Un gioco d’incastri anomalo e beffardo

La paura non può essere senza speranza né l’attesa essere senza paura. Accostare Spinoza a Matsumoto Seichō può sembrare fuori situazione o un azzardo. Spinoza non solo è stato un grande razionalista, ma anche un profondo conoscitore dei meccanismi perversi della mente umana. Un eretico della mente. Dei suoi disordini e tormenti. Delle tante insidie che la abitano. Ragnatele. Tarli. Convenzioni. Abitudini. Schemi.

O dei tanti perché che non finiscono mai. Movimenti vincolati, trattenuti, imposti. Strade aperte che si devono inesorabilmente chiudere e in tale ordine riaprire. E come si fa a essere grandi narratori se non si possiedono gli accorti e abissali strumenti capaci di osservare, valutare e padroneggiare la mente umana? Tutto ciò che, in pratica, condensa una grande scrittura con una semplice trama fatta d’incastri e minuziosi dettagli. Una storia che si dipana tra indizi e logiche del dubbio, del sospetto.

Dalla comparsa di quell’insetto nero che è il più atroce degli istigatori. Un accaduto che si manovra incancellabile e spietato. Taccuini innocenti. Ambigui e svelanti haiku. Un uomo e una donna. Un gioco d’intaglio e di collera. O meglio, un impulso irreale. Una volontà agita e incomprensibile.

La calma, o l’affanno trattenuto dalle usanze sociali. Lo sgomento, la memoria di un tassello che non trovi la giusta posizione. La malattia, una musica di sottofondo che è il silenzio di una fioritura di luci, di foglie, o di cieli notturni e dorati. Un noir amaro. Anomalo e beffardo. Senza un caso né un investigatore, dove chi cerca un colpevole può finire per diventarlo lui stesso. Matsumoto Seichō, Un posto tranquillo. O piuttosto un romanzo dalle cadenze semplici e armoniose. Uniche e dalla struttura ossessiva. Un’invenzione cui ormai ci ha abituati questo gigante della letteratura giapponese che abbiamo imparato a conoscere grazie alla nota casa editrice. E che è diventato un appuntamento annuale. Siamo al terzo libro. Tokio Express (2018) e La ragazza del Kyūshū (2019). E dopo due meraviglie non possiamo fare a meno di aggiungerne una terza.

Tutto ha inizio da una chiamata. “La desiderano al telefono. È una chiamata da Tokio”. Asai aspettò un attimo prima di alzarsi. Non voleva mancare di rispetto al proprio superiore. Prese il bicchiere e se lo portò alle labbra. Continuando a fingere di ascoltarlo mentre parlava di golf, pensò a quale potesse essere il motivo di una telefonata a quell’ora. Viaggiava spesso per lavoro, ma Eiko, sua moglie, non lo cercava quasi mai, e a casa non c’era che lei ad aspettarlo. Quando restava fuori più a lungo, per esempio quattro o cinque giorni come questa volta, lei faceva venire la sorella minore. Durante una cena tra imprenditori e funzionari ministeriali Asai è avvertito della morte della sua seconda moglie.

Eiko ha solo trent’anni ed è malata di cuore, ma non al punto da fargli immaginare una morte così improvvisa. Asai riesce a controllarsi com’è nelle sue pratiche di alto impiegato del Ministero e si allontana dai commensali con molta discrezione, non senza aver informato dell’accaduto il suo diretto superiore Shiraishi che gli ordina di prendere subito il treno per tornare a casa. Sarà Miyako, sorella di Eiko, a raccontargli le circostanze della morte della moglie avvenuta in una profumeria di un quartiere un po’ fuori mano di Tokio e a pochi passi da un albergo a ore.

Qualcosa, però, non torna per Asai. Forse Eiko aveva un segreto, e forse il suo segreto spiegava perché si fosse avventurata lungo quella strada, per di più in salita. Che cosa ci faceva lì? Era la prima volta che ci andava? O lei c’era stata altre volte e glielo aveva tenuto nascosto? Chi doveva incontrare? Le risposte a quelle domande dovevano trovarsi proprio in quella strada. E Asai era sicuro che ne se sarebbe venuto a capo. Non c’è nessuna possibilità di fermare ciò che s’insinua nella mente. E a un certo punto tutto arriva a inesorabile conclusione.

Salvatore Marrazzo

(Matsumoto Seichō, Un posto tranquillo, Adelphi, pagg. 192, € 18,00)

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