PAUL VERHOEVEN: BENEDETTA

Il rientro in Europa di Paul Verhoeven, dopo quasi due decenni di frequentazioni hollywoodiane, ha riacceso nel cineasta olandese un vigore e un desiderio di sperimentazione che lo stanco e anodino L’uomo senza ombra faceva temere essere ormai archiviati. Ce lo dimostra Black book, il film del ritorno in patria nel 2006, e in modo ancora più compiuto Elle, opera dalla morfologia non binaria e testo quasi punk nel suo interrogare la contemporaneità.

Benedetta, ultimo nato in casa Verhoeven, la cui sceneggiatura (firmata da David Birke in tandem con il regista) volge in forma drammatica le analisi contenute nel saggio Atti impuri di Judith C. Brown, si concentra sulla figura storica di Benedetta Carlini, monaca vissuta a Pescia fra il 1591 e il 1661. Lesbica e mistica religiosa, visitata da visioni terrorizzanti e presenze sovrannaturali, Benedetta desterà l’attenzione del braccio secolare della Chiesa allorché verrà scoperta la sua relazione con la consorella Suor Bartolomea. Questa vicenda in cui si mescolano religiosità, spiritualismo, superstizione e protofemminismo non poteva non destare l’interesse di un cineasta oltranzista come Verhoeven il quale, nel trattare tale materia, ne illumina prevedibilmente il lato più effettistico e sensazionalista. E, attenzione, non è un giudizio di valore negativo, ma proprio tutto il contrario! Sembrerebbe quasi che Verhoeven abbia guardato al cinema dei conventi e delle relative prurigini sororali di cui proprio noi italiani eravamo campioni negli anni ’70 del secolo scorso; pellicole come Le monache di Sant’Arcangelo di Domenico Paolella ma soprattutto il bellissimo quanto sottovalutato Flavia, la monaca musulmana di Gianfranco Mingozzi che, procedendo dal modello de I diavoli di Ken Russell, trovava una sua strada personalissima nel nome dell’estremismo visivo.   

Verhoeven inizia il film con un episodio dell’infanzia di Benedetta. Sulla strada per il convento di Pescia la bambina, che sostiene con la massima serietà di intrattenere un colloquio interiore con la vergine Maria, riesce a salvare la sua famiglia dall’aggressione di alcuni briganti. Da lì in poi la violenza maschile sarà protagonista delle sue visioni in età adulta, accompagnate dalla mediazione di un Cristo bellissimo e guerriero, nei confronti del quale sono esplicitati pensieri non esattamente casti.

Il primo dato sensibile della vita in convento riguarda l’aspetto economico. Le novizie devono comprare, spesso a caro prezzo, l’ingresso nell’ordine. Charlotte Rampling, madre superiora in seguito spodestata, sfodera subito un paragone con il mercato del bestiame, ponendosi nel segno dell’evidenza e del cinismo. Come tutti i film ambientati in un universo concentrazionario, anche Benedetta è un film sul potere. E se il denaro è ovunque, in cielo, in terra, nei luoghi dello spirito indifferentemente che in quelli del commercio, l’altro grimaldello per forzare concetti e teorie non può essere che il sesso, come se Balzac dialogasse direttamente con Flaubert. Bartolomea, popolana abusata dal padre e dai fratelli, entra in convento sotto l’ala protettrice di Benedetta e in breve tra le due nasce una furiosa passione carnale. Pochi, forse nessuno, film contemporanei descrivono il sesso con la libertà e l’esplicitezza adottate da Verhoeven. Prescindendo da provocazioni studiate e consapevoli, mi viene in mente soprattutto Kechiche e i suoi La vita di Adele e Mektoub, my love: canto 1. Verhoeven rincara la dose però con lunghe scene di nudo, residui di immaginario exploitation (non credo che i conventi abbondino di suore belle e sexy come Virginie Efira, Daphne Patakia o Louise Chevillotte) e una statua della madonna usata come godemiché. Una trovata, quest’ultima, che probabilmente sarebbe piaciuta a Marco Ferreri.

In questo mondo chiuso, l’introduzione dell’elemento maschile, il nunzio pontificio (che ha il volto affilato e bello di Lambert Wilson, habitué di tanto cinema d’autore) porta con sé, o meglio vorrebbe portare con sé, rigore e ordine. Verhoeven sembra voler sbriciolare questa necessità di disciplina con il caos degli istinti primari (Basic instinct insomma, per citare il suo film più fortunato e brutto) e orchestra un gran finale pregno di un cattivo gusto (è ancora un complimento, occhio) profondamente italiano. Perché italiano? Perché penso a certi momenti del cinema di Liliana Cavani, per esempio Dominique Sanda che orina in un vaso di fiori in Al di là del bene e del male o l’uomo schiacciato dal carrarmato nel finale de La pelle, ma anche ai disturbanti partiti presi stilistici di Eriprando Visconti o Alberto Cavallone, perché penso a un cinema d’autore (il nostro) che nei già citati anni ’70 era capace di frequentare i salotti dell’aristocrazia e, con la stessa fertilità, anzi anche maggiore, la suburra delle canaglie.

Nel frattempo, a Pescia infuria la peste e Verhoeven la mette in scena da par suo, concludendo con l’ecatombe volontaria della Rampling fra le fiamme. La verità storica è garantita dalla didascalia finale, com’è consuetudine in ogni film che abbia pretese di autenticità ma noi sappiamo che Verhoeven, grande vecchio indomito, a voluto farci vivere una fantasmagoria o, che poi è lo stesso, una danza macabra.

Fabio Orrico

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