In ricordo di Mario Rigoni Stern

Per Augusto Adelio Segat amico che,

con Antonio e me, ha sostato un pomeriggio d’estate

accanto alla pietra del focolare antico di secoli

e che oggi sa il gusto del pane e del formaggio

che non si consumano.   

È nato cento anni fa, non sono così tanti cento anni, da qualche giorno se n’è andata Anna, la mia vicina di casa, a febbraio aveva compiuto centotre anni e la persona che mi ha allevato, mia nonna materna, lo scorso maggio ne avrebbe compiuti centoventidue. Non sono tanti cento anni.

 È morto tredici anni fa in questi giorni di prima estate e tredici anni di assenza sono molti di più di cento. Il tempo è come la distanza, non è oggettivo, per un ciclista un chilometro può non finire mai se è l’ultimo chilometro del Mortirolo, oppure passare via in un lampo se la strada corre sul lungomare di Cesenatico. Così è il tempo, un turbinio di giorni veloci gli anni di tuo figlio bambino che diventa uomo, un lento gocciolare di ore quello che conta l’assenza delle persone care.

Si chiama Mario, nome comune alle nostre latitudini e ad altre più lontane, quanti Mario in Argentina o in Australia… Di cognome Rigoni, anche il cognome è comune in Altipiano dove vive, e poi Stern. Non so esattamente cosa significhi Stern, o meglio lo so certo, nella nostra lingua madre cimbra vuol dire stella come in tedesco, ma come e perché questo sia diventato cognome non saprei dirlo con certezza.

Mario Rigoni Stern dunque a cento anni dalla nascita, a tredici dalla morte. Mario Rigoni Stern scrittore. In questi anni di assenza del Vecchio mi sono più volte chiesto perché Mario Rigoni Stern oggi sia così importante nell’immaginario di chi vive in Altipiano, me lo sono chiesto perché non è sempre stato così, quando abitava la sua casa ai bordi del bosco non erano in pochi a criticarlo, non per la sua scrittura o almeno non solo per la sua scrittura, ma per quel suo modo sincero di dire parole sgradite a molti; basterebbe per questo ricordare quando in occasione del referendum sul passaggio di Asiago dal Veneto al Trentino, referendum vinto poi dai promotori  dell’iniziativa in modo quasi plebiscitario, la sua fu una delle poche voci contrarie: “Dirò no, perché io voglio restare veneto, semplicemente per questo, sono italiano, sono veneto, sono in Altipiano. Io resterò cittadino d’Europa che vive in Altipiano”.  Il brusio della sala poco amichevole è ancora ben presente nella mia memoria.  

Mario Rigoni Stern scrittore, certo scrittore, nonostante  un qualsiasi libro di un qualsiasi chef della televisione venda di più dei suoi, ma il brano del Sergente nella neve, che racconta quel suo bussare alla porta di un’isba e poi il cibo consumato accanto al “nemico” armato di tutto punto è nelle antologie scolastiche sin dagli anni sessanta e anche nella mia c’era e mi rendeva orgoglioso di essere suo conterraneo e di vederlo di tanto in tanto per le strade del mio paese accompagnato da qualche persona illustre che noi non sapevamo chi fosse, Giulio Einaudi o altri ancora, ma la sola persona importante era il Mario, no, non lo scrittore, non ci importava che scrivesse, che fosse famoso, ci importava di lui: “il Mario Stern”, una necessità.

Ho pensato spesso alla presenza quasi sacrale per alcuni di noi di Mario Rigoni Stern in Altipiano, e con il tempo ho maturato l’idea dello sciamano. Mario Rigoni Stern ci mette in sintonia con il cosmo, accorda il nostro respiro al respiro degli alberi, delle montagne e delle stelle e lo fa con la purezza disarmante di chi non ne è fino in fondo consapevole, con la naturalezza di chi non assume pose da filosofo o da vecchio saggio di cui si concede solo la barba che con gli anni si è fatta per natura candida, ma la sua non è la barba di Tiziano Terzani è una barba alpina e montanara, una barba severa nella sua semplicità. 

Mario Stern sciamano che ci mette in contatto con lo spirito della terra e con gli spiriti che in certe notti d’autunno: “quando l’oste e la moglie avranno abbandonato l’Osteria, dall’ampio sottotetto, dalle stanze disadorne, dai corridoi ma anche da strade che partono da lontano, gli spiriti si ritroveranno davanti al focolare – è sempre quello da secoli, l’unico manufatto rimasto dopo guerre e incendi! – dov’è acceso il fuoco che non si consuma; come non si consuma il petrolio che alimenta la lampada, e il vino e la grappa, il pane e il formaggio”. Sono gli spiriti dell’”Osteria di confine” riuniti a discutere di quello che è stato, di quello che sarà, dove l’umile pastore Barba Matio rimprovera aspramente re e imperatori: “Ma come fate a dire «miei soldati», «mio popolo»? Credete di essere padroni della vita degli uomini? Se è vero, come andate ragionando, che è stata tutta colpa dei generali, dei ministri e degli industriali, delle banche, dei poeti, che re e imperatori eravate mai voi? Non contavate proprio niente? Era meglio se vi giocavate il Trentino a dama e Trieste a briscola…”.

È Mario Rigoni Stern che ci prende per mano e ci traduce da loro, è Mario Stern lo sciamano che per noi si immerge nel mistero delle voci che mormorano per le nostre montagne nelle notti d’inverno e poi torna indietro per raccontarcele.

Del resto chi, in Altipiano, leggendo della storia di Tönle Bintarn non si è sentito messo in contatto con lo spirito del contrabbandiere, dell’emigrante, del pastore, del vecchio che si abbandona sereno, dopo tanta vita, alla nera Signora in una vigilia di Natale in un giorno che sembra quasi di primavera? 

Mario Stern lo sciamano che interroga gli spiriti per il bene della Comunità e di ogni singolo: “Andrea Lei è una persona davvero speciale e seguirò il suo consiglio”. In uno dei momenti più difficili della mia esistenza le parole scritte di suo pugno dallo sciamano Mario Stern hanno avuto il potere di condurmi fuori dal buio che annodava l’alba al tramonto senza altro in mezzo, le sue parole mi hanno guarito.

In pochi hanno il potere di parlare al proprio tempo e al futuro, guardando indietro a ciò che è stato, Mario Rigoni Stern è uno di questi rari uomini capace di leggere nelle ceneri mai spente del passato il futuro di tutti noi.  

“In una di queste notti invernali arriverò là in sogno. Scenderò a scavezzacollo con gli sci dalla montagna dal bel nome, entrerò senza aprire la porta e mi troverò davanti, come mi aspettassero, Barba Matio e Carlo il pastore che ragionano di pecore e di vacche (…) Guarderemo in silenzio il fuoco e a un tratto Carlo mi chiederà: – Ma tu, Mario, scrivi ancora?

Già, ma lei, Mario, scrive ancora? Ho la risposta nella carezza leggera della moglie Anna che mi sfiora il viso: “Certo che scrive ancora, ma solo un paio di ore al giorno che se no si stanca troppo”.

In una notte d’inverno verrò là anch’io, scendendo a scavezzacollo dalla montagna dal bel nome come la chiamava Musil e come lei mi ha insegnato a chiamare e gli spiriti amici mi aspetteranno in tanti e leggerò il suo ultimo scritto Mario, e non si consumerà il fuoco, i petrolio della lampada, il vino e la grappa, il pane e il formaggio.  Guarderemo in silenzio il fuoco.

Andrea Nicolussi Golo

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