LEOS CARAX: ANNETTE

Sesto film in oltre trent’anni di carriera, Annette è il D-day di Leos Carax, lo sbarco in un genere e territorio sconosciuti. Il progetto viene proposto al cineasta francese dagli Sparks, autori delle musiche ma anche della sceneggiatura e sostenuto da Adam Driver, protagonista (come al solito straordinario) del film nonché produttore. Da queste premesse prende le mosse un film singolarissimo e personale; non che questo sia una novità nella filmografia di Carax. Annette infatti si pone in assoluta continuità con le altre sue pellicole e ostenta più di un legame con il precedente Holy motors, il disordinato capo d’opera, in parti uguali odioso e sublime, che in un paio d’ore tentava l’impresa di sintetizzare tutto il cinema del mondo. Annette inizia più o meno allo stesso modo, con Carax in persona a dare inizio alle danze e non usiamo il termine a caso, trattandosi di un musical (ma, tutto sommato, all singing, come per il maestro Demy, peraltro mai evocato). Carax si mette in scena insieme alla figlia Nastya, a chiarire fin da subito che sul film pesa un’ipoteca autobiografica, forse l’elaborazione del lutto per Ekaterina Golubeva, la compagna morta suicida nel 2011. Tradurre tutto questo in una storia d’amore e disamore, tragica e malata, con al centro una figura maschile assassina lascia immaginare che la trasfigurazione della propria esperienza personale percorra una catarsi del tutto peculiare.

Henry Mc Henry, stand up comedian corrosivo sul modello dei Lenny Bruce e Bill Hicks, ama, riamato, la cantante lirica Ann Defrasnoux (la sempre meravigliosa Marion Cotillard), sinistramente impegnata a morire sul palcoscenico, opera dopo opera, scena dopo scena. Hanno una figlia, la Annette del titolo, che per tutto il film altro non è che una marionetta, forse reminiscenza collodiana se interpretiamo il personaggio di Henry come un aggiornamento di Mangiafuoco. E in effetti Annette acquisterà forma umana nel finale, quando anche l’ultimo legame di sangue cadrà. Ma è anche vero che l’esegesi di un film (un’opera?) come Annette è un gioco difficile, forse inutile. Il gesto-cinema di Carax mira al film assoluto, secondo modi che in passato sono appartenuti a certo Coppola (e riferirsi a Un sogno lungo un giorno appare quasi scontato) collocandosi al di là (o al di qua, non saprei) del principio del piacere. Tutto è trasparente e assertivo, fin dall’ouverture con l’intero cast che scende in strada per salutare il pubblico in un lungo piano sequenza e ciò che è o potrebbe essere simbolico si risolve nella sintassi del cinema e nelle sue forme. Il musical, nelle mani di un regista imaginifico come Carax è un’occasione per operare fulminee sintesi, lavorare tanto sull’ellissi e la sineddoche quanto sull’accumulo di materiali, scardinare le strutture narrative evidenziandone gli snodi, lasciandole esposte come un paziente sul tavolo di un intervento chirurgico. Nelle due ore e venti di Annette non c’è figura retorica cinematografica che non venga esplorata, montaggio invisibile e jump cut, dissolvenze in chiusura e stacchi vertiginosi, limitando allo stretto necessario le scene di raccordo per lasciare spazio alle scene madri. Ed è, Annette, anche un film sulla negazione della madre che, a un certo punto, viene tolta di mezzo per rinascere con un look da demone giapponese o erinni postmoderna.

Film-enciclopedia, Annette impila sugli scaffali della sua wunderkammer lo scibile del nostro tempo, la pratica dell’infotainment e il movimento me too che abita i sogni di Ann come una profezia inascoltata: anche se forse il vero oracolo del personaggio è la sua stessa professione, la frequentazione dell’opera lirica che, come accennato in precedenza, la rende personaggio esemplare e vittima annunciata.

Ancora una volta il musical, coi suoi agganci fiabeschi (quante mele rosse mangia Marion Cotillard?), si dimostra un perfetto genere-contenitore e sembra essere il sogno proibito degli autori più formalisti. Basta leggere le interviste di tanti cineasti blasonati, rilasciate nel corso degli ultimi sessant’anni (cioè da quando il genere tocca il suo nadir) per rendersi conto di quanti ambiscano a girare un musical. Forse nella disarticolazione della trama e nella preminenza dell’immagine (ma sì, dell’immagine prima ancora che della musica!) molti intravedono la possibilità di un cinema totale. È stato così per Forman, Bogdanovich, Scorsese, Coppola, il più effimero ma ugualmente importante Herbert Ross di Pennies from heaven, naturalmente per Damien Chazelle e probabilmente sarà così per lo Spielberg dell’imminente West side story (ma già Incontri ravvicinati del terzo tipo e Il colore viola erano costruiti come dei musical).

Su Carax che altro dire? Sembra sempre aver girato l’ultimo film della storia del cinema, bello o brutto che sia, mortifero o sorgivo che lo si consideri, ma poi riparte sempre da una zona inesplorata di qualche anfratto di celluloide, una zona del crepuscolo, ancora tutta da illuminare.

Fabio Orrico

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