« A CHE VOLUME VUOI CHE ALZI IL MONDO? »

«A che volume vuoi che alzi il mondo?»  chiede Simone Di Biasio al patriarca della sua famiglia (il nonno)  nell’incipit di una delle poesie della sua Panasonica  (casa editrice: Il Ponte del Sale, 2020) riecheggiando il titolo di un suo precedente saggio: Guardare la radio.                                                                                                                                       

E’, infatti, un continuo gioco di sintonizzazione linguistica  tra generazioni,  e quindi tra diversi generi espressivi questa sua silloge poetica.                                               

 Di più, un vero e proprio salto generazionale  nel senso del balzo della tigre che unisce spazi apparentemente troppo distanti tra loro se non fossero concatenati nel linguaggio.                                                                                                            

Una modulazione di frequenza che scivola tra stazioni trasmittenti di epoche diverse e di distanze incolmabili se non proprio attraverso gli smottamenti e gli slittamenti della parola.                                                                                               

, soprattutto, la lingua è generativa  e la libertà (e la distanza) geografica oltre i vincoli  diviene al contempo difficoltà e libertà grammaticale.                                                                                                            

 La sgrammaticatura vissuta come ironia, etimologicamente dissimulazione, per prendere  in contropiede la difficoltà dell’ignoto che è principalmente difficoltà comunicativa.                                                                                                           

Auto-ironia, fondamentalmente, che proprio nella dimensione della disarticolazione, dello smontaggio, pone le basi per la ricostruzione ancora una volta principalmente della parola.                                                                                

Ogni Rubicone (e anche quello linguistico) ha la sua aleatorietà che, paradossalmente, è la necessità del caso, da far trarre un dado e da quella casualità fa discendere una scelta, un attraversamento, un trarre che è tràdere e dunque anche tradimento e traduzione allo stesso tempo.                                                                                              

Un interminabile flusso linguistico che modula, adatta e rinomina sagomando le parole come le scarpe del nonno calzolaio tra suola e tomaia in un infinito processo di in-formazione del piede (metrico?) di ognuno alla sua calzatura. Ma anche saldo generazionale oltre che salto generazionale però con molti “resti”, sparpagliati geograficamente ma incollati nella memoria, laddove l’Australia è appena dietro l’angolo, «solo un vicolo lontano da casa» senza dover attraversare l’oceano ma, al massimo, la ”fiumarella” che sgorga dall’antica sorgente di Vetere vicino alla sua casa di Fondi.                                                                                         

Una lingua, poi, come la terra, è feconda, se le parole, come le zolle, vengono rivoltate costantemente.                                                                                                  

Trincerarsi  dietro le parole e dietro un linguaggio corrisponde ad ingessarsi in una “visione del mondo”, sia che si tratti di una forma aulica della classicità, che della lingua corrente o  dello slang giovanile oppure, finanche,  del dialetto.                                                                                                                             

Ma in ognuno dei casi, si può parlare di passatismo, finanche se riguarda il contemporaneo, perché lo ingessa in una forma di maniera sostanzialmente asfittica perché autoreferenziale e dunque retorica e praticamente morta.                                                                               

E invece proprio la rabbìscia, lo scarto, la spazzatura (nella rinominazione dialettale dell’inglese rubbish) tanto quella italiana e dialettale che quella australiana viene recuperata e diviene pietra angolare di una lingua che è viva proprio perché ricicla, recupera tra le macerie e gli scarti che sembrano superflui  e «invece tu ordini i cocci crollati ai piedi»  anche quando «comunichi a noi attraverso il velo oscuro / della vecchiezza, tua minoranza linguistica».                                                                                                                               

Viva perché asse di un patto generazionale implicito che (come Manzoni nell’Arno) “risciacqua” le sue parole di tre generazioni: «Sciacquiamo i piatti tutti e tre / dal più giovane al più vecchio / nel nome del nonno del padre del figlio».                                                                                                                                         E se il patriarca lascia in dote quella neolingua impastata nel retrogusto amaro dei chiodi mantenuti tra le labbra per suolare le scarpe, simile al retrogusto di ogni emigrazione, («l’idioma inventato dei migranti»), il padre lascia il suo solco dell’ascolto nella sua musica, quasi una vita graffiata in tondo sul disco che «inciampa e ripete» forse il suo personale  dark side of the moon.                                                                                                                            

Ma la lingua, in quanto generativa, è soprattutto madre, «Madre lingua», come titola la terza sezione delle poesie perché «Ovunque è materno.  / Materno il corpo, il magnete che attrae il nord / materno l’abbandono, il laccio lattante / che conduce il raggio alla sua luna / la quale tira tira con forza riprende / la luce che offerse ai figli, / luce sfibrata, intermittente, che sta increpata».                                                                                                                       

Il materno che è primariamente capacità di comprendere, capire e contenere, contemporaneamente.                                                                                                          

Poiché i due aspetti sono facce della stessa medaglia come nell’espressione dialettale fondana ci cape: c’entra.                                                                                    

 E allora se «Non ci capiamo, non ci entriamo / questa forma verbale dialettale / mesce il capire dentro la capienza: / se non ci capiamo, non ci entriamo / se non comprendiamo, stiamo fuori».                                                                                                                           

Sono anche stanze di vita quotidiana, (per rievocare il titolo di una canzone di Francesco Guccini) queste liriche, proprio laddove gli ambienti domestici sono, al contempo, il teatro e la forma della poesia della vita, il testo e la sua scansione ritmica.                                                                                                               

Dove «Vivere ha l’altezza della cucina o del telefono / lungo il corridoio in cui la casa lascia forma / sulla tua vecchia schiena…» perché «Abbiamo tutti abitato una casa del novecento / dove stanno i vecchi riposti negli stipi / dove abitiamo credenze piene di grascia / in saloni deserti come da uno sfollamento».                                                                                                                            

La casa, allora, è contemporaneamente prospettiva e realtà, focolare domestico e identità nazionale, viaggio circolare tra Italia ed Australia dove il ritorno a casa è per costruire una casa.                                                                       

Simbolo stesso della grascia, dell’abbondanza ma raccontata e vissuta non nella frenesia ma nella calmezza, che è la calma di chi può rifondare le parole sul viaggio ormai compiuto, sulla meta conquistata che, sola, autorizza il conio di una nuova parola per un Ulisse che ha raggiunto  la sua Itaca e può sentenziare proprio: «In casa deve abitare la calmezza».                                                                  

Ma poi improvvisamente balena «La parola neo-» ultima sezione della raccolta a sparigliare quelle carte, a squinternarne il volume, a precipitare da quella calma nel turbine della dimensione dell’amore per cui occorrerebbe una neo-lingua, una sintassi diversa per tentare appena  di significare che        

  «Il caso d’essere amati è pari / soltanto al caso di essere nati».

Paolo Fiore

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