La grande eredità del Compagno Alessandro

Alessandro Leogrande non è stato solo un giornalista e uno scrittore, ma anche una delle menti più libere e lucide della cultura italiana.

Un intellettuale vero, sempre attento ai problemi sociali e alle diseguaglianze, severo e libero ma soprattutto con le sue inchieste giornalistiche e con i suoi libri ha indagato sulle nuove mafie e lo sfruttamento dei braccianti nel sud. Ogni sua parola è stata una spina nel fianco negli affari sporchi del caporalato.

Alessandro Leogrande è un grande uomo del Sud, figlio naturale di quella grande e nobile cultura che proviene dal pensiero meridionalista, che lo ha formato e plasmato.

Leogrande, nato a Taranto nel 1977, è morto improvvisamente nel 2017.

La sua è una voce critica e necessaria per questo tempo sbandato che perde con lui un testimone e un interprete vigile. Ci mancano i suoi occhi aperti sulle macerie.

Alessandro Leogrande ci ha lasciato troppo presto. Ci mancherà la sua intelligenza (anche se abbiamo i suoi scritti e i suoi articoli) ma soprattutto la lucida analisi di un testimone giusto del suo e nostro tempo.

Goffredo Fofi, che ha avuto l’onore di conoscerlo da vicino molto bene, scrive che Alessandro Leogrande è stato un sociologo, uno scrittore, un giornalista, certamente il migliore nel saper coniugare inchiesta e narrazione sulla scia di quanto meglio la cultura mondiale ci ha proposto negli ultimi decenni, partendo magari da modelli lontani.

«Con Alessandro abbiamo perso una guida, e che sarà molto difficile, purtroppo, trovarne altre di questa statura nella generazione dopo la sua, nel campo soprattutto dell’analisi politica, del giudizio politico, dell’intervento politico».

Per fortuna resta come campanello d’allarme quello che ha scritto. Le edizioni dell’asino mandano in libreria un volume che raccoglie tutti gli scritti di Alessandro Leogrande pubblicati su la rivista Lo straniero.

Gli anni dello Straniero. Italia 1998 -2017 ritroviamo l’impegno di uno scrittore militante che affida le sue riflessioni alla propria coscienza, un testimone del suo tempo che non dimentica mai di essere un uomo del sud e salveminiano.

La sua penna non risparmia affondi nella sua critica sempre costruttiva al nostro modello di società. Con un acuto sguardo di analista politico discute della fina della sinistra, delle contraddizioni del PD, mette sotto accusa gli anni del berlusconismo e il vuoto antipolitico del movimento cinque stelle.

Scritti, editoriali, interventi in cui il lucido pensiero di Alessandro Leogrande affronta vent’anni di vita politica e sociale italiana.

«Leogrande – ha scritto recentemente Christian Raimo – non è stato soltanto il recettore e il traduttore della migliore cultura che l’Italia ha visto nascere: il meridionalismo di Gaetano Salvemini, il socialismo di Giuseppe Di Vittorio, il pacifismo di Danilo Dolci e Aldo Capitini. Goffredo Fofi, che gli ha fatto da fratello maggiore, fino ad ammettere il proprio di debito – la sua prefazione al libro postumo Dalle macerie è un colpo al cuore – è colui che di più sta portando quest’eredità dolorosa di cui avremmo voluto davvero fare a meno.

Leogrande ha mostrato anche quanta chiarezza può produrre il rigore di una lettura marxista della società: qualunque ideologia va sempre interpretata su più livelli, sembrava ricordarci, individuando struttura e sovrastruttura. Nell’epoca dei giornalisti e degli scrittori innamorati delle mille fenomenologie, dell’impegno fatto di dichiarazioni d’intenti, è stato un modello rarissimo d’interprete e non di testimone».

Davanti allo sconforto della perdita del primato della politica Leogrande vede il grillismo come una risposta al vuoto dei partiti. Ma la soluzione non potrà essere l’antipolitica.

Quando riflette sulla fine della sinistra e in un editoriale del maggio 2009 si chiede «Ma può rinascere la sinistra?» mette l’accento sulla crisi strutturale del Partito democratico e l’assenza di un’identità e di un dibattito interno sulle identità. Citando una tesi di Luigi Manconi, Leogrande lamenta nel Pd un’assenza di una propria visione, non solo antitetica alla destra ma autonoma alla destra, su questioni nevralgiche.

Con la passione, l’intelligenza e la curiosità di un grande pensatore meridionalista,  Alessandro Leogrande calca le orme e gli insegnamenti dei suoi maestri (Gaetano Salvemini e Tommaso Fiore) e con una scrittura limpida e un’analisi acuta nei suoi articoli ha raccontato lo stallo dell’Italia nel pantano denunciamo la macchina impietosa del trasformismo, le critiche alla politica che si limita a annaspare quotidianamente dietro i giochi del Palazzo,  le aberrazioni del potere, la fine nella passività della sinistra senza mai dimenticare  il dramma della sua  Taranto, città messa in ginocchio dal fallimento morale e economico del polo siderurgico.

Ci mancherà il pensiero concreto e analitico del Compagno Alessandro. Questa bella antologia ce lo restituisce a cinque anni dalla sua prematura scomparsa e noi abbiamo ancora il dovere di leggere e ascoltare la sua intelligenza necessaria.

Nicola Vacca

(Alessandro Leogrande, Gli anni dello Straniero. Italia 1998 -2017, Edizioni dell’asino, pagine 341, € 20,00)

Qui il link per l’acquisto del libro:

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