NOTE SU ALACK SINNER

Forse la cosa migliore è partire dal nome: Alack Sinner.

Alack è termine arcaico rintracciato niente meno che in Shakespeare. Non è un sostantivo né un aggettivo ma un’esclamazione e suona più o meno come “Ahimè!”. Il cognome, Sinner, è molto semplicemente la traduzione inglese di “peccatore”. Quindi: “Ahimè, peccatore!”.

Non ci sono andati leggeri lo sceneggiatore Carlos Sampayo e il disegnatore José Muñoz, argentini in fuga dalla dittatura, quando hanno creato il loro personaggio più fortunato, Alack Sinner appunto, creatura seriale che guarda alla tradizione hard boiled dei Marlowe e degli Archer. Come i suoi fratelli maggiori, anche Sinner è un uomo ferito dalla vita e ciononostante dalla moralità ferrea, impossibilitato a chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie ma pieno di pietas per le umane debolezze. Un uomo umile e giusto, fatalmente destinato alla solitudine, in frizione eterna con la società statunitense degli anni ‘70, quella in cui i suoi autori hanno deciso di farlo muovere. É fin troppo ovvio che Sampayo e Muñoz, coppia tra le più grandi del mondo del fumetto di allora e di sempre, raccontano l’America per raccontare tutto il resto. Scrivono le prime avventure di Alack in un decennio cruciale dal punto di vista politico come da quello artistico (anche fuori dal fumetto, si pensi solo al rifiorire del cinema tedesco come di quello americano).

La loro prima storia è Il caso Webster e compare sulle pagine di Alter Linus, nel gennaio del 1975, una vita fa, nell’epoca delle grandi riviste antologiche che, in Italia, raggrumavano il miglior fumetto europeo e mondiale. Se Il caso Webster, nelle sue 23 stringatissime tavole, ha una struttura che possiamo sbrigativamente definire classica, con la seconda storia Il caso Fillmore, la musica cambia e Sampayo e Muñoz scoprono le carte. In particolare il talento formidabile del disegnatore argentino prende il volo e dà vita a quella serie di innovazioni che non poco peso avranno su tanto fumetto a venire. Figlio spirituale di Pratt e Breccia, Muñoz si allontana con forza da qualunque pretesa realistica. Le sue figure assumono pose grottesche, dall’espressionismo caricato e in particolare il contesto urbano viene riprodotto come fosse un inferno in terra, con un’idea della composizione astratta e delirante, quasi arcimboldesca. La stessa fisionomia del protagonista testimonia il progetto estetico di Muñoz: vagamente ispirato a Steve McQueen, il volto di Alack si fa, nel corso degli anni e con l’accumularsi delle esperienze, sempre più informe e sofferente, fino a campeggiare nelle vignette come una maschera di dolorosa consapevolezza. Le idee narrative di Sampayo assecondano e anticipano questa tendenza. Il caso Fillmore si apre con la rappresentazione antiretorica della quotidianità di Sinner. Tanto per dire, lo vediamo orinare, caso più unico che raro per un eroe dei fumetti, almeno all’epoca. Nelle scene ambientate in strada, ecco che New York diventa una vera e propria giungla urbana in cui anche solo la postura dei personaggi ci riconduce a una visione darwinista della realtà. Spesso Alack viene abbandonato per lasciare il posto a un semplice passante che improvvisamente conquista il primo piano con i suoi pensieri, le sue ansie, la sua piccola, trascurabile vita, chiamata dal genio dei due fumettisti a cortocircuitare con la loro trama. Per certi versi è una premonizione dei pensieri della gente comune ascoltati dagli angeli wendersiani ne Il cielo sopra Berlino e ci restituisce la polifonia di una metropoli formicolante e astratta. Le scene d’azione, gli inseguimenti, le sparatorie, vengono mostrate al lettore senza la riproduzione grafica dei rumori. L’effetto ha un che di metafisico e richiama alla mente la medesima soluzione adottata dal maestro Chester Gould (e d’altra parte Dick Tracy compare anche in un cameo, in mezzo alla folla pullulante, nell’episodio Scintille, scintille), a dimostrare quanto i due argentini, per quanto rivoluzionari e dinamitardi, siano consci di muoversi nel solco di una tradizione ben precisa.

A differenza di altri eroi di carta, Sinner invecchia e con lui il mondo. Dai primi intrecci polizieschi fino a Il caso U.S.A., dove il noir cede il passo alla spy story e alle malefatte dell’amministrazione di Bush jr., le sceneggiature di Sampayo si sono sempre focalizzate su temi di attualità: il Vietnam, le black panthers, la rivoluzione sandinista, il razzismo endemico verso le minoranze. In questo senso il grande modello dei due autori argentini è Balzac e la sua comedie humaine, un organismo narrativo abitato da personaggi che entrano ed escono di scena continuamente, di volta in volta assumendo ruolo da protagonista o da comparsa e questa sorte vale anche per Alack, non per forza di cosa l’elemento dirimente di ogni intreccio. Nel bellissimo Città oscura Alack incontra Enfer, una ragazza di colore, probabilmente l’amore della sua vita. Episodio straordinario nel quale il nostro eroe, nauseato, abbandona la professione di detective e si mette a fare il tassista. La storia termina la notte di capodanno. Nell’ultima tavola, capolavoro di sintesi, Enfer lascia Alack perché, dice, non sopporta la sua tristezza. Quattro vignette: nelle prima Alack e Enfer parlano seduti al tavolo di un locale, poi il dettaglio dell’occhio di Alack mentre parte il countdown che annuncia l’inizio del nuovo anno. Le ultime due orizzontali: in una il volto di Enfer (alle sue spalle l’esplosione di gioia degli avventori allo scoccare della mezzanotte), in quella sotto Alack , solo, in mezzo alla strada mentre lei si allontana, al margine sinistro dell’inquadratura un barbone rintanato sotto i giornali che gli fanno da coperta. Un uso del bianco e nero fatto di contrasti violentissimi. Il bianco realmente bianco, freddissimo, il nero abissale e oscuro. Se anche avesse disegnato solo questa tavola, Muñoz sarebbe comunque il genio che è.

Enfer, naturalmente, tornerà. Con un bambina: Cheryl, la figlia di Alack, in futuro al centro delle avventure del padre, giovane donna che a sua volta avrà un figlio.

La vita editoriale di Alack Sinner si chiude nel 2006 in tempo per assistere al crollo delle torri gemelle e subirne i contraccolpi. Se prendiamo per buona la linea cronologica stabilita per lui da Muñoz e Sampayo, adesso il nostro Alack è decisamente anziano. Probabilmente questi sono gli ultimi anni che gli restano da vivere. Il punto è che, conoscendolo, non li vivrà serenamente.

Fabio Orrico

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