La voce dell’angoscia

Una goccia, due gocce, tre gocce, quattro… cinque… sei…

Fissava con attenzione l’acqua che stillava dal rubinetto del lavandino della cucina. Contò le gocce per diversi secondi, forse minuti, con calma. Poi perse il filo della numerazione quando il suo sguardo tornò a concentrarsi sul libro che aveva aperto davanti a sé, sul tavolo.

Lo fissò come prima aveva fissato l’acqua, anche se non era tanta la luce che entrava nella cucina. Si faceva largo a fatica attraverso le fessure della persiana e assumeva la forma di tante lame.

Bastavano quelle lame per permetterle di metterla a fuoco.

Stava lì, immobile come lei, gli stessi occhi fissi, ma si aprivano su un volto senza tratti: un ovale nero, lucido e due occhi chiari incastrati in quel cranio inumano.

Si chiese se sotto quella specie di pelle ci fosse poi davvero un cranio, delle ossa, un cervello.

Aveva il corpo raccolto come quello di una grossa rana, sempre nero, sempre lucido.

«Tu sei l’angoscia?» chiese lei all’improvviso, senza muoversi, lasciando trasparire una certa familiarità con la situazione.

La creatura continuò a fissarla senza rispondere.

«Da dove vieni e cosa vuoi?»

Lo sguardo continuava a restare fisso e non una sillaba fu emessa dalla creatura.

Poi finalmente lei sembrò rendersi conto di qualcosa: «Hai ragione, non ci avevo pensato… Non hai la bocca per parlare.»

La creatura ebbe un fremito e i suoi enormi occhi si sciolsero letteralmente in lacrime. Mentre piangeva le scivolavano lentamente fuori dalle orbite, come liquefatti.

Lei osservò quel fenomeno con attenzione, quando sentì la chiave girare nella serratura del portone, che si aprì.

Comparve sua madre e, nello stesso istante, la creatura si sciolse completamente; fu come riassorbita dal pavimento, senza lasciare traccia di sé.

«Che cosa fai al buio?» chiese la madre.

«Sto studiando.»

«Al buio?»

«Io ci vedo» rispose senza scomporsi di fronte a quella replica.

«Cosa sei, un pipistrello?» domandò la donna di rimando, andando dritta verso la finestra.

Tirò su le persiane e un sole abbagliante invase la cucina.

Lei strizzò gli occhi per un attimo, poi lanciò uno sguardo nel luogo dove era comparsa la creatura. Nulla, non ne era rimasta traccia.

Vide il piede della madre calpestare quel punto esatto, per poi muoversi veloce verso un’altra stanza della casa.

Lei tornò a interessarsi al libro che aveva di fronte: doveva arrivare in fondo al capitolo come si era prefissata. L’angoscia l’aveva distratta, come accadeva spesso. Forse adesso, con sua madre in giro per casa, non l’avrebbe disturbata per un po’. Compariva più di frequente quando era da sola, attendeva che in casa non ci fosse nessuno per risorgere dal pavimento, ogni volta lucida e splendente. Non parlava, si limitava a fissarla con quegli occhi terribili.

Vide sua madre ricomparire in cucina, si era cambiata e si capiva che stava per uscire di nuovo. Frugava nell’ampia borsa, come per accertarsi che avesse preso tutto l’occorrente. I capelli biondi un po’ scompigliati tradivano la fretta con la quale si era preparata.

«Esci di nuovo?» chiese lei.

«Sì, vado a trovare tua zia.»

«Me la saluti» disse appena in tempo, prima che la madre imboccasse la porta per sparire di nuovo alla sua vista.

Le gocce tornarono a essere percepibili nel silenzio della casa, impedendole di concentrarsi su quel maledetto testo universitario. Più si sforzava, più le parole le sfuggivano, scivolandole davanti agli occhi.

Poi sentì di nuovo quello sguardo su di sé.

Si girò e la vide. L’angoscia stava lì, a fissarla ancora con i suoi enormi occhi.

A quel punto lei fu presa da un moto di rabbia, mista a una compassione profonda per se stessa.

Si mosse rapida, scattando in piedi e facendo cadere la sedia sulla quale era rimasta immobile fino a quel momento.

Su uno dei ripiani della cucina la madre teneva ben in vista un set di coltelli, ne afferrò uno e si inginocchiò di fronte alla creatura, come se quel suo rapido movimento si fosse ben presto esaurito e risolto in un nulla.

Ma attese solo qualche secondo, poi afferrò la testa della creatura con la mano sinistra, mentre con la destra affondava la lama in una zona corrispondente alla guancia.

Lentamente arrivò dall’altro lato, aprendo una bocca su quella faccia fino a quel momento tutta occhi.

La sofferenza generata da quel gesto si impresse solo sul volto di lei, il dolore non toccava la creatura, che non reagì in alcun modo.

Quando arrivò con la lama dall’altra parte della faccia, finalmente l’angoscia poté parlare, fissandola adesso con gratitudine.

Inaspettatamente, però, le parole dell’orribile creatura furono le parole di lei, aveva la sua voce.

«Grazie» si dissero all’unisono, come un unico essere, guardandosi negli occhi.

«Volevo solo parlare, ma nessuno aveva tempo e voglia di ascoltarmi.»

Lei rimase in ginocchio, il coltello ancora stretto tra le dita, mentre la creatura le si dissolveva leggera tra le mani.

Angela Nese

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