BERTRAND TAVERNIER, UNA BELLISSIMA DISPERSIONE

Nel 1995 esce L’esca del da poco scomparso Bertrand Tavernier ed è una piccola rissa cinefila. Ricordo il tono sdegnato della critica che contava (quella che contava sul serio, non sono per niente ironico) e le accuse di moralismo al cineasta francese. L’esca raccontava di un gruppo di giovani e della loro violentissima escalation criminale, causata in parte dalla noia, in parte dall’emulazione di modelli finzionali. La vita dei ragazzi era scandita dalla visione acritica di film come Scarface o Le iene. Come, proprio Tavernier si mette a salmodiare come uno Zeffirelli qualsiasi? Parliamo di un regista che è stato un critico cinematografico, lucido e attento, in particolare un esegeta sensibile del cinema statunitense, come dimostra l’imponente 50 ans de cinéma américain scritto a quattro mani con Jean Pierre Coursoudon. Il fatto è che rivisto oggi, L’esca, al netto delle sue forzature didascaliche, resta un polar coi controcoglioni perché, moralista o no che fosse, Tavernier era prima di tutto un grande narratore. Pur provenendo, come dicevamo, dalla critica, il cineasta lionese non ha mai ceduto a nessuna mistica cinefila. Spesso e volentieri cercava le sue storie fra le pagine dei libri, in barba a qualunque programma autoriale, sempre alla ricerca del miglior soggetto possibile.

Bertrand Tavernier esordisce nel ‘74 con L’orologiaio di Saint Paul, nel quale spostava dall’America alla provincia francese l’azione del bellissimo romanzo simenoniano L’orologiaio di Everton e incontrava Philippe Noiret, suo attore feticcio. Una delle gemme della loro collaborazione è senz’altro Colpo di spugna che calava nella Francia coloniale il mondo di Jim Thompson. Lo sceriffo bonario e omicida di Thompson diventa, affidato ai grandi mezzi di Noiret, anche una metafora del colonialismo, sintetizzandone ferocia e attitudine paternalista.

Tavernier si era posto su basi ideologiche scomode, forse addirittura respingenti. In aperta contestazione con il grande collega François Truffaut, aveva cercato la collaborazione di Jean Aurenche e Pierre Bost, gli sceneggiatori fautori di quel cinema di qualità che la Nouvelle vague osteggiava e irrideva. Un ritorno al cinema “scritto bene” che comunque per lui non ha mai significato indulgere alla maniera e al conformismo. Proprio da Pierre Bost deriva il soggetto del suo film forse più bello, quel Una domenica in campagna dall’impostazione visiva prettamente renoiriana e che proprio evocando uno dei maestri riconosciuti dei giovani turchi dei Cahiers, originava un bel corto circuito.

La vocazione più intima di Tavernier lo ha portato alla sperimentazione e contaminazione continue: la fantascienza sociologica di La morte in diretta e il poliziesco di Legge 627 (tra i suoi risultati più alti) passando per il composto dramma familiare Daddy nostalgie, tornando più volte sulla Storia con maiuscola come nel dittico sulla prima guerra mondiale, La vita e nient’altro e Capitan Conan (quest’ultimo dai toni quasi celiniani).

Come altri grandi europei anche lui ha esplorato una sua personale idea di America: prima con l’elegiaco e straziante Round midnight (in cui compare come attore Martin Scorsese), poi il senile e sottovalutato In the electric mist, a tutt’oggi il miglior servizio in celluloide reso a James Lee Burke e alla sua creatura seriale Dave Robichaux. L’America, quella profonda, in effetti, era andato a conoscerla direttamente e sotto la guida di un Virgilio molto particolare: Robert Parrish, il grande cineasta di Il meraviglioso paese e Lo sperone insanguinato, oggetto di studio del Tavernier critico. Nel 1984 ecco infatti Mississipi blues, documentario girato on the road nel quale i due registi raccontavano il blues e quanto permeasse la vita quotidiana degli abitanti del Mississipi.

Originale e aperto a sempre nuove sollecitazioni, Tavernier mostra la sua giovanile curiosità adattando in chiusura di carriera una graphic novel: Quay d’Orsay, inedito in Italia, è il suo ultimo film ed è un ennesimo tassello dedicato al rapporto tra cinema e arte sequenziale. In realtà c’era da aspettarselo da un grande amante dei generi popolari e loro esploratore quale è stato il regista francese. Tavernier aveva anche patrocinato con Eloise, la figlia di D’Artagnan quella che avrebbe dovuto essere l’ultima regia del nostro Riccardo Freda, autore amatissimo e studiato. Un po’ come fece Wenders con Antonioni e lo sciagurato Al di là delle nuvole, anche Tavernier si mise al servizio di un anziano maestro, purtroppo, nel suo caso, costretto a sostituirlo del tutto vista la morte che colse Freda sul set.

I cineasti si dividono in due categorie, era solito dire Tavernier, i minatori che scavano sempre nella stessa direzione e ribadiscono ostinatamente lo stesso concetto e i contadini che seminando si muovono lungo l’orizzonte e si innamorano continuamente di nuovi paesaggi. Aggiungo io: i primi forse rischiano la ripetitività, i secondi la dispersione. Tavernier, evidentemente, apparteneva alla seconda categoria e la sua è stata una bellissima dispersione.

Fabio Orrico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...