Battiato? Un Agguato

Che aggiungere? Per la morte di Franco Battiato si è consumato tutto il consumabile, nel bene e nel male, con tanto – tanto assai – condimento di banalità in forma agiografica, come quel velo di zucchero che proprio no, non si può ingoiare senza vomitare: e lui stesso, FB – inteso da qui in poi come Francesco Battiato, poi diventato Franco su istigazione discografica «per non confonderti con Guccini», (mah…) – avrebbe dato di stomaco per le facezie di Rai2 e le beatificazioni di Rai 1, passando per Rai 3, dove “una”, molto contrita, ha  confessato che sì, che La voce del Padrone la «commuove ancora» («commuove»? mah…) e tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno battuto colpi più o meno rivoltanti (nel senso dello stomaco, appunto: manco a dirlo, la più “colpita” in quegli alligatori più che coccodrilli, La Cura, dimenticando che “il maestro” gli aveva fatto cantare sotto la doccia di certi gesuiti euclidei. Nessuno però, a mia conoscenza, ha detto quel che era, in realtà, Battiato: cioè, un agguato: come quel suo album – L’Agguato – nella cultura del Novecento.

Il passaggio ad «altra vita» (ci credeva assai, in ‘sta cosa: poi spiego) del Maestro – che maestro non era né voleva essere così millantato – (il senso metafisico aveva tracciato tutta la sua esistenza) mi scuce dalle tasche una riflessione liquida liquida che per genesi e palingenesi va a irrigare quel campo che l’aveva generato: quel vasto agorà degli anni Settanta su cui sono cresciuti i migliori germogli del secondo Novecento in ogni espressione artistica nell’alveo di una creatività come poche per tutto il secolo, fino a generare perfino un movimento giovanile unico a livello mondiale: il 77 (non il 68). In realtà, FB aveva iniziato a muoversi nel mondo della musica già dalla metà dei “favolosi” Sessanta, facendosi notare da tal Giorgio Gaberščik (in arte, il signor G) che aveva prodotto i suoi primi 45 giri, ma è allo scavallamento del decennio che Francesco Battiato da Ionia diventa Franco Battiato). Che sia un artista/artista, cioè una eccentricità del pur alto mainstream del tempo (non un suo sottoprodotto a favore di telecamere tipo Zucchero, per dire), lo capiscono subito critici di rilievo quali Bertoncelli cui, in una delle sue più note canzoni, rese omaggio Guccini con una nota invettiva diventata poi di fatto complimento, non scribacchini da Tv Sorrisi e canzoni. Capiscono l’arte di quel nuovo soggetto che artista lo è totalmente. E, come tale, è eccentrico: non a favore di telecamere (devo ripetere?) ma a favore di una natura che non gli consente di essere diversamente da come è. Eccolo quindi che per promuovere Pollution – inquinamento, per quei 3 o 4 che non lo sapessero: cioè inquinamento in un tempo in cui lo scialo antiecologico era volano della civiltà delle macchine – gira a Milano fra piazza del Duomo e Galleria Vittorio Emanuele II con una maschera antigas e un tazebao su cui, con un pennarello, ha scritto “Ma tu ti sei mai chiesto quale funzione hai?” Per promuovere invece un divano, si fa immortalare con la stessa mise da transgender usata per la copertina della versione inglese di Fetus (Foetus).

Che la provocazione fosse la cifra primaria che solca i suoi 33 giri fino a L’Egitto prima delle sabbie, è innegabile ed entusiasmante evidenza, nonché filigrana di un artista a tutto tondo, figlio “naturale” appunto del suo tempo. Un tempo, quello dei Settanta, che ha prodotto un neo Rinascimento che ha consentito ad artisti come lui di confrontarsi (esprimere la sostanza della propria arte) con ogni forma: FB sarà infatti musicista e pittore, regista e autore di musica colta, ma pure attore, per non impedirsi nulla. E da quale altro tempo avrebbe mai potuto uscire un artista come lui? I Settanta sono infatti il decennio in cui si sviluppa una creatività che lega a fil stretto letteratura e poesia, cinematografia e musica, fotografia, teatro, pittura. E tutte queste arti, lui le attraversa sempre con lo spirito della sperimentazione (spesso – volutamente – urticante).

Ma per poter far sbocciare la rosa della sua arte aveva bisogno di abbandonare la sua terra: la sua – amatissima – Sicilia (dove sarebbe tornato appena il successo economico glielo avrebbero consentito) e andare. Andare dove succedono le cose: lontano da quel caldo obnubilante capace di asciugare qualsiasi umidità d’intelligenza fattiva. Andare cioè a Milano, dove – perlomeno dall’inizio del Novecento – succedono le cose.  Lontano dalla terra dei carretti e dei carrettieri su strade sempre – troppo – bianche, sempre – troppo – polverose di nulla. Abbandonare insomma quel Sud tanto amato quanto traditore, fra fichi d’India e coppole per tornarci un giorno dopo aver percorso la solita strada, bianca come il sale/ Il grano da crescere/ I campi da arare/ Guardare ogni giorno/ Se piove o c’è il sole/ Per saper se domani/ Si vive o si muore/ E un bel giorno dire basta e andare via che lamentava l’amico Luigi, persosi nel bordellame della suburra sanremese.

Milano, quindi. Emigrante d’arte. C’era chi – alla corte della civiltà meneghina – arrivava con i treni della speranza e le valigie di cartone stracolme di futuro (possibile?) e nostalgia (sicura), come cantava quello. Lui, Francesco Battiato da Ionia, nel suo fagotto aveva una sola cosa: un nome, Franco, ché tanto bastava. Alla ricerca di una strada che c’era – ne era sicuro, bastava cercarla e se non c’era bastava tracciarla ex novo, avendo come mappa un pentagramma all’epoca assai misero in realtà – pasticciato com’era fra i Claudiovilla e le Nillepizzi, con i Littletony, i Bobbysolo, le Ritapavone a rappresentare nel miserrimo immaginario di discografici, produttori, autori televisivi prigionieri di un modernismo di maniera, “la modernità” (!). Un bassissimo profilo culturale rivoltante per chi, giovane, lo era davvero. Non un 45 giri di quelli lì, ché la loro presenza avrebbe infastidito assai i 33 di Dylan e degli Stones. Appartenendo alla categoria di una meglio gioventù che si nutriva di Cesare Pavese, Allen Ginsberg, Herbert Marcuse e Albert Camus – s’era messo in testa, FB, di proporre alla ricca Milano le sue idee sperimentali. E di sfondare con quelle. E quando pubblicò il suo primo album (Fetus), ebbe – subito – ragione.

Fetus esce mezzo secolo fa, cioè quando troneggiavano le canzonette ancorate alla melodia anteguerra ricalcante la tradizione della canzone napoletana (in buona sostanza, l’anima primaria della musica italiana): per dire, nell’anno della sua uscita, a inseguire nelle Hit dei 45 giri la premiata ditta Mogol-Battisti (con Anna), ci sono Iva Zanicchi e Raffaella Carrà, sicuri bastioni di una tradizione nazionalpopolare sì cara ai Pippibaudi (imbarazzante l’intervista fatta a Battiato nel 1980 nel corso di Domenica In – per altro rintracciabile su Y.T. – condotta dal pennellone di viale Mazzini). Non concedendo nulla – all’epoca – al nazionalpopolare in sala d’incisione, FB lo nega anche a chi va ad assistere ai suoi concerti. Insomma, niente «Su le mani», «Tutti insieme», e via di quel passo  malfermo e incompatibile con le Corde di Aries.

Quando andai per la prima volta a un suo concerto – direi l’estate del 1972 – fece uscire dal Moog suoni fastidiosi, incurante dei fischi e di qualche mandata a fanculo: lui resistette impavido, novello Leonida alle porte di una cultura “altra”, finché fu travolto da una pioggia di oggetti vari e se ne andò (dopo aver resistito una buona mezzora). Lo rividi – sempre nella dimensione “sperimentale” – l’anno successivo. Seppi anche che in alcuni concerti, aveva dato la stura a suoni graffianti che uscivano da uno stereo, andandosene via, vanamente poi inseguito da centurie inferocite. Passati trent’anni, sul palco, gli arrivano i fiori, come ebbi modo di constatare personalmente. Fiori anche a mazzi portati con deferenza alla fine di una esibizione contrappuntata da una Cuccurucucu (cosa, sennò?) a uso e consumo per quel novanta per cento del pubblico che per quello, per Cuccurucucu, era andato a quel concerto: per Cuccurucucu e Bandiera Bianca e Centro di gravità permanente, figli di quel Padrone dalla Voce iperpop di quel 1981 che lo avrebbe proiettato nel firmamento dei dischi milionari (in tutti i sensi).

«Ho passato gli anni Settanta a fare vocalizzi ed esperimenti. Poi ho deciso di avere successo. Mi sono chiuso un mese in un garage a Milano, e ne sono uscito con La voce del padrone». E allora, proprio grazie a quei milioni, FB può permettersi di sperimentare forme nuove di arte, spaziando culturalmente e geograficamente alla ricerca di quell’impossibile centro di gravità permanente fra Adorno e Telemann, fino a De André: ti faceva ascoltare l’Adagio di Telemann e La canzone dell’amore perduto di De André e diceva: «Senti? Sono uguali. Ma Fabrizio non ha copiato; ha ripreso un discorso interrotto». (E non è casuale che la notizia della dipartita di un’anima bella come la sua sia stata diffusa dal direttore di Civiltà Cattolica, che nei confronti di un uomo che non credeva nelle religioni, ha scritto in un tweet: «E guarirai da tutte le malattie. Perché sei un essere speciale ed io, avrò cura di te. Ciao, Franco». L’avrà preso bene, quel tweet, FB, che in un’intervista all’Osservatore Romano tempo addietro aveva dichiarato: «Non sono cattolico, ma non sono buddista e neppure induista o islamico. Ho una mia spiritualità, una mia ricerca ascetica. Posso definirmi un uomo religioso, senza nient’altro da aggiungere».

Eccolo quindi, dopo il successo de La Voce del Padrone, con quella valigia ormai piena si soldi/libertà, esplorare geograficamente/culturalmente/artisticamente/musicalmente le sabbie del Nord Africa e quel vicino Oriente generatore della civiltà occidentale, da Omero in poi. Eccolo cimentarsi con la scrittura lirica, ispirato da Telesio, eccolo collaborare col filosofo Sgalambro, mettersi sui passi di Beethoven con Musikanten.

A me, piace ricordarlo (e riascoltarlo) in quella sua prima fase sperimentale: quella coerente con Fetus, concept album ispirato alla società distopica de Il mondo nuovo di Aldous Huxley e alla filosofia di Yagananda, con l’uso pionieristico di sintetizzatore e batteria elettronica, in una performance che si chiude arditamente con una formula matematica (x1 = A*sen (ωt) e x2 = A*sen (ωt + γ). «Formulazione matematica dell’album» in funzione della finale rappresentazione in due dimensioni della forma elicoidale del Dna (che rappresenta il concept dell’album), mentre irrompe una conversazione fra l’equipaggio di Apollo 11 e il presidente Nixon sull’Aria della Suite numero 3 in Re Maggiore di J. S. Bach. Album, Fetus, che per quel suo feto sbattuto in copertina, spinse molti timoratididdio a tenerlo ben nascosto sotto il bancone, altro che vetrina!, com’era capitato insomma a Je t’aime, moi non plus di quel senzadio di Serge Gainbourg e quella sgualdrina di Jane Birkin.

 Un tempo, quello effervescente dei Settanta, che, oltre a FB, aveva degenerato musica di derivazione (dal rocksinfonico inglese: devo fare i nomi?), e generato autentiche perle come Demetrio Stratos: musicista a tutto tondo andatosene prematuramente pochi mesi dopo aver intrapreso una collaborazione con John Cage – figura centrale nella sperimentazione della civiltà della musica contemporanea – ma pure con Merce Cunningham e Jasper Johns ed Andy Wahrol. Demetrio – nato in Egitto da genitori greci, poi cresciuto a Cipro e trasferitosi quindi a Milano – aveva lasciato gli Area per «cantare la voce» con note che gli uscivano da un’ugola figlia di più mondi. Franco, in buona sostanza, ha cantato – invece – sempre e solo la «sua» Sicilia, anche quando ha usato l’arabo, come lui stesso ebbe a confermare da quel suo Buen Retiro di Milo. Lì, nella sua Sicilia da dove era partito oltre mezzo secolo prima, ha esalato l’addio a questo mondo, convinto di andare a trovarne un altro, in una sorta di metepsicosi del suo conterraneo Pitagora. Buon viaggio, buon ritorno, Franco, ovunque tu tornerai. E forse… forse, hai ragione tu: noi che restiamo “Siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre”.

Pino Casamassima

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