Una manciata di novellette – parte prima

Insieme alle lingue

Mia madre mi ha avuto a quarantacinque anni, un poco prima della menopausa, tra l’altro da uno di cui non si ricorda il nome, però dice che era bellissimo.

Ma, dico io, che cazzo, di uno che era bellissimo non ti ricordi nemmeno il nome? Secondo me, o si tratta di arteriosclerosi galoppante o quello tanto bello non doveva essere.

 Mia madre un giorno si e un giorno pure mi diceva che dovevo finire il corso di inglese e poi se ne parlava di trovare un lavoro, perché, oggi come oggi, se non sai le lingue, non vai da nessuna parte.

 Io, però, il corso non l’ho finito e me ne sono andata lo stesso da quel paese di merda, dove quando passavo per la piazza, mai nessuno che mi dicesse: ”Ti regalerei una rosa” o, a limite, “Ti darei un bacio su quei meravigliosi occhi verdi”. Invece ognuno, giovane o vecchio, con quei sorrisetti schifosi di satiri paesani fantasticava con espressioni e desideri da codice penale.  

Sissignore me ne sono andata in città e il lavoro come cameriera l’ho trovato subito, perché ho dichiarato che conoscevo le lingue.  

In realtà un po’ di inglese lo capisco, ma  ieri certi clienti, forse una famiglia svedese, facevano ordinazioni che non si capiva una mazza, così, per non dire alla padrona che non capivo, rischiando di perdere il posto (anche perché le sono antipatica, dato che il marito mi guarda in un certo modo libidinoso, pur non avendomi fatto ancora nessuna proposta indecente), mi sono immaginata che avessero chiesto aperitivi ed ho servito quell’aperitivo che danno ai vincitori di quel programma della televisione che si chiama La Ghigliottina.

Incredibilmente erano tutti felici e contenti e mi hanno dato una bella mancia. Insomma, ragazzi, un vero e proprio colpo di culo, quello che ci vuole sempre nella vita, insieme alle lingue.

Padrone di casa

Il mio padrone di casa si chiama: Cava Alfonso, ma lo chiamano Cavone per via della stazza alta e grossa.

Oggi è venuto a bussare due volte. Dallo spioncino lo vedevo. La prima volta  ha bussato ripetutamente,  ha bestemmiato e se n’è andato. La seconda volta ha fatto un  discorsetto: “Se tengo gli appartamenti, li tengo per guadagnarci, non per fare beneficenza. A me che la fabbrica è fallita, che ha portato i macchinari in Romania e vi ha lasciato in mezzo alla strada, non me ne frega un cazzo, mi devi dare due pigioni e se dopo cinque giorni non me le dai, ti sfracello.”

A questo punto mi sono affacciato al balcone e l’ho chiamato: “Cavò! Ti posso dare solo una pigione, l’altra te la darò tra una settimana”.

Così gli ho lanciato un pacchettino di carta. L’ha raccolto,  lo ha aperto e  visto che non c’era nemmeno l’ombra di un euro, si è messo a gridare: “Disgraziato,  figlio di  zoccola  di fogna. Io ti schiaccio, ti taglio le coglie e te le faccio ingoiare!”  Poi si è rivolto al professore sul balcone di fronte.” Professore, voi siete testimone, voi  avete visto che non c’era niente nel pacchetto!”

“No, in verità, non ho visto quello che dite voi.  Mi dispiace. Non posso testimoniare il falso.”

“Ma che merda di uomo sei? Io ti scanno. Ma come non hai visto che nel pacchetto non c’era niente? Sei cieco oltre a essere un grande stronzo? Il professore del cazzo!”

“ Lei, Cavone, dovrebbe moderare i termini, ha capito?”

Insomma,  finimmo tutti e tre in caserma davanti al maresciallo dei carabinieri. Cavone disse: ” Ho la colite. Devo andare nel bagno.

”Ci andrà appena possibile”. Disse il maresciallo.

Mentre si esaminavano le  versioni controverse, si avvertì una puzza nauseabonda. “ Cavone che ha fatto?”

Cavone si alzò e, scavalcando due panche, come una furia, arrivò al maresciallo lo prese per il collo e lo spinse violentemente verso il suo sedere. “Lecca stronzo! Questo ho fatto, questo!”

Due agenti riuscirono non senza difficoltà a immobilizzare l’energumeno e ad ammanettarlo.

La  breve narrazione contiene locuzioni  volgari, per le quali mi scuso, ma chi fa questo mestiere, non  può esimersi dalla verosimiglianza e rischiare.  Un briciolo di generosità avrebbe orientato la realtà e il lessico diversamente  e, naturalmente, il racconto avrebbe avuto soluzioni più giuste ed umane, ma, purtroppo, questo briciolo non c’è stato e le forme sono state giocoforza investite di crudo realismo.

La modella, Cesare e il professore

La mattina alle sette prendo il 64 e scendo a Largo Argentina, mi faccio a piedi un chilometro e mezzo  e vado nel palazzo dove faccio le pulizie delle scale, insieme ad altre due, che, quando arrivo, non mi guardano bene, perché arrivo sempre in ritardo. Però, devo dire la verità, non mi dicono niente perché lo sanno che devo sistemare mia figlia di tre anni da una mia amica, che se la tiene fino alle quattro e mi costa la metà della mia paga.  

Ogni mattina guardo  una pubblicità enorme, che copre un’intera facciata di un palazzo. C’è una modella che si copre le tette con un cagnolino nero che tiene abbracciato e io penso sempre la stessa cosa: “Una così bella si sistema quando vuole per diventare ricca e famosa, mentre una come me deve buttare il sangue se non vuole finire a chiedere l’elemosina. Poi penso anche  a Cesare.

Mo vi spiego: sul 64 ho fatto amicizia con uno sui 50, tipo serio con gli occhiali. Mi pare che è professore. Siccome mi vede scendere sempre a Largo Argentina, la settimana scorsa mi disse: “Lei scende sempre dove ammazzarono Cesare”.

 “ Lo conoscevate? Era un amico vostro?

”No, Cesare fu ucciso nel 44 avanti Cristo”.

“Però a voi vi dispiace?”

“Si, abbastanza.”

 “ Ma che aveva fatto?”

“  In quel tempo c’era la repubblica a Roma e Cesare aveva troppi poteri e stava per diventare un re assoluto. I congiurati che lo pugnalarono volevano invece la libertà e fra loro c’era pure uno che Cesare considerava come un figlio e, infatti, quando lo vide col pugnale in mano, disse: “Ma come, pure tu?  Poi anche loro, i congiurati, fecero una brutta fine.”

“Io ci penso sempre a ‘sto Cesare, poveretto, non se lo aspettava da quello che per lui era come un figlio. Certo uno si dispiace, però il professore invece di raccontare questi fatti di tanto tempo fa, mi potrebbe far capire che lui, dato che è vedovo e avrà bisogno di una donna, potrebbe… Non so, a me, devo dire la verità, non mi dispiacerebbe, porca miseria. Le due sciacquette, che la mattina mi guardano male, mi dovrebbero chiamare: “Signora. La Signora del Professore”.

Attilio del Giudice

10 pensieri su “Una manciata di novellette – parte prima

  1. Insieme alle lingue mi e’ piaciuta molto !!Parla in modo leggero della problematica di lavoro che accomuna molti giovani … che a volte pur di non perdere l unica fonte di guadagno si dice una bugia bianca.

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  2. Riflessioni su attimi della vita quotidiana che potrebbero apparire scontati e banali, ma nei quali si cela invece il senso della nostra esistenza.

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  3. Non è una sorpresa. Per me non lo è. È sempre così. Leggi le novelle brevi di Attilio e rimani estasiato dalla leggerezza della scrittura e dalla loro intensità.

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  4. Attilio è sempre una garanzia. Dal romanzo alle novellette, la sua creatività è sempre esplosiva e di alta qualità. Ho gustato questi racconti brevi durante una pausa e come sempre ho finito per sorridere sornione, e riflettere.

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  5. Scorrevole e leggero, racchiude l’inadeguatezza e tutta l’inefficienza della nostra epoca verso i giovani e il mondo del lavoro.
    Gradevolmente sorpresa.

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  6. Le novellette di Attilio del Giudice sono come quelle botti piccole che contengono il vino buono, Quel vino buono che nasce dentro la difficoltà del vivere della gente comune, che, tra inganni e sogni, cerca di sopravvivere.

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  7. Quelli di Attilio del Giudice non sono racconti brevi ma romanzi in miniatura: a saper guardarci dentro scopri infatti la ricchezza descrittiva dei personaggi, dei luoghi e l’architettura complessa delle trame solo apparentemente esili ….

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  8. Gli occhi di Pasolini, insieme alla ruga verticale sulla fronte che compare in tanti suoi ritratti, mi hanno sempre comunicato disagio. Chi sa se è perché conosco l’epilogo atroce della sua vita. Forse no: ricordo che provavo questa sensazione anche da bambino, ignaro della sua vicenda umana, guardando la sua foto nello studio di un amico di mio padre. Quello sguardo ti spoglia delle confortevoli bugie quotidiane, di cui ti vesti per tenere la pelle al riparo dal contatto con la realtà. I tuoi testi, caro Attilio, mi fanno lo stesso effetto. Leggi, senti il reale che ti stringe con la sua ineluttabilità e sai che non c’è nessuna ragionevolezza nella speranza di trovare un conforto, una redenzione. Te ne sono grato, perché mi stimoli a non adagiarmi mai e a non distrarmi.

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  9. “chi fa questo mestiere, non può esimersi dalla verosimiglianza e rischiare”. se avessi letto su carta avrei sottolineato questo passaggio, forse anche ritagliato e incollato sul quaderno.
    chi fa questo mestiere, cioè quello del narratore, non può non guardare negli occhi la verità, scrive Attilio, magari portarla sul versante della verosimiglianza, ma la direzione dello sguardo è quella. Fanno sorridere queste novellette, un po’, quei sorrisi che a metà strada si incontrano con la tristezza. ma più di tutto fanno pensare. Alla parola rischio, ad esempio. Cosa rischia uno scrittore che non racconta quello che vede? e se lo scrittore accetta questo compito, cosa accade al lettore se non vede, se non si decide, una buona volta, a stare dentro la realtà? i testi di Attilio Del Giudice sono sempre così: corrono il rischio di parlare di questo nostro tempo con lealtà,

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