Il poeta Verde amato da Pessoa

Ne Il libro dell’inquietudine, Bernardo Soares dice: «Se dovessi scrivere su un questionario, in una casella che non suggerisce risposta, a quali influenze letterarie dovesse gratitudine la formazione del mio spirito, comincerei a riempire lo spazio punteggiato con il nome di Cesário Verde». Ancora Soares/Pessoa definisce Cesário Verde (nome completo José Joaquim Cesário Verde, 1855-1886) «coefficiente di correzione della mia visione del mondo».

Sarà che sono affascinata dall’universo pessoano, sarà che anch’io mi reputo in qualche modo verde, questo personaggio mi ha incuriosita. Non si tratta di un autore fittizio, uno dei tanti eteronimi di Pessoa, oppure, forse, in un certo senso lo è, se vogliamo prestarci al gioco di fingimenti a cui quel caleidoscopio immaginifico creato dal poeta ricorre continuamente per estendere, scomporre, sminuzzare e ricomporre la propria identità, quasi che il poeta stesso fosse una creazione artistica, proprio come quella operata da Verde:

«Se d’improvviso, – che visione d’artista! –

Io trasformassi i semplici vegetali,

Alla luce del sole, l’intenso colorista,
In un essere umano che si muove ed esiste
Munito di bei connotati carnali?».

In effetti, ci sono non poche affinità nelle biografie dei due poeti, tutta una serie di sovrapposizioni che fanno di Verde una sorta di eteronimo realmente esistito di Pessoa, oppure viceversa: nascono entrambi a Lisbona, Pessoa qualche anno dopo la morte di Verde; condividono una certa somiglianza fisica; svolgono un lavoro simile (corrispondenti commerciali); muoiono giovani, a 31 anni Verde, a 47 Pessoa.

Ma chi è Verde?

Della produzione di questo poeta rimane poco anche in patria, per via dell’incendio che distrusse la sua abitazione. La morte prematura, dopo la quale l’amico e critico letterario António da Silva Pinto raccolse e pubblicò le poesie de O livro de Cesário Verde, ha fatto il resto. Non sono riuscita a procurarmi versioni italiane dell’opera. Eppure, O Livro è un classico. Invece, la versione originale in portoghese è messa a disposizione dalla biblioteca elettronica di Progetto Gutenberg. In attesa che una casa editrice lo ripubblichi in italiano, ho scelto e tradotto una poesia del Livro che mi è parsa particolarmente emblematica dell’universo verdiano. 

La poesia è N’um bairro moderno (In un quartiere moderno), lirica in cui una voce narrante molto moderna – si presagisce già dal titolo –, se ne va per le vie di Lisbona incontrando vari personaggi e divertendosi a ricostruire inconsueti esseri umani tramite la combinazione di frutti e ortaggi. Sensazioni visive, tattili, descrizioni luminose e colorate contraddistinguono questo componimento giocosamente arcimboldiano.

Nonostante il Livro sia stato pubblicato per la prima volta nel 1887, non sembra risentire degli anni, forse perché il suo autore sfugge alle classificazioni, dotato com’è di una visionarietà che manca ai realisti e di uno sguardo sul reale che non è proprio dei simbolisti. Si potrebbe definire, forse, un impressionista o un sensazionista, come lo è un po’ Soares nel momento in cui afferma «Chi sono io per me? Sono una sensazione», o ancora «tutta la Natura è la primogenita delle mie sensazioni».

L’incanto di N’um bairro moderno scaturisce dal fortuito incontro con la giovane verduraia e dalla visione della sua magica cesta:

«Ci sono colletti, uomini, bocche, un volto

Nelle posizioni di certi frutti.

Tra la verdura, tumido, fragrante,

Come qualcuno che tutto ciò mangi,

Ecco un melone che pare un grembo».

A un simile imprevisto, o meglio, alla sua mancanza accenna anche Soares: «mi può far male non avere mai parlato alla sartina che verso le nove svolta sempre l’angolo sulla destra».

Verde coniuga temi propri del realismo e del decadentismo nella sua peculiare osservazione della realtà da malinconico flâneur baudelairiano; è però un flâneur che rinuncia alla propria unicità per confondersi alla variegata umanità urbana. E qui ancora, nella continua rielaborazione dell’identità poetica, si comprende la fascinazione verdiana esercitata su Pessoa. Anche l’eteronimo Álvaro de Campos nel celebre componimento La tabaccheria ripropone la riflessione sulla frammentazione dell’identità a partire dall’indagine del reale, della strada, delle cose:  

«Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente.

A parte questo,

ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,

della stanza di uno dei milioni al mondo

che nessuno sa chi è

(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),

vi affacciate sul mistero di una via

costantemente attraversata da gente,

su una via inaccessibile a tutti i pensieri,

reale, impossibilmente reale,

certa, sconosciutamente certa,

con il mistero delle cose

sotto le pietre e gli esseri».

Tramite gli stimoli esterni il poeta elabora una voce personale caratterizzata da vivide immagini rese con un registro colloquiale. La poesia di Verde si fa popolare, itinerante, lontana dal lirismo del suo tempo, però mantiene la suggestione romantica di una campagna sana e fertile che dona «La forza, l’allegria, la pienezza» (Verde), personificazione delle forze vitali che rinvigoriscono, in contrapposizione alla città e al ricordo dei miasmi pestilenziali delle epidemie di colera che si abbatterono su Lisbona a metà Ottocento. Riecheggia il mito classico di Anteo, gigante figlio di Gea e Poseidone, invincibile solo a contatto con la madre terra:

«Simili alle gambe d’un gigante

Privo di tronco, però robuste,

Che sostengono il povero viandante,

Sulla verzura rustica, copiosa,

Due frugali zucche bottiglia».

La visione sensuale del mondo di Verde viene vissuta da Pessoa in una dimensione essenzialmente interiore, spirituale se vogliamo, soprattutto nell’umbratile personalità di Soares, così attento nello scandagliare emozioni e sentimenti. In questo senso va letta l’asserzione «la natura è la differenza tra l’anima e Dio» (Soares). In sostanza, mentre Verde volge lo sguardo verso l’esterno, Soares si ripiega in sé. Tuttavia, l’influenza (dichiarata) è evidente. Ecco alcuni stralci di un brano tratto da Il libro dell’inquietudine che ricordano molto la poesia N’um bairro moderno:

«Sono uscito di casa con un grande obiettivo che era, semplicemente, arrivare puntuale in ufficio. […] Ho disceso la strada lentamente […] Nei cesti appoggiati lungo i marciapiedi di Rua da Prata le banane in vendita, sotto il sole […] le voci delle venditrici solerti e i giornali».

Di sicuro, «La tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione» pessoana, necessaria allo sconfinamento del genio creativo – in quanto «solo al genio viene concesso di essere anche qualcun altro» (Soares) – in eteronimi, semieteronimi e persino precursori con cui confondersi, ampliarsi, e scomporsi, non può che essere arricchita dall’immaginario verdiano. «Non arriviamo mai all’altro, se non facendoci altri con l’immaginazione sensibile di noi stessi» (Soares), eppure l’esperienza soggettiva permane, anzi, diviene centrale, seppur esperita, di volta in volta, da un soggetto/oggetto diverso, fosse un autore mai esistito, un contabile nichilista, una natura morta, un gigante, una zucca bottiglia.

Giusi Sciortino

José Joaquim Cesário Verde

O Livro de Cesário   Verde

N’UM BAIRRO MODERNO

 A Manuel Ribeiro

Dez horas da manhã; os transparentes

Matizam uma casa apalaçada;

Pelos jardins estancam-se os nascentes,

E fere a vista, com brancuras quentes,

A larga rua macadamisada.

 Rez-de-chaussée repousam socegados,

Abriram-se, n’alguns, as persianas,

E d’um ou d’outro, em quartos estucados,

Ou entre a rama dos papeis pintados,

Reluzem, n’um almoço, as porcelanas.

 Como é saudavel ter o seu conchego,

E a sua vida facil! Eu descia,

Sem muita pressa, para o meu emprego,

Aonde agora quasi sempre chego

Com as tonturas d’uma apoplexia.

 E rota, pequenina, aramafada,

Notei de costas uma rapariga,

Que no xadrez marmoreo d’uma escada,

Como um retalho de horta agglomerada,

Pousára, ajoelhando, a sua giga.

 E eu, apesar do sol, examinei-a:

Poz-se de pé: resoam-lhe os tamancos;

E abre-se-lhe o algodão azul da meia,

Se ella se curva, esguedelhada, feia,

E pendurando os seus bracinhos brancos.

 Do patamar responde-lhe um criado:

«Se te convém, despacha; não converses.

Eu não dou mais.» E muito descançado,

Atira um cobre livido, oxidado,

Que vem bater nas faces d’ uns alperces.

 Subitamente,—que visão de artista!—

Se eu transformasse os simples vegetaes,

Á luz do sol, o intenso colorista,

N’um ser humano que se mova e exista

Cheio de bellas proporções carnaes?!

 Boiam aromas, fumos de cozinha;

Com o cabaz ás costas, e vergando,

Sobem padeiros, claros de farinha;

E ás portas, uma ou outra campainha

Toca, frenetica, de vez em quando.

 E eu recompunha, por anatomia,

Um novo corpo organico, aos bocados.

Achava os tons e as fórmas. Descobria

Uma cabeça n’uma melancia,

E n’uns repolhos seios injectados.

 As azeitonas, que nos dão o azeite,

Negras e unidas, entre verdes folhos,

São tranças d’um cabello que se ageite;

E os nabos—ossos nus, da côr do leite,

E os cachos d’uvas—os rosarios d’olhos.

 Ha collos, hombros, boccas, um semblante

Nas posições de certos fructos. E entre

As hortaliças, tumido, fragrante,

Como d’alguem que tudo aquilo jante,

Surge um melão, que me lembrou um ventre.

 E, como um feto, emfim, que se dilate,

Vi nos legumes carnes tentadoras,

Sangue na ginja vivida, escarlate,

Bons corações pulsando no tomate

E dedos hirtos, rubros, nas cenouras.

 O sol dourava o céo. E a regateira,

Como vendera a sua fresca alface

E déra o ramo de hortelã que cheira,

Voltando-se, gritou-me prazenteira:

«Não passa mais ninguem!… Se me ajudasse?!…»

 Eu acerquei-me d’ella, sem desprezo;

E, pelas duas azas a quebrar,

Nós levantámos todo aquelle peso

Que ao chão de pedra resistia preso,

Com um enorme esforço muscular.

 «Muito obrigada! Deus lhe dê saúde!»

E recebi, náquella despedida,

As forças, a alegria, a plenitude,

Que brotam d’um excesso de virtude

Ou d’uma digestão desconhecida.

 E em quanto sigo para o lado opposto,

E ao longe rodam umas carruagens,

A pobre afasta-se, ao calor de agosto,

Descolorida nas maçãs do rosto,

E sem quadris na saia de ramagens.

 Um pequerrucho rega a trepadeira

D’uma janella azul; e, com o ralo

Do regador, parece que joeira

Ou que borrifa estrellas; e a poeira

Que eleva nuvens alvas e incensal-o.

 Chegam do gigo emanações sadias,

Oiço um canario—que infantil chilrada!—

Lidam ménages entre as gelosias,

E o sol estende, pelas frontarias,

Seus raios de laranja distillada.

 E pittoresca e audaz, na sua chita,

O peito erguido, os pulsos nas ilhargas,

D’uma desgraça alegre que me incita,

Ella apregôa, magra, enfezadita,

As suas couves repolhudas, largas.

 E como as grossas pernas d’um gigante,

Sem tronco, mas athleticas, inteiras,

Carregam sobre a pobre caminhante,

Sobre a verdura rustica, abundante,

Duas frugaes aboboras carneiras.

Traduzione


José Joaquim Cesário   Verde

Il Libro di Cesário Verde

IN UN QUARTIERE MODERNO

 A Manuel Ribeiro

 Dieci del mattino; tende di tela

Ombreggiano un sontuoso palazzo;

Le fontane ristagnano nei giardini,

E un riverbero che offende la vista

Abbacina la strada asfaltata.

 Il pianterreno riposa placidamente,

poche le persiane spalancate,

Di qua e di là, nelle stanze intonacate,

O tra il foliage della carta da parati,

Brillano le maioliche della colazione.

 Com’è sano avere il proprio angolo

Accogliente, e una vita semplice!

Mentre me ne andavo, senza fretta,

Al lavoro, (dove in questi giorni

Arrivo con capogiri da ictus),

 Ho notato, cenciosa, sottile,

Impacciata, una ragazza di spalle che,

Negli scacchi marmorei di una scala,

Come fosse il cespuglio di un giardino,

In ginocchio, poggiava una cesta d’ortaggi.

 E io, nonostante il sole, l’ho osservata:

In piedi: gli zoccoli che rimbombano;

E il cotone blu del calzino che si mostra,

Appena ella si curva e sguscia, brutta,

Le pallide braccine penzolanti.

 Dal pianerottolo un domestico dice:

«Se ti va bene, spicciati; basta chiacchiere.

Non do di più». E con indolenza,

Lancia un soldo livido, ossidato,

Che va a sbattere contro le albicocche.

 Se d’improvviso, – che visione d’artista! –

Io trasformassi i semplici vegetali,

Alla luce del sole, l’intenso colorista,
In un essere umano che si muove ed esiste
Munito di bei connotati carnali?

 Si spandono aromi dalle cucine;

Con il canestro in spalla, ricurvi,

I fornai vanno, bianchi di farina;

E alle porte qualche campanello

Suona, convulso, di tanto in tanto.

 Ricompongo, anatomicamente,

Un corpo organico, pezzo per pezzo.

Penso a colori e forme. Scopro

Una testa in un cocomero,

E seni iniettati nei cavolfiori.

 Le olive, che ci danno l’olio,

Nere e congiunte, tra verdi foglie,

Sono trecce di una chioma scomposta;

Le rape: nude spoglie, color latte;

I grappoli d’uva: rosari d’occhi.

 Ci sono colletti, uomini, bocche, un volto

Nelle posizioni di certi frutti.

Tra la verdura, tumido, fragrante,

Come qualcuno che tutto ciò mangi,

Ecco un melone che pare un grembo.

 E come un feto che si dilati,

Ho visto carni fra le erbette,

Sangue nella ciliegia scarlatta,

Cuori pulsanti tra i pomodori,

Dita irte e rosse nelle carote.

 Il sole indorava il cielo. La verduraia,

Venduta la sua lattuga fresca

E il rametto di menta odorosa,

Voltandosi ha urlato gioiosa:

«Non c’è nessuno! Potreste aiutarmi?»

 Mi sono avvicinato, senza sdegno;

E con enorme sforzo muscolare,

Abbiamo sollevato il carico di merce

Che si era rovesciato sull’acciottolato

Per via della rottura dell’ansa della cesta.

 «Molte grazie! Che Dio ti benedica!»

Ho ricevuto da quell’addio

La forza, l’allegria, la pienezza,

Che nasce da un eccesso di virtù

O da una digestione sconosciuta.

 Vado dalla parte opposta,

In lontananza cocchi sfreccianti,

La povera donna si allontana,

Nel caldo di agosto, zigomi stinti,

Niente fianchi nella gonna di frasche.

 Un moccioso annaffia il rampicante

Da una finestra blu; con lo scarico

Dell’annaffiatoio, pare che setacci

O spruzzi stelle; la polvere che

Solleva lo incensa di nuvole lucenti.

 Arrivano fumi salubri,

Odo un canarino – che cinguettio! –

Mentre si consumano relazioni,

Il sole allunga sulle facciate

I suoi raggi di distillato d’arancia.

 Pittoresca e audace, nel suo vestito,

Il petto eretto, i polsi sulle anche,

Incitandomi a un’allegra disgrazia,

Ella decanta, magra, annoiata,

I suoi larghi cavoli cappuccio.

 Simili alle gambe d’un gigante

Privo di tronco, però robuste,

Che sostengono il povero viandante,

Sulla verzura rustica, copiosa,

Due frugali zucche bottiglia.

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