Una manciata di novellette – parte seconda

La disavventura di Rolando

Sto al bar Gorizia. Sono le 11. A momenti dovrebbe arrivare un certo Saverio che si prenderà cura del mio cane ( ho la sua parola) durante la mia probabile permanenza in carcere. Domani comincia il processo e per me le cose si sono messe male. L’avvocato è stato chiaro.

Mi chiamo Rolando e insegno, anzi insegnavo, Filosofia e Storia al liceo classico. Esattamente un mese fa, di giovedì, avevo l’ultima ora in terza C. Al suono della campanella gli studenti uscirono tutti col solito baccano. Invece Mirella restò in aula e mi disse che doveva chiedermi un parere.

Questa Mirella non è particolarmente bella, ma mi è simpatica per una sua sfrontatezza anarcoide. Aveva fatto, peraltro, una tesina sulle accezioni fondamentali del Positivismo di Comte, rivelando un talento, che raramente trova riscontro negli interessi giovanili.  Sapeva che la stimavo.

“Allora, che mi volevi chiedere?”

 “Voi filosofi, vi interessate anche di Estetica, vorrei sapere che ne pensi, tu, che sei un filosofo, delle mie gambe”.

Doveva essere una delle sue solite provocazioni. A questa ragazza piaceva creare situazioni imbarazzanti, lo avevo notato in svariate circostanze.

 “Mirella, ma che domande fai? Sono belle, almeno mi pare, non posso giudicare con i pantaloni.”

 Questa fu un’ imprudenza imperdonabile. Infatti la ragazza in un baleno si abbassò i jeans e mostrò le cosce alte e ben tornite. In quel momento entrò Arturo, il bidello.

Non ve  la faccio lunga: da quella ferale coincidenza cominciò l’ineluttabile discesa agli inferi. Il preside, debitamente informato, andò in solluchero. Lui mal sopportava che gli allievi non mi chiamassero professore, mi dessero del tu e che io non portassi i calzini, tutto a discapito della dignità dell’ istituto. Naturalmente  gli importava un fico secco che  i miei allievi amassero la storia e, perfino, la filosofia.

Fui immediatamente sospeso dall’insegnamento e la famiglia di Mirella avviò la denuncia per abuso e molestie sessuali con una minorenne.

Io pensai che Mirella avrebbe certamente spiegato come erano andate le cose, che io non avevo fatto abusi di nessun genere ed ero stato sempre corretto con tutti, ma l’avvocato mi ha detto che se Mirella al processo esponesse i fatti come sono andati, si sospetterebbe il plagio da parte mia e la situazione si aggraverebbe enormemente. Aggiunse che avrebbe fatto il possibile, ma non poteva promettere niente, perché avevamo pochi elementi a mio favore. E, poi, i miei modi democratici e amicali con gli allievi e, perfino, la mia abitudine di indossare i sandali senza calzini anche d’inverno, non mi avrebbero aiutato.

Valentina

Eravamo sempre insieme io e Valentina.  Un’amicizia infantile intensa, ma all’inizio dell’adolescenza  questo sentimento prese la strada dell’amore, assoluto, struggente.  Lei  era più libera, frequentava altri ragazzi ma, diceva che avrebbe sposato me, perché mi stimava e non le chiedevo di  fare sesso. In verità  io non chiedevo, non per motivi morali, non perché la rispettassi, ma per una  fortissima  inibizione. Non riuscivo nemmeno a chiedere un bacio. Alle volte lei mi accarezzava il viso e diceva che ero un tesoro. Io restavo  immobile, felice per un minuto, poi subito mi sentivo umiliato dalla sua disinvoltura e dal mio blocco nel prendere un’iniziativa .

Mi confidai con Mimì Sasà. Io avevo meno di 16 anni,  Mimì ne aveva 30. Era gay, ma  diceva che aveva rimosso l’interesse fisico per me, perché aveva capito che la mia natura era essenzialmente etero e che non avrei accettato di fare un’esperienza omosessuale. Ma, aggiungeva  che gli piaceva molto il tipo della mia intelligenza e della mia sensibilità e voleva essere mio amico. Un’amicizia che ricambiavo senza problemi.  Gli esposi il mio dramma e gli chiesi consiglio.

” Ettore – disse Mimì-  io credo che ti convenga sgombrare il campo da ogni equivoco e parlare a Valentina  con sincerità. La sincerità è sempre la strada maestra, implica una dose di coraggio e questo per una ragazza  potrà essere recepito  come fascino, come carisma.”

“Mimì, che dovrei dire?”

“ Dovresti dire: Valentina, tu dici che mi sposerai, perché ti rispetto e non ti chiedo di fare sesso, ebbene non è così, la vera ragione è che ho un blocco, un’inibizione e tu mi devi aiutare a superarla. Aiutami,  Valentina,  se mi vuoi un po’di bene!”

Queste parole di Mimì me le ripetevo ogni notte prima di addormentarmi e mi sembravano giuste, facili e che, in fondo, non avrei avuto difficoltà a pronunciarle. Mi rappresentavo nell’immaginazione che fossero parole adatte a colpire  l’animo femminile e mi sentivo coraggioso  e virile. Ma quando mi trovavo la mattina al cospetto di Valentina, mi sembrava che non era il caso di dar corpo ai propositi notturni e avviare il mio discorsetto , valutavo che non era il momento propizio e rimandavo a un altro giorno e, poi, ancora a un altro. Aspettavo, in pratica, un’opportunità  che non mi era chiara e che non arrivava mai.

 A scuola andavamo bene entrambi  ma,  avvertivo che Valentina mi dominava intellettualmente. Veloce nell’apprendimento, bravissima nelle sintesi e capace di esprimersi in un lessico sempre adeguato al contesto, sia nelle discipline scolastiche, sia nei rapporti umani. Amava l’ironia, un ironia cordiale, senza cattiverie, femminile e le piaceva scherzare. L’adoravo, ma non riuscivo a non sentirmi inferiore.

 Avevamo da poco entrambi compiuto  sedici anni  quando mi annunciò  che era incinta. Di chi non si sapeva. Lei stessa non lo sapeva. Per me fu una tragedia.  Un dolore   grande,  una depressione che mi portò una grave anoressia nervosa.  Tornai a scuola dopo venti giorni, pallido e con un pauroso calo di peso.  Seppi che Valentina  aveva abbandonato la scuola e si diceva che era stata mandata  a Genova presso una zia. Anche i genitori e il fratello undicenne lasciarono la nostra città. Di tutti loro non ebbi più notizie,  per molti anni,  fino a pochi mesi fa.  Di anni ne erano passati tanti, più di venti da quando mi dette quella notizia della gravidanza.

  Ormai da quasi tre lustri  esercito la professione di psicologo. L’aprile scorso Orlando, un vecchio compagno di scuola, mi disse che qualcuno affermava che Valentina faceva la prostituta a Verona. “Te la ricordi? Ti ricordi quanto era bella? Chissà adesso come si è fatta, povera Valentina.” – Disse Orlando.

 A Verona dovevo andarci per un congresso il giorno dopo.

In albergo  a un cameriere chiesi  quale strada fosse frequentata dalle prostitute. Aggiunsi che dovevo fare un’inchiesta.  Lui sorrise maliziosamente, ma fu prodigo di informazioni. In quella strada ci arrivai con un taxi.  Effettivamente c’erano  trans  e qualche donna. Una mi sembrò italiana. Mi avvicinai.

“ Scusi, signorina, avrei bisogno di un’informazione:  per caso lei conosce una ragazza, anzi una donna che si chiama  Valentina?”

“ Valentina come?”

“ Valentina  Rinaldini”

“Sono io, che ti serve?

Restai  pietrificato, non la riconoscevo.   Dissi solo:” Valentina, sono Ettore, sono cambiato molto?

Vai  via! Vai via!

Dissi ancora: ” Valentina!”

Lei con una voce roca da fumatrice, gridò: “ Vattene!  Vattene! Vattene!”

Tutti i miei studi, tutta l’esperienza di psicologo, non trovarono una sola locuzione  di  pietas, di umana solidarietà. 

 Mi allontanai lentamente,  col peso di questa nuova umiliazione.

Sorrisi 

Mia mamma, che aspettava da otto mesi di darmi un fratellino, nel naufragio è morta. Io, aggrappato per più di sei ore a una tavola di legno, mi sono salvato. Ora sto bene. Sono stato adottato da una coppia, marito e moglie, persone di animo buono. Qui, questa sera, ci sarà un incontro e si parlerà del problema degli emigranti.  Ci saranno un sacco di politici e anche il sindaco. Il mio nuovo padre, che è professore, parlerà di noi, di me e di mia mamma.

Nel mio paese avevano organizzato le squadre di ragazzi anti mine. I ragazzi che, da alcuni indizi, individuavano nei campi, la presenza di mine , mettevano vicino una mazzarella come segnale , poi venivano i soldati a disinnescare. Le squadre prendevano un dollaro per ogni mina scoperta. Però, qualche volta non individuavano, ci andavano coi piedi sopra e saltavano in aria in tanti pezzettini, come accadde ad Abdul Azeef, mio amico.

 Mamma non mi ci volle mai mandare nelle squadre anti mine. “Preferisco morire di fame”. – Disse. Così si fece prestare i soldi per il viaggio  dal fratello di mio padre, che guadagna coi  trasporti sui camion e pensò di ricominciare la vita in Europa.

La signora, che ogni tanto mi dà qualche bacetto, mi ha regalato una specie di tubo, che si chiama caleidoscopio, dove si vedono tante immagini colorate in movimento. Lei conserva questo strumento da quando era bambina e dice che tutti quei colori meravigliosi sono il mondo sottomarino dove c’è mia mamma e tutti i morti in mare, che da lì ci guardano e ci proteggono.

Io non ci credo a questo mondo sottomarino, ma  sorrido, perché ho capito che i nuovi genitori sono felici di vederci sorridere, dato che i denti bianchi spiccano sulla faccia nera.

Attilio Del Giudice

6 pensieri su “Una manciata di novellette – parte seconda

  1. Che cosa dire di questi racconti di Attilio Del Giudice? Li leggo sempre con piacere e curiosità,
    sia perché ben scritti sia perché raccontano aspetti della vita con le stesse rapide pennellate della sua arte pittorica.

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  2. Brevi racconti, come saggi di psicologia in sintesi, che lasciano al lettore spazi immaginifici per il loro continuo. Perchè i racconti di Attilio del Giudice sono romanzi in nuce!

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  3. camminare con i sandali e senza calzini tra i passi della storia, delle storie. restare nei luoghi della sospensione, dell’incertezza, dell’impossibilità di capire fino in fondo chi siamo e chi sono gli altri. con queste piccole novelle entrare nel mistero grande della vita.

    grazie Attilio Del Giudice

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  4. I tuoi racconti, caro Attilio, mi producono da sempre delle sensazioni molto strane soprattutto per quei dettagli minimi. In questi sono sospese delle verità, verità che pur se dolorose, stanno nelle loro sospensioni a farci riflettere sul senso misterioso della vita. Complimenti e grazie per avermi dato possibilità di riflessioni, Alla prossima. Enzo Del Giudice

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