtà, questo principio di Rönne, e quando entra in azione, quando “freme?”. “Quando sei a pezzi”. In un’altra occasione, egli constata: “Qual era stato fin qui il cammino dell’umanità? Aveva voluto instaurare l’ordine in ciò che sarebbe dovuto rimanere un gioco. Ma in definitiva era rimasto un gioco, perché nulla era reale. Lui era reale? No; solo tutto il possibile, questo egli era.

Doppia vita è il libro in cui  Gottfried Benn mette a fuoco se stesso ( Adelphi, pagg. 189). Accanto a Rönne, in quest’anomala e sorprendente autobiografia d’autore, appare nel 1916 un altro personaggio, Pameelen, dove, la questione della realtà riaffiora in maniera ancora più diretta e abissale.

Qui, in questa testa, si compie la dissoluzione di un’epoca. In pratica, va in frantumi l’Io, qualcosa che da secoli e in piena legittimità aveva sorretto il cosmo umano, in forme ereditarie, attraverso le generazioni. “Perché in migliaia di documenti, attraverso così tanti secoli, la religione, l’idealismo filosofico, l’illuminismo, l’umanesimo, avevano innalzato e celebrato il mondo dei concetti, della logica, dell’homo sapiens quale grandezza somma dell’umano, del divino, di quanto è europeo, e adesso anche questo era equivoco, tormento, spasmo, rantolo, delirio. Da quale parte andava dunque l’uomo, il portatore di mondi oggettivi, escluso dai compiti dell’educazione con una diversa conformazione corporea (le donne)? Chi si aspettava da Gottfried Benn qualcosa di risolutivo riguardo alla sua vita non poteva che rimanerne deluso.

Doppia vita esce per la prima volta nel 1950 e sembrava dovesse appianare molte questioni, cosa che lo stesso autore sentiva di non poter assecondare. Il disagio di Benn, come scrive Roberto Calasso in Fase II, una sorta d’introduzione, ma anche parte finale di Doppia Vita, era la sensazione che il libro sarebbe stato letto come un’inevitabile misura autodifensiva, il che, non si sarebbe potuto evitare. – La fama non ha ali bianche, scrive Balzac, ma quando negli ultimi quindici anni si è stati, al pari di me, additati in pubblico come porci dai nazisti, come imbecilli dai comunisti, come prostitutori dello spirito dai democratici, come traditore dagli emigrati, come nichilisti patologici dai discepoli della religione, non si ha una gran voglia di presentarsi nuovamente in mezzo a quel pubblico. –

Da qui, la ritrosia alla pubblicazione da parte dello scrittore tedesco che comunque, dietro notevoli insistenze dell’editore, avvenne. E come ci si aspettava, il libro non fu letto nella maniera in cui avrebbe preferito l’autore. In segreto, riporta Calasso, Benn avrebbe voluto che il libro si leggesse partendo dalla fine, da quelle ultime pagine che chiamava Fase II e che erano esplose in una intervista prima di prendere forma come settima parte del libro. Lì, e solo lì, stava l’essenziale, in forma aforistica, abbreviata, fulminante.

 Per Gottfried Benn non esiste alcuna realtà. Esiste la coscienza umana che grazie alla propria ostinazione, fermezza, perseveranza, fa mondo. Lo trasforma, lo elabora, lo patisce, v’imprime l’impronta dello spirito. E ancora, sempre i suoi alter ego: Un sogno è il mondo, e un fumo dinanzi agli occhi di un essere eternamente insoddisfatto. L’uomo di Benn è un essere devastato, un uomo con una doppia se non molteplice vita sempre in lotta per una corrispondenza, una simmetria, una proporzione  che sa di non poter trovare. Non c’è nulla, ma sopra solo lo smalto.

E quest’autobiografia si presenta come una vigorosa resa dei conti con la Germania, – come solo Nietzsche, prima, aveva osato – e nello stesso tempo un resoconto di poetica e di poesia, vertice di quella “prosa assoluta”, o forma di cui Benn è stato solitario cultore del suo secolo. Così scrive: Quel che l’uomo politico mai sarà in grado di vedere è la solitudine, la ascesi, la vita monastica – l’arte. Ma se l’umanità non avesse tutto questo, non sarebbe tale. D’altro canto, essa può anche farne a meno, e sovente è già accaduto, di certe conquiste civilizzatrici quali la vendetta in forma di censura e il risentimento personale quale precetto critico. Fase II, ossia una definizione dello stile espressionista ed espressivo. In pratica, una ricerca ossessiva della forma. Una zona di mutazione, d’irrequietudini, inciampi, difficoltà. Lo stile, dirà nell’intervista da cui trarrà Fase II, è superiore alla verità, porta in sé la prova dell’esistenza. E aggiunge: Le epoche finiscono con l’arte e il genere umano finirà con l’arte. Prima i sauri, i rettili, poi la specie con l’arte. Un’autobiografia, quella di Benn, che lascia affiorare man mano che si legge, il profilo di un’epoca, l’inizio del Novecento, secolo tra i più alteranti e sofisticati che l’umanità abbia mai vissuto. Un periodo luttuoso, drammatico, atroce, che ha visto due guerre mondiali e la nascita di nuovi profili geografici e interiori, che dovevano in ogni modo stabilire nuovi assetti, inconsueti equilibri se non vere e proprie trasformazioni sociali e antropologiche. Tuttavia ciò che interessa Benn è l’arte. E questo libro ne è un fondamentalmente compendio. Se mai capitasse di pensarci, scrive Benn, si determinerebbe che noi ci muoviamo più nella nostra sfera cerebrale che non in quella sessuale o intestinale o muscolare. Ecco allora che l’arte, l’opera può nascere solamente in uno spazio chiuso. Niente di dinamico.

L’arte, secondo Benn è statica. Il suo contenuto è un bilanciamento fra tradizione e originalità, il suo procedimento, la ricerca dell’equilibrio fra massa e punto d’appoggio. Basta con le irradiazioni universalistiche afferma Benn perentorio. L’artista crea fulcri, rotazioni, preamboli. Storia e pensiero sono fatalmente separati. E glossa: oggi, in effetti, esistono solamente due tipi di trascendenza verbale: i teoremi della matematica e la parola come arte. Benn, il medico, il flagellante della realtà oggettiva, può allora ultimare: Le cose della mente sono irreversibili vanno avanti fino alla fine della notte; hanno una veemenza che supera quella delle cose fisiche. È solo giusto, scrive Calasso, che in queste ultime righe si evochi la notte, come nel primo titolo di Céline. Sapevano di che cosa stavano parlando.

Salvatore Marrazzo

 Gottfried Benn, Doppia vita  Adelphi, pagg. 189, € 19,00)

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