Tre film

Junichiro Tanizaki esordisce con un racconto breve, meno di dieci pagine, intitolato Il tatuaggio. Spesso si dice che l’opera d’esordio di un autore, anche quando non perfettamente compiuta, contiene tutto il suo mondo a venire. È un’idea affascinante, non necessariamente vera, non sempre, forse quasi mai ma lo è in questo caso.

Il tatuatore Seikichi è ormai senza rivali: aspetta soltanto l’occasione giusta per raggiungere l’apice del suo virtuosismo e l’occasione si identifica con l’individuazione del supporto adatto a ospitare l’arte in cui eccelle. Seikichi è, in altre parole, alla ricerca di un corpo. Un giorno, mentre passeggia, ha una vera e propria epifania, descritta da Tanizaki nella sua lingua sensuale ed evocativa: “Proprio nell’estate di quel quarto anno, mentre una sera passava per caso davanti al ristorante Hirasei di Fukugawa fu colpito dalla vista di un candido nudo piede di donna che spuntava dalla cortina di bambù di un palanchino in attesa davanti all’entrata. All’occhio attento di Seikichi un piede poteva trasmettere le stesse complesse sensazioni di un viso, e il piede di quella donna gli apparve come un prezioso gioiello di carne. Cinque dita delicate disposte in modo perfetto dall’alluce al mignolo, unghie pari nelle sfumature al rosato delle conchiglie che si trovano solo sulla spiaggia di Enoshima, un tallone la cui levigata rotondità faceva pensare a una perla, l’incredibile luminosità della pelle che pareva purificata da una fresca sorgente di roccia. Un piede simile era un piede capace di succhiar via il sangue a un uomo e di calpestarne il cadavere. Realizzò che era il piede della donna che stava cercando da anni”. La parte per il tutto. Lo spettacolo del piede femminile è spesso il motore delle più belle storie di Tanizaki. Quando Seikichi ritrova quel piede lo riconosce immediatamente; la ragazza cui appartiene è una geisha molto giovane e ancora inesperta. Seikichi le mostra un dipinto che rappresenta una giovane donna ergersi su un cumulo di cadaveri (“il suo concime” precisa icasticamente Tanizaki). Il volto della donna raffigurata somiglia in modo quasi sovrannaturale alla ragazza, ne ha la bellezza e in aggiunta una nota crudele che, intuiamo, apparterrà in futuro anche alla sua omologa in carne e ossa. La ragazza viene letteralmente rapita e sedata. Con lei esanime, Seikichi si scatena: il tatuaggio che imprime su di lei rappresenta un enorme ragno che le lambisce la schiena, quasi inghiottendola. Ancora dolorante la ragazza cede al desiderio del sequestratore che ormai ha raggiunto il suo obiettivo. Non solo: in ginocchio, ha trovato la sua dea. L’identificazione tra la sua modella e la figura del quadro è compiuta. La ragazza si erge in tutta la sua statura e rivolge a Seikichi le parole che chiudono il racconto: “Sarai il mio primo concime.” Quando, cinquantasei anni dopo, Yasuzo Masumura gira Irezumi, film dichiaratamente ispirato al racconto di Tanizaki, è ovvio che la linea narrativa è troppo esile per sostenere la canonica durata di un’ora e mezzo. La sceneggiatura, firmata da Kaneto Shindo, ci mostra quindi qualche retroscena della vita della ragazza che, nella versione filmica, acquista un nome: Otsuya. Fuggita di casa col suo amante Shinsuku, Otsuya viene reclutata come geisha da un ricco possidente. È lui, e non il tatuatore, a mostrarle il dipinto. Frequentando la casa dell’uomo Otsuya viene notata da Seikichi. Il finale del film è una vera e propria ecatombe. La ragazza viene uccisa dal tatuatore che a sua volta si toglie la vita. Il ragno dipinto sulla schiena della donna sembra quasi dissetarsi col sangue sgorgato dalle altrui ferite. Opera visivamente lussureggiante, il film di Masumura trova in Ayako Wakao l’interprete perfetta della mantide tanizakiana. Di volta in volta proterva e arrendevole, Wakao è straordinariamente aderente al ruolo, tanto da farci immaginare che lo stesso Tanizaki, vedendola, ne sarebbe rimasto turbato. Masumura, enfant terrible del cinema giapponese resta un passo indietro rispetto a Tanizaki. La morte di Otsuya sembra porre un argine al potere distruttivo di Eros, trionfatore incontrastato nella versione letteraria. In ogni caso, Irezumi resta un’opera unica, una gemma oscura che pulsa al centro della filmografia (già di per sé ricchissima) di Masumura, un film il cui erotismo traumatizzante viene tradotto in scelte stilistiche di abbacinante vividezza. Le immagini scorrono davanti ai nostri occhi con l’evanescenza di una seta mossa dal vento. Irezumi non viene filmato quanto piuttosto istoriato.

Ayako Wakao e Yasuzo Masumura girano insieme venticinque film, tre dei quali tratti da alcune fra le opere maggiori di Tanizaki. Un anno dopo Irezumi è la volta di, così la distribuzione italiana, La gatta giapponese tratto da L’amore di uno sciocco, uno degli apici dello scrittore giapponese. La storia è quella dell’amour fou di Joji, un modesto impiegato, per Naomi.

Joji vuole fare di lei la moglie perfetta. Spoiler: non ci riuscirà.

In questa sorta di parodia del mito di Pigmalione, Naomi ribalta i desideri del suo amante, imponendo la sua legge. Anche qui Masumura dà prova della piena comprensione delle ossessioni di Tanizaki, così come Wakao si riappropria delle caratteristiche salienti delle sue eroine. Capricciosa, prepotente, bugiarda, Naomi sconvolge la vita di Joji, rendendosi in breve a lui indispensabile. In tre momenti Masumura filma la ragazza a cavallo del suo amante. All’inizio come se si trattasse di un gioco, qualcosa di innocente e puerile. Poi, la seconda volta, lo svago si è trasformato in un rituale erotico. Alla fine del film, l’immagine sigla la vittoria di Naomi, l’imporre senza mediazioni la sua volontà sull’uomo. Se Irezumi era un film stilisticamente controllatissimo, una vera e propria cattedrale di cinema illuminata dal DOP Kazuo Miyagawa (accanto a Kurosawa nei suoi capolavori degli anni ‘50), La gatta giapponese sfoggia una grammatica di regia apparentemente più semplice. La calligrafia di Masumura si adatta al soggetto: laddove Irezumi sconfinava nel fiabesco e nella metafora, La gatta giapponese tesse legami strettissimi con la contemporaneità, portando a compimento quel distacco dalla tradizione che lo stesso Tanizaki aveva metaforizzato nel personaggio di Naomi (il cui nome ha, non a caso, un suono occidentale).

Una scena: dopo una serata danzante nella quale Naomi è stata costantemente al centro dell’attenzione, esasperando la gelosia del suo amante, un paio di bellimbusti avvicinano la coppia per consumare il bicchiere della staffa. I due ragazzi mirano naturalmente alla giovane. Finiscono a letto tutti e quattro, a casa di Joji, perché, ubriachi come sono, sarebbe un’imprudenza mettersi al volante. Come un’ape regina, Naomi sovrintende una vera e propria cerimonia notturna. La ragazza si stende sui suoi compagni di letto, offrendo i suoi piedi nudi, feticcio tanizakiano per eccellenza, a colui che, secondo il suo insindacabile e ondivago giudizio, sia il più meritevole. Sequenza magistrale, sulla pagina così come sulla pellicola, nella quale è possibile misurare lo spessore della gelosia di Joji, la sua umiliante disperazione ma anche la sua foia, ogni qual volta le forme di Naomi aderiscono al suo corpo. Ancora una volta, la differenza la fa Ayako Wakao, musa oscura capace di dare corpo ai fantasmi del grande scrittore.

Ad aprire il primo dei tre film tratti da Tanizaki e cioè La croce buddista, da noi impietosamente ribattezzato La casa degli amori particolari, è però la nuca bellissima di Kyoko Kishida che, in un’ultima e speculare inquadratura, tornerà a  offrirsi ai nostri occhi, dopo aver raccontato al suo maestro (non lo vediamo in faccia ma ne percepiamo il carisma) il triangolo amoroso che ha coinvolto lei, suo marito e la giovane Matsuko, ennesima mantide tanizakiana, nuovamente affidata ai grandissimi mezzi di Ayako Wakao.

Sonoko e Matsuko si conoscono a un corso di pittura e viene quasi naturale alle due donne lasciare evolvere la loro amicizia nei rispettivi ruoli di pittrice e modella. In uno dei momenti più cupamente erotici della storia del cinema assistiamo alla schermaglia fra le due donne. Sonoko chiede a Matsuko di spogliarsi per vedere il suo corpo, prenderne le misure in previsione del ritratto che le farà. Matsuko attraversa tutti i possibili stadi della sua arte seduttiva: Si schermisce, esprime ritrosia e imbarazzo, quindi vanità una volta nuda, mentre Sonoko ostenta la fissità di un fedele di fronte alla sua Dea. È straordinaria Kyoko Kishida, prostrata di fronte ad Ayako Wakao, lo sguardo adorante puntato sull’oggetto del suo desiderio. Attrice dalla presenza scenica quasi elettrica, in grado di trasferire mesmericamente allo spettatore le nevrosi del suo personaggio, Kishida affronta la via crucis che unisce Eros a Thanatos, de facto restando l’unica sopravvissuta al gioco al massacro da lei stessa innescato. Sono quelle regole dell’assurdo applicate da Tanizaki al mondo che Masumura è bravissimo a portare al punto di massima incandescenza.

Nelle mani di Masumura, Ayako Wakao diventa figura doppia, condannata a essere rappresentata. In tutti e tre i film la sua presenza fisica diventa simulacro, calco, pittura, fotografia. La gatta giapponese si apre proprio con le fotografie che Joji ha scattato a Naomi, immagini che i jump cut del montaggio replicano e moltiplicano fino a saturare l’inquadratura.

È probabilmente nella natura dei protagonisti maschili astrarsi dalla realtà concreta per metaforizzarla con l’immagine, qualunque sia il suo supporto. Scelta estetica ma anche scelta di comodo e in ultima analisi rifugio dalle insidie della realtà. Mi viene da pensare alla grande scena di erotismo surrettizio filmata da Paul Thomas Anderson, ne Il filo nascosto, quando Daniel Day Lewis cuce un abito direttamente addosso a Vicky Kreps. Anche qui appare in filigrana il mito di Pigmalione nonché una molto maschile fantasia di controllo; l’esigenza di essere rassicurati sul fatto che la propria vita (e tutto ciò che ne discende, piacere sessuale compreso) sia instradato sul binario corretto. La narrativa di Tanizaki è piena di momenti come questo che, considerati tutti insieme, danno vita alla rappresentazione pornografica più esplicita, terribile e nobilitante di sempre.

C’è un video su YouTube intitolato Ayako Wakao and Yasuzo Masumura dove l’attrice, a occhio e croce cinquantenne, viene intervistata nel corso di un programma televisivo. Il titolo chiarisce il contenuto dell’intervista ma l’esatto senso delle parole mi è impossibile saperlo visto che il video non ha sottotitoli in nessuna lingua. Il video, ciononostante, è ipnotico. Wakao è, al momento della trasmissione, ancora una donna bellissima. Indossa un vestito blu; una cucitura bianca corre lungo gli orli della giacca e intorno al collo che è a sua volta circondato da un collier. I capelli sono raccolti. A un certo punto Ayako sfoglia delle foto, scatti dal set, immagini in bianco e nero. Nella prima è ritratta in quella che sembra essere un’aula di tribunale. Alle sue spalle ci sono tre uomini seduti a uno scranno da giudice, davanti a lei una fila di uomini e donne, attori ma forse anche comparse o tecnici. Masamura è alla destra di lei che, al centro, è il fulcro della composizione, quello che Roland Barthes immagino definirebbe il punctum. Ayako indossa un kimono tradizionale, gli altri hanno tutti vestiti occidentali. Poi ecco lei e Masumura a colloquio su un set. Ayako fa un gesto con le mani, probabilmente mima un’azione che deve eseguire secondo le indicazioni del regista. In un’altra foto insieme a lei e Masumura c’è un giovane attore (non sono riuscito a identificarlo). Masumura posa una mano sulla spalla dell’uomo mentre guarda quello che, con ogni probabilità, è il copione del film. Ayako parla composta e senza incertezze per circa quattro minuti, interrompe il suo racconto per portarsi alle labbra una tazza e sorseggiarne il contenuto. Solo verso la fine ha qualche attimo di incertezza, subito dopo essersi lasciata andare, lei che fino allora era stata ieratica come una sacerdotessa, a un gesto delle mani, la destra spinta in avanti, come per frenare l’interlocutore, ma senza nessuna veemenza. Poi forse il filo del ragionamento si spezza, le ultime parole sono inframmezzate da qualche istante di silenzio, infine il video si conclude con una dissolvenza in chiusura.

Fabio Orrico

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