Fellini e l’anarchia del sogno

Federico Fellini nasceva esattamente cent’anni fa. Non sono molto attento alle celebrazioni in genere ma, effettivamente, in libreria ho notato qualche aggiunta al regesto critico felliniano che, da ultimo, accoglie questo scarno libro di Goffredo Fofi intitolato Fellini  anarchico.

Fofi, tra i grandi nomi della nostra critica (non solo cinematografica, come sappiamo) illumina un  lato politico del genio riminese, in passato individuato anche da illustri colleghi (un nome per tutti: Andrè Bazin), ma mai approfondito. Che l’ideologia felliniana abbia punti di tangenza con l’anarchia non sono sicuro sia vero al cento per cento (parere personalissimo) ma a rendere il libro una lettura importante non è soltanto la collocazione di Fellini in quella determinata compagine. Fofi argomenta con cognizione di causa, partendo dal milieu che più interessa il cineasta, e cioè quello degli ultimi, un mondo di sottoproletari, folli, poveri di spirito per poi allargare abilmente il  discorso a comporre un affresco del cinema italiano, pieno di gustosi ricordi personali ma giustamente focalizzato sui rapporti tra Fellini e i suoi collaboratori. L’angolazione da cui Fofi racconta è eminentemente narrativa, e infatti sono tanti e preziosi gli aneddoti sugli sceneggiatori che hanno affiancato il riminese: dagli Ennio Flaiano e Tullio Pinelli degli esordi postneorealisti ai Bernardino Zapponi e Tonino Guerra degli anni della maturità.

Fellini appartiene alla schiatta degli autori totali, i Bergman, i Bresson, i Tarkovskij, i Kurosawa, i Kubrick (e degli ultimi due possiede anche il senso dello spettacolo e l’ambizione di parlare a larghe fasce di pubblico), cineasti che marchiano a fuoco l’opera con la loro personalità e che realizzano solo quelle pellicole che sanno di poter controllare in ogni fase della lavorazione. Cionondimeno Fellini è sempre stato disponibile ad accogliere le idiosincrasie dei suoi sceneggiatori per poi liberamente rielaborarle e farle sue. Tra le tante firme (ci sarebbe anche il poliedrico e sottovalutato Brunello Rondi) quella che più di tutte catalizza il mio interesse è senz’altro quella di Bernardino Zapponi. Autore tutt’altro che misconosciuto (scrive per Argento, Brass, Risi e tanti altri), caratterizzato da uno spiccato gusto per il gotico, Zapponi lega il suo lavoro a Fellini tra il 1969 e il 1980, un decennio che coincide con l’apice dell’ispirazione del regista. Intendiamoci, non che gli anni precedenti non ci avessero dato capolavori (basterebbe citare due “cosette” come La dolce vita e Otto e mezzo e non ci sono solo quelli) ma negli anni ‘70 Fellini batte strade nuove, riposiziona il suo immaginario aprendosi alla contemporaneità in modo quasi traumatico, si interroga sul femminismo e sul terrorismo, crea un asse Rimini- Roma in cui non c’è solo nostalgia e contemplazione ma anche spavento e disincanto. Toby Damnit, Satyricon, Roma e Casanova (quattro capolavori assoluti) e i minori I clowns e La città delle donne, liberano il cotè orrifico di Fellini (laddove l’altrettanto fertile collaborazione con Tonino Guerra privilegia la memoria e l’analisi sociologica). Sono film in cui riverberano visioni macabre capaci di mettere a fuoco l’attrazione verso ciò che è mostruoso, deforme. È una tendenza che troviamo anche nei film precedenti ma a cui la scrittura di Zapponi concede, per così dire, la ribalta.

In una bellissima pagina del suo libro, Fofi rivela come i rapporti tra Fellini e lo storico sodale Flaiano si fossero raffreddati a causa dell’imbarazzo provato dal riminese alla presenza della figlia disabile dell’amico. Un piccolo episodio rivelatore che si unisce a certe dichiarazioni: la fascinazione, ad esempio, per la telepatia che sembra sprigionarsi dagli sguardi dei neonati o addirittura nei movimenti misteriosi ed eleganti di certi animali. Fellini è affascinato e insieme respinto da ciò che è diverso, imperfetto, asimmetrico. Tutto il suo cinema è percorso da questo sentimento, i personaggi incarnati dalla moglie Giulietta Masina, con la loro clownerie patetica, i tanti matti di paese come l’anziano Giudizio de I vitelloni poi ripreso in Amarcord o, sempre in Amarcord, il bellissimo personaggio dello zio pazzo interpretato da Ciccio Ingrassia. Un panorama umano che deflagra nei quattro film citati più sopra. Pensiamo anche al catalogo di donne del Casanova e al suo oscillare tra anomalia e attrazione parafiliaca fino alla disincarnazione finale dell’amante-automa, punto di arrivo di un femminile che il cineasta si avvia forse più a patire che a celebrare. O ancora l’ermafrodita del Satyricon, vera e propria visione infernale in un film sempre a un passo dal deragliare nella fantascienza pura.

Fellini anarchico, nella sua brevità, compie il miracolo di offrire un numero altissimo di piste di lettura. Io ne ho privilegiata una ma non è certo la sola. C’è, per esempio, il Fellini antropologo che Fofi vede esprimersi al suo meglio nel terminale La voce della luna, unanimemente considerato un film minore, per non dire minimo: la volgare “sagra dello gnocco” come metafora perfetta dell’Italia.

In effetti è innegabile che il Fellini degli ultimi anni sia un intellettuale deluso, non solo per la fatica vanamente spesa nel realizzare progetti impossibili (sorte toccata ad altri grandi con la punta drammatica di Kurosawa che arriva a tentare il suicidio) ma anche per un cinema che, per dirla con Norma Desmond, è diventato piccolo, rinchiudendosi più volentieri nella scatola televisiva. Non era una delusione peregrina visto il potere ormai consolidatosi, nella nostra Italia (post)pandemica, delle piattaforme on demand. In questo senso suona anche un po’ scontato parlare di un Fellini profetico (ormai non esiste artista cui non si conceda la carità di una profezia azzeccata), meglio porre l’accento sulla lucidità di un regista che, come pochi, ha saputo raccontare il suo paese. Rispetto però all’indignazione a gettone dei nostri anni, Fellini reagiva in modo diverso, affidandosi al potere eversivo della sua visione. E non sarà un caso se proprio lui, nato nel magistero di Rossellini, il cineasta dello “splendore del vero”, per raccontare l’Italia aveva scelto il teatro di posa, i manichini, il doppiaggio, gli effetti sonori, il mare fatto col cellophane, la cartapesta.

Fabio Orrico

( Goffredo Fofi, Fellini anarchico,  Elèuthera, pagine 120, €13,00)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...