DAVID CHASE / ALAN TAYLOR: I MOLTI SANTI DEL NEW JERSEY

Con I Soprano David Chase ha aperto una strada completamente inedita alla serialità televisiva. Quello che fino a un attimo prima sembrava un prodotto deteriore, parente povero del cinema o, nella migliore delle ipotesi, suo surrogato insapore, improvvisamente e con grande sorpresa di tutti si trasforma in una forma a sé stante, con sue regole e una propria precisa dignità artistica. I telefilm cambiano ragione sociale e diventano le serie: la creatura di Chase ne inaugura ufficialmente la Golden Age.

Ore e ore di girato, suddivise in stagioni, attraversate da una trama orizzontale che lega indissolubilmente un episodio all’altro, trasformano il racconto seriale in un qualcosa di tremendamente somigliante al romanzo, perlomeno come lo intendiamo dalle opere dei grandi russi ad oggi. David Chase un nuovo Tolstoj? E perché no, nello stesso modo in cui David Simon e Ed Burns, creando l’affresco di The wire danno vita a una moderna Comedie humaine (e l’insistere sul denaro come chiave di lettura della società non può non rimandare a Balzac). Quasi vent’anni dopo il memorabile finale sospeso de I Soprano (finale su cui si sono spese le esegesi millimetriche dei fan) è impossibile non notare come la writer’s room coordinata da Chase abbia sfornato talenti stratosferici, da Terence Winter, sceneggiatore per Scorsese e showrunner di Boardwalk Empire a Matthew Weiner, quest’ultimo creatore della serie capolavoro Madmen, nonché perfetto inveramento dell’aureo motto secondo cui l’allievo supera il maestro. Bisogna dire che I Soprano il suo cordone ombelicale connesso al cinema lo ha sempre esibito con naturalezza, a cominciare da un cast che saccheggia il grande schermo: i caratteristi Tony Sirico e Frank Vincent (entrambi di frequentazioni scorsesiane) e poi Annabella Sciorra, Steve Buscemi, Joe Pantoliano, la guest star Peter Bogdanovich anche regista di un episodio e, direttamente da Quei bravi ragazzi, la coprotagonista Lorraine Bracco. Con I molti santi del New Jersey (traduzione fedele dell’originale Many saints of New Jersey e gioco metalinguistico col cognome del protagonista) Chase decide di fare cinema in senso proprio, raggrumando in due ore un prequel che illumini l’apprendistato del gangster da cucciolo. Il focus però non è puntato su Tony Soprano, comunque rievocato attraverso l’interpretazione di Michael Gandolfini, figlio dello scomparso e mai troppo rimpianto James ma su Dickie Moltisanti (un funzionale Alessandro Nivola), padre di Christopher, il nipote di Tony (che, tra l’altro, sarà anche il suo assassino) e che nella serie aveva il volto di Michael Imperioli (lui pure proveniente da Quei bravi ragazzi). È proprio la voce di Christopher (filologicamente controfigurata da Alessio Cigliano, doppiatore di Imperioli) a introdurre I molti santi del New Jersey. In un cimitero cittadino la macchina da presa accarezza le lapidi, stagliate contro il cielo grigio, e le voci dei morti cominciano a raccontare ognuna la propria storia dando vita a una Spoon river urbana. A imporsi è la voce di Christopher che ci proietta negli anni ’60 del secolo scorso. Chase scrive (insieme a Lawrence Konner, già sceneggiatore per il Cimino di Ore disperate) una storia di gangster attenta al contesto storico, esplora e mette in evidenza le tensioni fra la comunità italiana e quella afroamericana, le connivenze e le guerre intestine sullo sfondo delle rivolte razziali di Newark. I personaggi della serie riaffermano la loro natura e il loro peculiare carattere. Gli improvvisi gesti di stizza dello zio Junior vengono ben resi da Corey Stoll che eredita il personaggio da Dominic Chianese mentre Vera Farmiga fa quello che può (e non è poco) per competere con il fantasma della madre di Tony, la straordinaria Nancy Marchand. A Dickie Moltisanti Chase riserva una sorta di rilettura gangsteristica del mito di Edipo e, attraverso il suo personaggio, getta le basi di quella che sarà la follia antisociale di Christopher.

Finora non ho fatto che parlare di David Chase come dell’autore del film. In effetti, non è lui a firmare la regia ma Alan Taylor, già al timone di diversi episodi della serie. La sua non è una regia di servizio e a dimostrarlo ci sono due grandi scene di violenza. La tortura di un gangster di colore, disadorna e brutale e la bellissima sparatoria che contrappone Dickie all’amico-nemico Harold, anche questa condotta con piglio secco e deciso e che ha il suo esito in uno scambio di sguardi tra i due contendenti, un attimo prima che le sirene della polizia li mettano in fuga.

I molti santi del New Jersey non è, ovviamente, paragonabile alla serie madre ma è un bel gangster movie. Forse di tanto in tanto si smarriscono le fila del racconto (e penso soprattutto al doppio ruolo di Ray Liotta che a me appare meramente strumentale quando indossa i panni dello zio visitato in carcere da Dickie) e sarebbe stato bello che venisse concesso più spazio al giovane Tony ma in ogni caso il racconto appassiona e diverte. Chase ci porta dentro il suo sogno americano, dentro la sua idea di famiglia, dentro la tara darwiniana di un clan e ne tesse l’epica tragicomica.

Fabio Orrico

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