Yves Bonnefoy. Il libro infinito della poesia

Nubi, sì/Il loro silenzio; e silenzio le loro poche parole/Non sappiamo se di gioia o di dolore/“Benché a colpo sicuro l’estremo dell’una e dell’altro”./Sembrano, dice ancora/Un testimone, meditante, e che s’allontana,/Udire la notizia/D’un mondo redento o d’un mondo morto. (Yves Bonnefoy, Nell’inganno della soglia, ilSaggiatore, pagg. 177.)

Una raccolta di versi che l’autore redige tra il 1969 e il 1974 e pubblica per opera del Mercure de France nel gennaio del 1975.

Una lunga gestazione e oltre mille pagine di manoscritti. Un’opera complessa, un canto, o più semplicemente un attraversamento.

Un passaggio. Qualcosa ancora da eseguire. Unità continuamente spezzata. Una sospensione incessante quanto provvida ed essenziale. Scrive l’autore a un suo amico: Le dico questo oggi, quando solo ieri non avrei osato farlo, perché stamani ho dato a tutta la prima parte dell’impresa una forma d’esistenza.

Forse la poesia, con il distacco che seguirà, mi parrà ancora “infans”, ancora da ricominciare, forse la continuità scomparirà nel rimaneggiarla, ma in ogni caso avrò saputo che questa lunga poesia avrebbe potuto essere. Senz’altro un’opera ambiziosa quella di Bonnefoy. Un’esperienza molto radicale e speculativa. Un continuo sottoporre il linguaggio a prove estreme, forzarlo, urtarlo. E insieme dargli esistenza.

 Possibilità di esistere o di esserci nella possibilità di un essere che si manifesta ogni volta nello sguardo toccante della parola. Urta,/Urta per sempre./Nell’inganno della soglia./Alla porta, sigillata,/Alla frase, vuota./Nel ferro, ridestando/solo queste parole, il ferro./Nel linguaggio nero. Scrivere è un’esperienza di conoscenza. Urtare l’ente per far sì che esso si riveli oltre che nei sensi in una dimensione altra, esperienziale e autentica. Una sorta di fenomenologia della germinazione. L’altro, l’ente, è soprattutto la parola. Il linguaggio. Bonnefoy lo attraversa o incita al suo attraversamento mediante un’azione sugli elementi. Il fiume, allora, diventa metafora di un’intersezione tra le sostanze prime, acqua, pietra, fuoco e la ricerca di un senso, di un approdo di un oltre che è sempre pura immanenza: apparizione, oscurità, divario. Presenza. Rumore, sordo/Del remo che infrange l’onda fangosa,/Notte/ Della catena che scivola in fondo al fiume./Altrove,/Là dove ignoravo tutto, dove scrivevo,/Un cane forse avvelenato graffiava/L’amara terra notturna.

C’è nella poesia di Bonnefoy un’elementarità essenziale, tuttavia non accomodante. Il linguaggio si destruttura in un’orditura epifanica e coinvolgente quasi che l’uso di una metrica retorica fosse un richiamare continuo all’attenzione, a una celebrazione imminente di qualcosa che accadrà. In realtà, è un cenno all’osservazione, a un guardare, a uno scagliarsi contro le cose affinché esse restituiscano la propria natura, la loro rigidezza di un’eco moltiplicata, di un altro sogno, di un cavallo impennato. Di un’ora sottratta alla somma. Di un adesso. Di un vibrare del nulla e dell’opera del mondo.

Non è solo un testo, questa immensa opera. È una vera traversata. Illuminata e misteriosa. Inesplicabile. Arcana. Lieve. Una scrittura che dipana o divide, o chiede, ma qualsiasi verbo sarebbe immeritevole, di un deserto al fianco del mondo, di un istante leggibile, di un Dio senza sguardo. Di una parola scrocifissa./Infine macera./Pertica/Di chimere, di pace,/Che trova/E sfiora dolcemente, nel flusso andante,/Una spalla. Un libro unico che si legge spartito in sette frammenti uniti da una scrittura imprendibile perché lacera, interrogante e dalle spalle dipinte. Poiché nulla ha senso,/sussurra la voce,/come dipingere i nostri corpi/Di nubi rosse. Poiché nulla ha senso, verrebbe da parafrasare, tutto ha senso. Ed ecco la mitezza, l’umanità del poeta, uno dei massimi della seconda metà ventesimo secolo, così evinta da poche righe. Qui, il compito/Che non so portare a termine. Qui le parole/Che non dirò. Che il poeta non può dire. La poesia, la grande arte poetica è limite minimo e soglia. È soltanto inizio. Contrasto che eleva il linguaggio soltanto per devastare lo scritto. O sospenderlo. Non il senso infine, ma l’opera. E fuori è la notte,/no, è il giorno. La poesia di Bonnefoy è un libro infinito. Una scrittura come il cielo. Ma tutto intero d’improvviso nella pozzanghera breve.

Salvatore Marrazzo

(Yves Bonnefoy, Nell’inganno della soglia, ilSaggiatore, pagg. 177)

Yves Bonnefoy (Tours,  1923 – Parigi, 2016) è stato uno dei massimi poeti del Novecento, autore, oltre che di raccolte liriche – come Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve (Einaudi, 2001). Le assi curve (Mondadori, 2007) e L’ora presente (Mondadori, 2013) –, di numerosi scritti sull’arte e sulla letteratura – tra cui Osservazioni sullo sguardo (Donzelli, 2003), Il digamma (ES, 2015) e Poesia e fotografia (O barra O, 2015). Nel 2010 è apparso, a cura di Fabio Scotto, il Meridiano L’opera poetica (Mondadori).

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