Rivoluzionaria professionale: autobiografia di una partigiana comunista

Come si diventa una Rivoluzionaria professionale? Ce lo racconta dalla sua viva voce una delle figure più importanti del “secolo breve” italiano, ovvero Teresa Noce, nell’autobiografia intitolata proprio Rivoluzionaria professionale uscita per la prima volta per La pietra (1975) e meritoriamente ridata alle stampe da Red Star Press nel 2016. Teresa Noce (nome di battaglia Estella), sindacalista, politica, partigiana, donna non sufficientemente ricordata, eppure unica nel suo percorso che l’ha portata da «Brutta, povera, comunista», come da definizione da lei stessa coniata a inizio libro, a essere fra le madri fondatrici della Costituzione italiana, quella legge che ogni cittadino italiano è portato a conoscere, rispettare e difendere nella consapevolezza che i diritti vadano tutelati, difesi, esercitati, in memoria di quanti hanno lottato e talvolta sacrificato la propria vita in nome di una costruzione a beneficio della collettività, del popolo. Vero è che appelli di questo tipo oggi potrebbero suonare anacronistici, idealistici, iperbolici, non al passo coi tempi, addirittura (per colmo d’ironia) estremisti, ma una legge non applicata rimane lettera morta. Non farebbe male evocare un pochino di storia in quest’Italia sempre più abbrutita, rincitrullita, impaurita, fiacca. Anche se da uno spioncino, guardiamolo il mondo, la nostra storia, quel poco che riusciamo a scorgere almeno, per capire chi siamo, perché no, da dove veniamo. Scoprire l’appassionata, avvincente, sincera biografia di Teresa Noce in cui ci viene illustrata la prima metà e oltre del Novecento, è un buon esercizio per il cuore e la mente, sia che la si voglia leggere come testimonianza di una vita eccezionale oppure come libro di storia. Lo dico da semplice lettrice e cittadina italiana, non ho nessuna tessera di partito e nessuna fede politica, religiosa o scientista. Semplicemente osservo, ascolto, leggo. Dopo aver a lungo ponderato dico la mia, una personale epistemologia, spicciola ma neanche tanto.

Ma torniamo al libro: che belle queste pagine, soprattutto all’inizio sembra di leggere le peripezie di una Charles Dickens in gonnella. Ciò che mi ha colpito maggiormente in questa lunga narrazione è proprio il racconto degli esordi, della formazione data dall’esperienza di lavoro, dai viaggi e soprattutto dalle letture, nulla di nuovo sotto il sole. Siamo all’inizio dello scorso secolo, in una Torino già proletaria con un’industria manifatturiera e metallurgica già sviluppata. Teresa è povera, vive con la madre e il fratello, subisce più sfratti, prende persino la tigna. A scuola siede fra gli ultimi banchi, tra le cosiddette “infelici”. Presto dimostra il suo valore, l’istruzione è la sua prima conquista. La giovane donna scopre l’amore per la lettura, contemporaneamente lavora, fa la stiratrice, la sarta, la tornitrice. Sogna di diventare maestra ma interrompe gli studi. Si dedica al lavoro, e subito l’esperienza nei sindacati «Chi non ha altro deve conservare almeno la fierezza», dice. Partecipa agli scioperi per le rivendicazioni salariali. Nel 1913 si svolgono le prime elezioni politiche a suffragio universale maschile. Poi la guerra «un’infamia. Nessuna delle nazioni in guerra lotta per i diritti dei popoli». Mentre imperversano le proteste degli operai a Torino arrivano gli echi della Rivoluzione russa. Dopo la guerra si delinea il movimento comunista di cui Teresa Noce è una delle fondatrici. Dirige la Voce della Gioventù, poi l’amore con Luigi Longo, i viaggi in Russia, la lotta in Francia e in Spagna, gli arresti, l’impegno per i diritti delle lavoratrici, la resistenza, l’elezione all’Assemblea costituente italiana e la firma per la prima legge sulla maternità. Chi vuole approfondire legga pure queste pagine dense, piene di umanità, che danno ragione di una parabola di vita assolutamente straordinaria. Di fronte a esempi così fulgenti di dedizione a una causa comune mossi dall’aspirazione alla realizzazione del bene collettivo tramite l’impegno civile, l’aderenza a un valore più alto, nobile in quanto non egoistico, oggi sembriamo involuti. E lo siamo, racchiusi nei nostri personalismi, le divisioni, il linguaggio gretto da leoni da tastiera, nascosti dietro le trappole e le ipocrisie del politically correct, pronti a cavalcare shitstorm contro chi la pensa diversamente, contro la diversità e la libertà d’espressione. Il linguaggio dicevo, apposta ho utilizzato i neologismi. Ci si potrebbe chiedere come sia possibile che, nonostante la scolarizzazione di massa, ora che la possibilità di accedere al sapere è praticamente sconfinata, non si leggano quasi più i classici, per esempio i russi così amati da Teresa Noce. Sarà che l’industria culturale, massificata, confezionando continuamente pseudo letteratura d’intrattenimento per tutti i gusti e a tutti i livelli, letteratura che forse, a dirla tutta, letteratura non è, abbia spinto sempre più verso il basso. Non vale la pena fermarsi, riflettere, fare fatica quando si può avere tutto e subito. Non si elabora dunque, se non in maniera superficiale, nozionistica. Chi legge ancora Dostoevskij? Giovani sarte con la scuola dell’obbligo? Forse. Siamo bombardati d’informazioni, ma il linguaggio più incisivo è quello ammiccante, greve, se non violento dei mass media. La massima ipocrisia è dire una cosa e con l’esempio fare l’esatto opposto. L’abbaglio dei nostri tempi è credere che siamo più colti dei nostri nonni, che abbiamo libertà di scelta, capacità di autodeterminazione. Non ne sarei così sicura. Il disimpegno non è solo strettamente culturale, ma riguarda tutti i fronti, niente solidarietà, reti sociali solo virtuali, viaggi di piacere e individualismo piuttosto, al bando l’associazionismo, la mutualità, le rivendicazioni e le istanze delle classi più svantaggiate. Apatia. Che ognuno pensi a sé e al proprio orticello. Certo, l’eccezionalità è cosa ben rara, lo dice la parola stessa, però ognuno può fare la propria parte, una piccola storia esemplare, basterebbe almeno sviluppare una coscienza civile, sentirsi un piccolo pezzo di qualcosa di più grande. E invece? Mala tempora currunt. Depressi, malati, atomizzati. Tutto cambia e si evolve, non necessariamente in meglio, e poi meglio per chi? Siamo nell’era digitale, una nuova rivoluzione dell’umanità, ce l’hanno detto in tutti i modi che indietro non si torna. La domanda è: siamo pronti? Abbiamo capito le implicazioni che la nuova modernità comporta? È necessario comprendere con mente lucida e senza pregiudizi di sorta la portata degli eventi in modo da non lasciare indietro nessuno. Almeno questo. E alla possibile obiezione tanto di moda «Tu che proponi?», direi: farsi domande, innanzitutto, studiare, esercitare capacità di giudizio, essere cittadini attenti, osservatori. Di più: abbiamo il dovere di interrogarci sulla tenuta democratica delle nostre istituzioni. Tra apocalittici e integrati mi pare non ci sia partita: avevano ragione i primi. Leggendo queste pagine lucide, chiare, sincere, elaborate senza ricorrere ad alcun artificio retorico, non si può fare a meno di riflettere sulla cattiva gestione della res pubblica attuale, sulle luci e ombre (più ombre che luci) degli ultimi governi e mi chiedo davvero se non sia stato tradito lo spirito che animò quella gente, come sia stato possibile abdicare a cuor leggero ai valori per cui si è tanto lottato. Il riscatto, l’equità è possibile solo grazie a una coscienza sociale consapevole, matura, attiva, la lotta per i diritti civili non può prescindere da quella per i diritti sociali. È la società civile che è chiamata a vigilare e a segnalare abusi. Il singolo che si sente parte di una comunità, tutelato da tale appartenenza, ha più possibilità di essere artefice della propria vita e non solo spettatore passivo. È ingenuo pensare che una limitazione dei diritti altrui non ci tocchi direttamente. La politica è innanzitutto mezzo di avanzamento sociale, non fonte di arricchimento personale, affare, business, professionismo, come sempre più spesso accade. A questo proposito mi viene in mente un’altra questione su cui leggendo il libro ho riflettuto, ovvero un certo predominio degli esperti il cui ruolo viene decantato come panacea di tutti i mali ma che, a un’analisi più attenta, si rivela rischioso quando scoraggia lo spirito critico rendendo possibili eccessi di fiducia e abusi di potere da parte di tecnici senza scrupoli. Si chiama conflitto d’interessi, esiste ancora, non è stato debellato. Teresa Noce non era esperta in nulla, se non in rivoluzione, “Rivoluzionaria professionale”, appunto, aveva la scuola dell’obbligo, eppure lei e altre donne e uomini hanno fatto la Costituzione. Il popolo bisognoso di essere guidato in ogni minimo aspetto della propria vita, spodestato della propria capacità decisionale demandata direttamente ai grandi gruppi di potere, della comunicazione e dell’economia che gli dicono cos’è giusto dire fare pensare comprare, rischia di regredire di fatto a massa acritica, inconsapevole, a cui a malapena viene accordato il diritto di voto. Abbracciando quest’ottica si va molto indietro, facciamo attenzione. A questo punto ci si potrebbe pure fermare per esaminare l’origine di un altro mito moderno, cioè la cosiddetta “meritocrazia”, termine nato in realtà per indicare un governo distopico estremamente iniquo in cui a comandare sono i soggetti dal QI più alto provenienti dai migliori contesti socioculturali, ma forse ci allontaneremmo troppo dai tanti temi di cui il libro è pregno. Vorrei solo porre un’ultima questione: qual è il ruolo attuale della donna? Lo dico senza mezzi termini: il discorso di genere per com’è condotto oggi per molti versi mi pare di un’ipocrisia assoluta. Le meticolose questioni linguistiche su cui ci si sofferma rischiano di non centrare il bersaglio, rimanendo inefficaci, a volte oziosi se non pretestuosi, paraocchi per non vedere i problemi reali. Senza vere politiche che aiutino l’ingresso nel mondo del lavoro delle donne (soprattutto le donne appartenenti alle classi sociali più svantaggiate) e che proteggano concretamente il lavoro femminile, non si arriverà da nessuna parte. E invece da più di vent’anni si va verso una totale deregolamentazione che spaccia per flessibilità la mancanza di tutele, con una tale disparità di contratti da creare una frammentarietà che impedisce la formazione di un fronte comune, una vera coscienza di classe, tutti variamente sfruttati. Innegabilmente la crisi che è seguita ai fatti dell’ultimo anno ha colpito principalmente le donne, elemento ancora più debole da quando la compressione dei diritti del lavoro ha riguardato tutta la classe dei lavoratori. Dovremmo esultare per donne di rilievo nelle grandi compagnie o nella politica? No, se non fanno l’interesse della categoria che si pretende rappresentino. Una donna a capo di una banca non fa gli interessi di tutte le donne, ma quelle della società per cui lavora, e in questo non c’è nulla di male, ma, per carità, non prendiamola come una vittoria di genere perché non lo è! È un successo personale, punto. E nessuno mi chieda di gioire se diventa presidente del consiglio una donna, specie se il governo che presiede emana leggi inique.

Questi e tanti altri i temi su cui riflettere per guardare il presente con maggiore consapevolezza. Il libro si chiude con un riferimento alla legge sul divorzio (1970) grazie alla quale Teresa regolarizza la sua separazione da Luigi Longo e, infine, una punta d’ironia, la stessa che aveva aperto il libro e che contraddistingue la donna di estrema intelligenza: «Qualcuno dice che adesso ringiovanisco. Forse è così […] chissà che tra dieci anni non chieda ancora una volta la tessera d’iscrizione alla Gioventù comunista!»

Giusi Sciortino

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