BRUNO DUMONT: FRANCE

Dal grande esordio datato 1997 L’età inquieta fino a questo France, opus 13 di una filmografia composita e stralunata, tanta di acqua ne è passata sotto i ponti nella ricezione critica di Bruno Dumont. Si può tranquillamente affermare che i problemi sono cominciati già dal secondo lungometraggio, L’umanità, ambiziosissimo noir dagli echi bernanosiani che venne accolto con particolare ostilità. Destino anche peggiore toccò al visionario Twentynine Palms, altro film scritto e girato nel segno dell’oltranzismo visivo. Una doppietta di odio critico che lasciava stupefatti soprattutto perché era chiaro che i due film provenivano dalla stessa ispirazione dell’incensato L’età inquieta. In tre film Dumont aveva gettato le basi per una visione radicale, ricca di epifanie ma evidentemente non bastevole a sé stessa. La serie P’tit Quinquin virava verso l’umorismo grottesco in maniera (almeno per me) inaspettata. Il territorio di ricerca di Dumont si ampliava, l’autore francese entrava di diritto in quella pattuglia di cineasti francofoni (Carax, Noè e il più disordinato e geniale di tutti Du Welz) il cui cinema non smette mai di muoversi, torcendosi su sé stesso al limite dell’autolesionismo, accettando l’errore quasi come segnale di stile. Questo laboratorio trovava il suo culmine nel bellissimo Jeannette musical sull’infanzia di Giovanna D’arco (sul suo seguito Jeanne, del 2019, non posso riferire non avendolo visto), opera sorgiva nella quale il pauperismo della messinscena aderiva al contenuto espresso con forza inaudita. Con France Dumont fa un ulteriore passo avanti nella biforcazione del suo cinema polimorfo.

Innanzitutto, il titolo. France è una giornalista – star il cui cognome, non meno “parlante” del nome suona des Meurs (moeurs, costumi ma, attenzione, meurs è anche la prima persona singolare del verbo mourir, morire). Lea Seydoux, diva ormai internazionale, indossa il ruolo con autorevolezza, mettendo in abisso personalità finzionale e aura divistica.

Dumont immerge France nella finzione, a tutti i livelli. Pronta a calare su ogni possibile scenario di guerra, attraversato col massimo di sprezzo del pericolo e col minimo di consapevolezza, la giornalista-diva riesce a banalizzare praticamente tutto, privatissime tragedie umane allo stesso modo di scenari geopolitici. Nella bellissima scena del servizio giornalistico nel deserto Dumont documenta un backstage esemplare. Momento agghiacciante, risolto in gesti goffi e sorrisi imbarazzati poi replicato in bella copia nella trasmissione televisiva condotta dalla protagonista. Seydoux incarna France accumulando gesti, tic, smorfie; il suo primo piano mobilissimo domina la scena e la sua performance tocca quasi le forme dell’happening.

La finzione, come stato esistenziale permanente, coinvolge scenografie e location. Quasi tutti gli attori guidano auto false, sullo sfondo di scopertissimi trasparenti e anche quando la tragedia arriva sul serio, proprio attraverso un incidente stradale, ecco che il ralenti garantisce la giusta dose di enfasi. Ma il melodramma, continuamente evocato e quindi frustrato, non vive nelle immagini di Dumont, curatissime e fredde, turbate dalle posture espressioniste degli interpreti. Il montaggio di France (firmato da Nicolas Bier) è distonico, dilatato ed enfatico per poi correggersi pochi istanti dopo e tagliare prima di cogliere il senso stesso di una scena. Tutto è rappresentazione in France, come sembra del resto suggerirci lo stesso appartamento della protagonista. Set impossibile e oscuro, alcova dalle dominanti cromatiche del nero e del bordeaux, pensato e arredato dagli scenografi Markus Dicklhuber e Erwan Le Gal, che stacca violentemente con la luce tersa di quasi tutte le inquadrature. Catalogatore e moralista, Dumont gira un film del nostro tempo, specchio del presente e, partendo da un giornalismo televisivo malato di grandeur, scende agli inferi di un semplice, quotidiano attacco di rabbia. Ultima grande intuizione visiva, dove questa volta è France, lei sempre guardata, a guardare, ma solo per pochi secondi, prima di consegnarsi allo sguardo dello spettatore in una lunga, insistita e definitiva inquadratura.

Fabio Orrico

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