La poesia, la catastrofe e la casa che brucia

La casa che brucia/è la mia mano che trema,/non c’è casa non c’è mano,/solo foglie che migrano sospinte da vento/e neanche vento c’è e tremito,/cose che nominano cose/e nel nominarle muoiono –/vivono. Noi le vediamo/da questo infinito margine/che continua a esserlo/e arde. Francesco Giusti, Vivere di patate (2019-2021).

Quello del poeta lagunare è un linguaggio sovvertito. E cita Aristotele che nella Retorica definiva una forma concatenata dell’espressione letteraria e una forma capovolta. E fa notare che il participio katestrammene con cui Aristotele definiva il secondo stile, deriva dal verbo katastréphō (volgere in basso), ed è comunemente impiegato per designare una città o un popolo in rovina, soggiogati da un qualche capovolgimento (katastrophe). Qui la città è Venezia. Le sue piene di acqua e di turisti.

Una poesia dedicata ad Agamben, a una delle sue ultime pubblicazioni: Quando la casa brucia. Un piccolo libello dove si ritiene la ragione sia morta e lo spirito dissolto nelle fiamme della follia del pensiero unico e dello strapotere della tecnica. Agamben salva, ovviamente, la poesia. E di quella di Giusti scrive che sembra emergere dall’altra parte di una catastrofe per ritrovare una misura più lieve e armoniosa, quasi ascolto e memoria di un canto perduto dentro la lingua: Una volta/esistevano i merli, ora tutto è/strappato ascolto invalicabile/spinoso silenzio. Elenio Cecchini, nell’introduzione a Vivere di patate, ottava raccolta di Francesco Giusti, parla di una lingua della catastrofe.

I rumori dei trolley tra le calli silenziose. L’abbandono della sua gente che tuttavia resiste alla rovina dei tempi. Impossibile immaginare Giusti senza la sua Venezia. Senza il suo dialetto. E la sua poesia non è altro che questa nostalgia materna di un legame indissolubile verso una città ormai straniera, dove il poeta non è più che un esiliato, uno straniero a se stesso. Io sto dentro di te Venezia,/ma non so dove, per il fatto che non sento che tu mi senti. Da questo rapporto così intenso e privilegiato, il canto del poeta si apre auna dimensione altra, più vasta, quasi a riscrivere la parola e la voce. L’universo. Nulla da dire, come molti pensano,/c’è al contrario, come si vede,/solo da guardare. Il conflitto con la storia si fa evidente. E così Giusti compila, medita, scrive in un silenzio frastornante. Non poggiamo più da nessuna parte./In mezzo una luna grande ci prende/e ci solleva nel pallore come fa con le acque,/un mare dove arriva a brani il nero/di tutto il nero dell’immensa notte/che fin qui s’è trascinata, mentre/nelle narici siamo di nuovo luce/che sta affiorando sulla mano/che si fa strada per continuare/a scrivere la parola mondo. Una scrittura del disastro, allora. Una scrittura che ancora crede nella reiterazione infinita della caduta e dell’impossibilità del rimedio o della salvezza. Come commenta Blanchot le parole del profeta. – Giobbe: ho già parlato una volta… non mi ripeterò due volte… non aggiungerò nulla. Forse proprio questo è il significato della ripetizione della scrittura, giacché essa ripete l’estremo cui non c’è nulla da aggiungere. – La corda catastrofica è quindi il senso, che trova, forse, la sua più intima sistemazione nella parte centrale del libro, in un dialetto che è anch’esso lingua interna. O materna.

Lingua integrale. Assoluta. Puro suono ed empatia. Ne è evento l’emigrante. Ha il colombo stanco/sulla stessa panchina accovacciato, lui,/e il sogno che si spegne via via. Eppure, resta che tra le nebbie umide e il sentirsi non essere sull’espressione del volto s’infila il raggio di sole di una Vita felice. Il modo della poesia non può fare a meno del rimpianto. È per questo/che respira ancora quando/si volge indietro tenendo una patata/bollita in mano. Non mancano dei sonori e ironici haiku: Spostando tutta notte/i libri per casa/il risultato non cambia.

Poche parole ma si riconosce tutto il destino umano. Ci stiamo dentro tutti, scrive l’autore di questo misurato gioiello poetico. Così è l’unico modo di poterci stare.

Salvatore Marrazzo

(Francesco Giusti, Vivere di patate (2019-2021), nottetempo, pagg. 113, € 10,00)

                                                                                

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