UN’AUSPICABILE RAPPRESENTATIVO NOI

Per le mie passioni ho sempre avuto un senso alto di responsabilità come se da subito, ogni volta, avessi riconosciuto già la misura del mio talento. Non ho voluto mai accontentarmi della mediocrità ho sempre cercato di dimostrare a me stesso, attraverso la passione e l’impegno disperato (l’esecuzione d’ogni rivelazione è una missione che comporta sempre l’obbligo di superarsi) che sarei potuto arrivare a qualsiasi traguardo perché a ogni caduta mi sarei rialzato e avrei ricominciato dall’inizio. Questa cura che ci si mette, significa spendere bene il proprio tempo e comunque vada lo stesso verrà ripagato come lezione di vita. Lavorando spesso sui suggerimenti di Louis Jouvet ho sperimentato che l’attore che per missione ha il “dire “, quasi si annienta sentendosi parlare, per una curiosa ironia è incapace di parlare per suo conto, la sua natura e vocazione è di essere vuoto, disponibile, abitabile, risonante…

Al teatro non servono le parole da sprecare come rumore, le parole che si dovranno pronunciare sono state scelte dopo laboriosa ricerca  e un’altrettanta faticosa scelta, esse sono nate dalla necessità che presuppone un silenzio. Se prima non c’era niente da dire ora c’è qualcosa che sarebbe opportuno porgere in maniera consapevole e decisa: l’io occupa l’ombra e fatalmente declina in un’auspicabile rappresentativo noi. L’attore accreditato, quando si misura con un testo di prosa, o ancor di più se si confronta con un materiale poetico, a mio avviso, come fa, deve esso stesso diventare poesia vivente.

Naturalmente non tutti ci riescono, mi viene in mente Eduardo De Filippo che attraverso l’esercizio nobile del suo mestiere, offriva indicazioni chiare per diventare il delegato dal pubblico per eccellenza! Cosa intendo?  Era uno degli officianti a testimoniare e a rivelare i valori d’un testo, a rimetterli in circolo in maniera classica e attuale, sempre più efficace, in modo da contribuire a diffonderlo alla moltitudine. Un’idea morale del proprio mestiere e dello stare al mondo.

È curioso che il teatro, l’arte del travestimento, nella poetica di questi grandi attori diventi un impegno quasi obbligato che attraverso la finzione cerchi il massimo della serietà, dell’autenticità.

Sergio Carlacchiani, Karl Esse, il CLAMOROSISSIMO, chi di questi artisti ci riuscirà? Tutti o nessuno.

Sergio Carlacchiani, alias Karl Esse, il CLAMOROSISSIMO, nell’anno 1998

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