Kundera e l’arte del romanzo

Milan Kundera ha deciso di scomparire volontariamente dalla scena letteraria e dal mondo. Sono anni che non si hanno più sue notizie.

La festa dell’insignificanza è il suo ultimo romanzo uscito nel 20123, poi il silenzio.

Ci piacerebbe molto leggere un nuovo libro di Kundera. Ma sappiamo che questo sogno purtroppo non si avvererà mai.

Nel 1986 lo scrittore boemo  dette alle stampe L’arte del romanzo, un libro  che raccoglie sette saggi interessanti sulle sorti del romanzo europeo.

Un saggio che negli anni è diventato un libro di culto, parole imprescindibili per chi quotidianamente si occupa di scrittura.

«Mi diverte pensare che l’arte del romanzo sia venuta al mondo come l’eco della risata di Dio», scrive Kundera divertito nella sua analisi che ci porta a spasso nei capolavori e negli scrittori che hanno reso grande questo genere nella nostra decadente Europa.

Sette testi indipendenti ma collegati come altrettante tappe di un singolo saggio.

Kundera scrive questo libro per fare il bilancio delle sue riflessioni sull’arte del romanzo. Lui stesso dice che questo saggio non è altro che la confessione di uno che fa della pratica.

Nel primo testo (La denigrata eredità di Cervantes) Kundera espone la sua concezione personale del romanzo europeo.

Trentotto pagine in cui lo scrittore ci racconta l’inizio e la fine del romanzo europeo e tutte le sue possibilità espresse e quelle mancate parlando di qui grandi scrittori che hanno contribuito alla fioritura di questa nobile arte letteraria.

«I primi romanzi europei sono viaggi attraverso il mondo, un mondo che sembra illimitato», scrive Kundera pensando a Jacques le Fataliste. Ma è il grande romanzo di Cervantes che lo affascina e lo assorbe.

Don Chisiotte che parte per un mondo che si spalanca davanti a lui , un mondo che il suo inventore vede ambiguo e in cui si deve affrontare invece che una sola verità, una quantità di verità relative che si contraddicono.

«Io non tengo a niente tranne che alla denigrata eredità di Cervantes» conclude Kundera attribuendo a quella stessa eredità un’importanza capitale per comprendere la nascita del romanzo europeo, la sua stessa fine e la sua morte, avvenuta ad opera delle proibizioni, della censura, delle pressioni ideologiche.

Il romanzo è incompatibile con l’universo totalitario, lo spirito del romanzo è lo spirito di continuità: ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta, ogni opera contiene tutta l’esperienza anteriore del romanzo.

Queste sono intuizioni di Kundera sullo spirito del romanzo che è soprattutto spirito di complessità.

Il suo discorso scavalca ogni pretesa di rigido inquadramento teorico e si dedica a un’analisi appassionata di ciò che il romanzo di venta nelle mani degli scrittori.

«Un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato». Così scrive Kundera nel suo capolavoro L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Ogni romanzo, che lo si voglia o no, propone una risposta alla domanda: che cos’è l’esistenza umana, e dove sta la sua poesia?».

Questa è una delle conclusioni importanti a cui arriva lo scrittore, forse la più importante sull’arte del romanzo, il paradiso immaginario degli individui. Il romanzo, che per Kundera è l’arte ispirata dalla risata di Dio,  è il territorio in cui nessuno possiede la verità, ma in cui tutti hanno diritto ad essere capiti.

Nicola Vacca


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