Nella voce gentile della poesia

I poeti come Francesco Scarabicchi non dovrebbero morire mai. Li vorremmo qui accanto a noi con la loro gentilezza delle parole a sfiorarci il cuore, ad accarezzarci la coscienza.

Anche se vanno via i poeti come Francesco Scarabicchi non ci lasciano mai. Quando li leggiamo, ci accorgiamo che sono dentro di noi.

Il poeta marchigiano non morirà mai.  Adesso lui continua a vivere in mezzo a noi con i versi di La figlia che non piange, il libro che esce postumo nella Bianca di Einaudi.

In queste pagine ritroviamo Francesco e la sua poesia che racconta i giorni. Il volume raccoglie versi scritti dal poeta nel 1990, nel 2013 e poesie composte negli ultimi giorni di vita.

Un libro definitivo in cui ci immergiamo nella poesia gentile di Francesco Scarabicchi, nelle sue parole pensanti di luce e di bianco  che sa entrare nell’inverno più buio della nostra epoca.

Scarabicchi è un poeta che sa essere in questo tempo che scompare, un conoscitore profondo dell’essenziale, un uomo che sulla pagina usa le parole che servono per fare breccia nel cuore di chi lo legge e lo ama.

Non si può non amare la sua poesia che ha una profonda e sensibile capacità di leggere la realtà, di interpretare il reale.

Poesie brevi si alternano a prose dalla lingua tagliente e precisa. In mezzo una serie di poemetti in cui il poeta ascolta il suo tempo e scava nella vita attraverso i dettagli delle cose.

«Dalla porta del tempo passa il mondo, / dai suoi sentieri ignoti, dalle strette / vie degli istanti che non torneranno. / Dov’è che vanno, allora? /A chi votati? /E quanto d’ogni umano si cancella?»; «Nell’infinita eternità del niente /abita la salvezza, il brivido animale, / la persa umanità del declino. / Sia quindi resa / d’ogni felice istante la memoria, / perpetuata sull’unico alfabeto della vita, / orma del cancellare le parole e i passi».

La figlia che non piange  è il testamento di un grande poeta e nelle sezioni della raccolta ritroveremo sempre la voce alta e gentile di Francesco Scarabicchi con tutti i suoi punti di domanda.

Qui c’è la sua poesia che si muove nella quiete precaria del mondo, che si indigna per la mancanza di umanesimo in questo nostro paese in cui noi portiamo addosso la colpa dello sfacelo con il nostro disumano conquistarci la quotidiana miseria del dolore («Cos’è l’Italia di questi anni e adesso, / nell’ardere colpevole del niente? /Un sogno infranto, un’utopia perduta / e sempre la tua voce che pronuncia, / nel civile umanesimo, la vita / i fiori sulla strada a illuminare»).

Essere poeti significa avere cura delle parole, essere attento a ciò che sopravvive, celebrare senza retorica ciò che è destinato a non sopravvivere.

Francesco Scarabicchi con la sua poesia ha cercato di portare in salvo dal freddo le parole avendo sempre uno sguardo sul mondo.

Ci mancherà la sua voce gentile e essenziale, sarà difficile fare a meno della verità invisibile del mondo di cui ha sempre scritto nei suoi versi.

Ma ogni volta che penseremo al nostro confine che scompare, troveremo la sua poesia con la sua luce distante che brilla nel buio.

Nicola Vacca

(Francesco Scarabicchi, La figlia che non piange, Einaudi, pagine 138, € 13,00)

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